Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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Apprendisti stregoni

Daniele Pasquinucci * - 20.07.2016
Apprendista stregone

Nel 1992 il presidente della Repubblica francese François Mitterrand impose un referendum per la ratifica del Trattato di Maastricht, per la elaborazione del quale il governo e la diplomazia francesi avevano impegnato molte risorse. L'iniziale diffuso ottimismo sull'esito positivo della consultazione popolare – concepita da Mitterrand come una ulteriore conferma della sua presidenza carismatica – venne gradualmente incrinato dal susseguirsi dei sondaggi, che mostravano l'incremento del numero dei cittadini contrari al Trattato, fino a mettere in discussione la ratifica e, conseguenza non meno importante, l'investitura a “nuovo padre dell'Europa unita” dell'ambizioso inquilino dell'Eliseo. I dubbi dei cittadini d'Oltralpe riguardavano soprattutto la cessione della sovranità monetaria. Così, in occasione di un dibattito televisivo svoltosi il 3 settembre, a pochi giorni di distanza dal referendum (previsto il 20 di quel mese), un teso Mitterrand fece onore al suo soprannome – “le Florentin” - e provò a rassicurare il popolo francese con un argomento a dir poco capzioso. Egli affermò infatti che “La Banca centrale [europea], la futura Banca centrale (...) non decide (...) I tecnici della Banca centrale sono incaricati di applicare nel campo monetario le decisioni del Consiglio europeo, prese dai dodici Capi di Stato o di Governo, vale a dire dai politici che rappresentano il popolo (...). Sento dire dappertutto (...) che questa banca centrale sarà padrona delle sue decisioni. Non è vero!”. Lo spettacolo di un presidente della Repubblica costretto a mentire fu un prezzo elevato da pagare per il risicato 51% con cui i francesi dissero “sì” a Maastricht. 

Anni dopo, nel 2004, Jacques Chirac definì la “Costituzione europea” approvata dalla Convenzione presieduta da Valéry Giscard d'Estaing come “conforme agli interessi della Francia (...) e dell'Europa”. Tuttavia, nel corso della sua allocuzione per la celebrazione del 14 luglio, egli annunciò il “suo” referendum europeo sul Trattato costituzionale. Anche in questo caso, alla chiamata alle urne non erano affatto estranee considerazioni di politica interna, rafforzate da sondaggi promettenti, come quello di Euractiv del 30 settembre 2004 che mostrava come due francesi su tre approvassero il testo “costituzionale”. Ma di nuovo, l'approssimarsi del voto coincise con l'ingrossarsi delle file degli oppositori, un'evoluzione inattesa per Chirac, come testimonia la ben nota frase (che assurse a simbolo di quella campagna referendaria) “je ne vous comprends pas” da lui rivolta a un gruppo di giovani sostenitori del “no” durante un incontro trasmesso da TF1. Stavolta, per provare ad arginare la montante ostilità alla ratifica, il presidente della Repubblica francese non ricorse a bugie. Non provò, ad esempio, a negare i potenziali effetti della “direttiva Bolkestein” (un tema di facile uso per i fautori del “no”); però cercò di imporre ai commissari europei il silenzio sulla liberalizzazione dei servizi (“Le Monde”, 17 marzo 2005). Inoltre, promosse una riforma costituzionale per rendere obbligatorio il referendum per ratificare i trattati di adesione dei paesi candidati all'Unione europea (in ottica anti-turca, essendo il possibile ingresso di Ankara, a quel tempo, un altro argomento del fronte contrario alla Costituzione). Due misure “difensive”, insomma, che rincorrevano la propaganda anti-UE ammettendone implicitamente le ragioni, e che peraltro risultarono vane. Alla fine, infatti, prevalse largamente il “no” (come in Olanda pochi giorni dopo) e l'Unione fu costretta a prendersi la nota “pausa di riflessione” conclusa con il Trattato di Lisbona.

Questi e altri antecedenti (non sono poche le consultazioni popolari “sull'Europa” finite male...) avrebbero  dovuto far riflettere coloro che hanno promosso il referendum del 23 giugno in Gran Bretagna. Ma, come segnalava Alexandre Dumas padre, chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze? 

Non c'è molto da aggiungere a quanto già detto da tanti osservatori riguardo alle motivazioni domestiche (più precisamente il conflitto interno al Partito conservatore) che hanno spinto David Cameron a convocare il referendum. Basterà riportare il severo giudizio che Nick Clegg (già leader dei Liberal-democratici), ha formulato nei confronti dell'ex Primo ministro e del Cancelliere dello scacchiere George Osborne all'indomani del trionfo del Leave: “This need never have happened. When we were in coalition with the Conservatives I was repeatedly asked by them to agree to a referendum on their terms. I refused point blank because elevating internal party rows to a national plebiscite is not good enough” (“Financial Times”, 25-26 giugno 2016).

La “Brexit” ha portato con sé lo sfaldamento di un'intera classe dirigente, e ne ha minato la credibilità; ha provocato le dimissioni del governo britannico e la decapitazione - avvenuta o in corso - della leadership dei due principali partiti di quel paese e persino dello UKIP; ha mostrato l'impreparazione della classe dirigente dell'isola rispetto a un esito possibile, della quale è testimonianza, tra l'altro, l'assenza di un piano chiaro e credibile per il recesso dall'Unione; ha suscitato un'ondata di forte incertezza (anche tra i partigiani del Leave) sugli effetti potenzialmente durissimi che l'addio all'UE potrà provocare. 

I due referendum francesi sopra richiamati da un lato, e la Brexit dall'altro, sebbene siano eventi ben diversi, sono tenuti insieme da quello che ci dicono riguardo al rapporto tra leadership politiche nazionali ed “Europa”. Tutti e tre illustrano bene, tra l'altro, la tendenza a “giocare” con l'Unione, sovente ridotta a ingrediente di avventate alchimie politiche interne. La Brexit ha elevato all'ennesima potenza questa propensione, aggiungendovi una buona dose di ipocrisia – manifestatasi con “l'appello al popolo” perché questo decidesse sull'appartenenza del paese all'UE, mentre sul piano comunitario gli spazi per l'istituzione rappresentativa della sovranità popolare, il Parlamento europeo, sono stati scientemenre ridotti, anche per volontà del governo di Londra, a favore di un “intergovernamentalismo” sempre più opaco, paralizzante e quindi inefficace. Verrebbe da dire che l'integrazione europea è cosa troppo importante per lasciarla a leadership altezzose e/o inadeguate, pronte a scommesse rischiose per un po' di popolarità in più. Bisognerebbe allora pensare a come spezzare il legame tra i cicli elettorali nazionali e i destini dell'Europa. Quella strada è lunga, complicata e incerta. Ma un risultato, almeno, sarebbe sicuro, e non dei meno importanti: si scoraggerebbe l'inclinazione dei ceti dirigenti (?) nazionali a giocare agli apprendisti stregoni con “l'Europa”, con il connesso rischio che la scopa magica da essi creata, una volta fuori controllo come nel famoso componimento, spazzi via quanto di buono (ed è molto) è stato raggiunto in più di 60 anni di integrazione europea.

 

 

 

 

* Daniele Pasquinucci è Professore associato di Storia delle relazioni internazionali nell'Università di Siena.