Ultimo Aggiornamento:
04 luglio 2020
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Argomenti

Derive critiche nella scuola della facilitazione

Francesco Provinciali * - 08.02.2020

Siamo ormai nel 46°anno dall’entrata in vigore dei cd. Decreti delegati nel sistema scolastico italiano (31 maggio 1974) e pare utile fare un provvisorio bilancio di questa importante riforma del sistema scolastico italiano e delle sue derive radicate in quasi mezzo secolo di esperienza.

Il Decreto più noto è il 416 poiché introdusse il principio della partecipazione democratica alla vita della scuola, istituendo i cd. organi collegiali che sancirono l’ingresso della componente dei genitori e – nelle superiori- anche di quella degli studenti nei consigli di classe e nei consigli di circolo e di istituto.

Molta acqua è passata sotto i ponti della gestione collegiale della scuola, con luci ed ombre: da un lato c’è chi ha lamentato una eccessiva ingerenza delle famiglie nelle questioni tecnico-didattiche-metodologiche proprie degli insegnanti. Altri hanno evidenziato come questo sistema abbia creato ulteriore burocrazia nella scuola, appesantendo le procedure di gestione con passaggi nuovi e spesso conflittuali, non di rado con interferenze della politica.

La partecipazione allargata alla gestione della scuola ha certamente favorito un processo di crescita e di consapevolezza intorno ai temi educativi e didattici, agli assetti organizzativi ed istituzionali, istituendo accanto alle tradizionali figure monocratiche una serie di organi collegiali a più livelli, composti dalla componente dei docenti, leggi tutto

L’instabilità del quadro politico italiano

Paolo Pombeni - 05.02.2020

Il quadro politico italiano rimane instabile, perché è privo di centri capaci di organizzarlo in maniera tanto accettabile, quanto adeguata alle sfide che sono sul tappeto. Parliamo di centri al plurale, perché continuiamo a credere che sia un falso problema quello della ricostruzione di un mitico “Centro” così come per un quarantennio sarebbe stata la Democrazia Cristiana.

Quel partito fu, almeno per una lunga fase, certamente tale per la sua contrapposizione alla “sinistra” identificata nell’alternativa del comunismo che pretendeva di egemonizzarla. Non lo fu in assoluto perché, anche qui per un tratto non breve, si considerò una componente essenziale del riformismo italiano. Come sempre nella storia si può discutere sulla tipologia di quel riformismo, ma è difficile negare che molte delle trasformazioni dell’Italia dal dopoguerra alla fine degli anni Settanta furono gestite dalla DC in rapporto, dialettico, ma fino ad un certo punto, col riformismo laico, prima dei repubblicani e presto, superati un po’ di muri ideologici, anche dei socialisti.

Certo il riformismo democristiano stava in un partito che teneva dentro anche una forte componente conservatrice (in alcune appendici assai contigua alla destra), ma ciò avveniva per l’imposizione da parte della Chiesa dell’unità politica dei cattolici. Vale invece maggiormente la pena di leggi tutto

Gli anni di Putin: 2) L'economia

Francesco Cannatà * - 05.02.2020

Fine degli anni ‘90. Primo decennio del 2000. Seconda metà del 2014. Tre momenti critici per il prezzo del petrolio. Dai 20 $ al barile dell’ultimo scorcio del XX secolo, ai 140$ degli inizi del nuovo millennio, fino all’altalena, tra i 40 e i 60$, della fase attuale. Se per gli statistici questi sbalzi sono semplici oscillazioni tariffarie, per l’economia di alcuni paesi si tratta di veri colpi al cuore. Dagli shock conseguenti al calo dei ricavi energetici l’URSS ha infatti subito una serie di infarti budgetari che hanno prima paralizzato e dopo necrotizzato la potenza socialista. Una patologia simile percorre anche le vene della nuova Russia. A oltre 30 anni dalla dissoluzione sovietica e nonostante gli sforzi compiuti dai primi due mandati della presidenza Putin (200-2008) e da quella Medvedev (2008-2012) , l’economia di Mosca ha ancora il proprio baricentro nelle materie prime, e il commercio estero russo è sempre soggetto ai prezzi del mercato mondiale del petrolio. Dagli idrocarburi discendono il 70% dell’export, il 50% del bilancio statale e il 50% della produzione industriale nazionale.
Riguardo poi la percentuale di gas e petrolio in mano statale si nota come questa sia in linea con le diverse fasi della politica russa. Massima, 81% nel 1994, gli anni successivi alla dissoluzione sovietica, questa quota tocca il minimo, 13%, nel 2003. leggi tutto

I due Papi

Sabina Pavone * - 05.02.2020

E’ degli ultimi giorni la notizia della pubblicazione in Francia del libro di Benedetto XVI e del cardinale Sarah in merito al tema del celibato (Des profondeurs de nos coeurs, Fayard, 2020) che ha fatto riaffiorare il tentativo delle forze conservatrici di ascrivere il papa emerito al partito anti-Bergoglio, soprattutto in risposta al sinodo dell’Amazzonia svoltosi recentemente a Roma che ha invitato a «stabilire criteri e disposizioni da parte dell'autorità competente, per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti della comunità, che abbiano un diaconato permanente […], potendo avere una famiglia legittimamente costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica».

