Ultimo Aggiornamento:
23 ottobre 2019
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Brexit e la politica che cambia

Nicola Melloni * - 02.07.2016
Brexit

La vittoria del fronte Brexit è stato un colpo durissimo non solo per la Gran Bretagna ma per tutta Europa. Per mesi si è sostanzialmente ignorato il rischio, facendo affidamento sulla moderazione degli elettori, normalmente impauriti da un salto nel buio di questa portata. La speranza, direi quasi la convinzione, era che, pur in mezzo a tanti problemi, tutto si sarebbe risolto nel classico “business as usual”. La realtà è però che la politica è cambiata drasticamente e i vecchi modelli di analisi sono inadeguati per capire i comportamenti dell’elettorato.

 

Quello cui stiamo assistendo, nel Regno Unito come nel resto del mondo occidentale, è una rivolta contro le elite, contro l’establishment. Non si tratta del primo caso: l’anno scorso, contro tutte le previsioni, i cittadini greci avevano votato contro l’accordo imposto dalla UE – cosa che li avrebbe portati all’uscita dall’euro se tale risultato fosse stato confermato dalle scelte del governo di Tsipras; in America il socialista Sanders ha quasi sconfitto Hillary Cliton che aveva a sostegno tutto il potere e i soldi del Partito Democratico; mentre Trump incarna, che ci piaccia o no, lo spirito della rivolta contro l’establishment repubblicano; ed in fondo, proprio i cittadini britannici avevano dato un’avvisaglia dell’umore del paese quando Corbyn aveva letteralmente annichilito tutta la dirigenza del partito laburista che lo continua a vedere come fumo negli occhi.

 

I motivi di questa rivolta sono piuttosto evidenti: la crisi ha aperto il vaso di pandora di un sistema politico-economico ingiusto, sempre meno democratico, sempre più in mano ad una oligarchia economica con uno sproporzionato potere politico. Su queste basi, il fronte del Leave ha avuto gioco facile a impostare la propria campagna elettorale contro l’Europa. Non esiste un bersaglio più appropriato della UE per scaricare lo scontento di massa contro quella che viene percepita – più a ragione che a torto – come una casta di burocrati non eletti, una entità quasi-statuale senza i più elementari meccanismi democratici. Si tratta, naturalmente, di un capro espiatorio – soprattutto per quel che riguarda la Gran Bretagna dove la crisi è figlia non certo delle scelte dell’Europa quanto piuttosto di un governo, e di un sistema politico nel suo complesso, che ha per qualche decennio ignorato i bisogni dei più deboli, scavando un solco ormai invalicabile – come dimostra la bassissima mobilità sociale – tra le due parti del Paese. Ecco allora una mappa del voto che riporta la questione sociale in primo piano: per l’uscita hanno votato le aree più povere del paese, le piccole imprese, l’Inghilterra bianca e vecchia; mentre per rimanere ha votato la grande e cosmopolita,  ricca e privilegiata, Londra – la città che ha causato la crisi inglese ma che ne è uscita ben prima del resto del paese.

 

Le due campagne elettorali sono state l’esempio plastico della vecchia politica contro la nuova. Da una parte, il fronte Remain non è riuscito ad impostare una campagna convincente sul perché bisognava rimanere in Europa: Il Labour non ha potuto davvero impostare un progressive case per sostenere la permanenza nella UE e l’unico leitmotif è stato lo spauracchio della recessione in caso di Brexit. Peccato che sia difficile spaventare con proclami di apocalisse chi già vive in povertà e senza speranze per il futuro. Continuare poi ad affidarsi a plotoni di esperti che ti spiegano cosa fare è stato lo sbaglio finale degli europeisti: gli elettori, anche in questo caso non certo a torto, ne hanno abbastanza di esperti che catechizzano su cose che spesso neanche sanno, mentre vogliono politici che diano risposte ai loro bisogni. Il fronte del Leave ha invece puntato tutto proprio su questo: da un lato un misto di retorica patriottarda e difesa della democrazia, dall’altro una valanga xenofoba che aveva però il (discutibile) pregio di parlare alla paure degli elettori.

 

Il problema, dunque, è di una politica tradizionale che non sa più parlare ai cittadini. Cameron ha giocato col fuoco, ha solleticato la pancia del paese per mettere all’angolo i suoi avversari, interni ed esterni ai Tories, ma ha finito per bruciarsi. Il Labour dimostra, invece, di aver ancora poca presa sulle aree più povere e disagiate del Paese che preferiscono seguire i richiami di un nazionalismo xenofobo più che le buone e solide argomentazioni in favore dell’Europa.

 

Si dirà, e già si dice, è la democrazia. Non ci sono dubbi. La democrazia ha però bisogno di istituzioni forti e partiti rappresentativi, cosa che in Gran Bretagna, ma non solo, ormai non esiste più. E che ci consegna ad un futuro pieno di incognite.

 

 

 

 

* DPhil, Visiting Fellow, Munk School of Global Affairs, University of Toronto