La scelta di riproporre una curia profondamente divisa, espressione di due visioni della chiesa radicalmente differenti, è una prospettiva molto diversa da quella proposta da I due papi (2019), in programmazione sulla piattaforma di NetflixNonostante il titolo - che potrebbe far pensare a una visione per così dire dicotomica - il film diretto da Fernando Meirelles e interpretato da Jonathan Price (Jorge Mario Bergoglio - papa Francesco) leggi tutto

Il negoziato Usa e UE orfani del multilateralismo

Gianpaolo Rossini - 01.02.2020

Dopo la chiusura del contenzioso commerciale con la Cina Trump mette mano al dossier Europa mantenendo un approccio bilaterale e relegando alla marginalità accordi – come quello di Parigi sul clima - e istituzioni multilaterali – come la WTO. Un atteggiamento che non è nuovo. Già nel 1999 emerge alla luce del sole quando i democratici di Bill Clinton e i sindacati avvallano violente manifestazioni a Seattle contro l’ultima istituzione multilaterale nata nel 1995, la WTO. Un ibrido figlia dello spirito multilaterale del secondo dopoguerra, ma con un sistema decisionale avversato dagli Usa perché basato su “un paese - un voto”. Per cui Washington conta come Malta. Ma non solo per questo alla fine del secolo scorso gli Usa abbandonano il multilateralismo. È cambiato il contesto internazionale diverso da quello in cui nascono le istituzioni multilaterali (FMI, Banca Mondiale etc.) geograficamente limitato (Europa occidentale, Nord America, Giappone e Australia) e che la guerra ha reso omogeneo dal punto di vista politico e militare. Uno scenario dove è possibile separare temi economici, strategici e militari affidandoli a specifiche istituzioni multilaterali (FMI, WB, GATT, NATO, OCSE) in cui Washington ha un ruolo dominante grazie a meccanismi di voto favorevoli (nel FMI gli Usa pesano per quasi 17% di tutti i voti). leggi tutto

Radicalismo e centrismo: due miti della politica italiana

Paolo Pombeni - 01.02.2020

La tornata elettorale di domenica 26 gennaio ha riportato in auge due eterni miti della politica italiana: il radicalismo e il centrismo. In verità mentre il primo si tira in ballo a proposito, il secondo è stato richiamato in maniera strumentale, ma tant’è: sono due vecchi concetti che si rincorrono in tutte le lotte politiche e non solo in quelle del nostro paese.

Il radicalismo, che qui, lo chiariamo subito, non ha niente a che fare con la storia e l’ideologia del partito radicale italiano, è quell’approccio che muove dalla convinzione che per conquistare il consenso sia necessario portare all’estremo le argomentazioni che si propongono. Spesso si coniuga con la demagogia, ma di per sé non necessariamente. Di radicalismo ha fatto largo uso la Lega per propria tradizione, ma ultimamente Matteo Salvini ci ha aggiunto una dose massiccia di demagogia. La sostanza di queste proposte è che il mondo si divida nettamente in due: i buoni e i cattivi, gli angeli e i demoni, i prescelti dal Signore e quelli destinati a priori alla dannazione.

Non si tratta di una prerogativa della destra, perché è uno schema di lotta ampiamente usato anche a sinistra. Proprio le elezioni regionali in Emilia Romagna (non sapremmo dire se leggi tutto

La voce del silenzio

Francesco Provinciali * - 01.02.2020

Non si trovano fisicamente luoghi, in natura e nei contesti organizzati dall’uomo, in cui si possa materializzare il silenzio assoluto.

John Cage – grande musicista del Novecento, tutto genio e sregolatezza – nella celebre partitura intitolata 4.33 era riuscito a dimostrare che il silenzio totale non esiste: il “pezzo”, della durata di quattro minuti e trentatre secondi consisteva nel disporsi davanti ad un pianoforte senza suonarlo.

In quel lasso temporale si potevano udire i rumori di sottofondo che si coglievano nel silenzio della musica non orchestrata: John Cage voleva teorizzare infatti che possiamo attribuire ai suoni e ai rumori che ci circondano una valenza musicale se riusciamo a porci in una condizione di ascolto del mondo (“per me il significato essenziale del silenzio è la rinuncia a qualsiasi intenzione”).

Da questo singolare punto di vista la musica non consiste tanto nell’esecuzione quanto nell’astensione, nella capacità di percepirla intorno a noi senza agire per crearne una nuova se non quella che deriva dalla connessione armonica tra le parti di quella ascoltata o prodotta dalla nostra mente.

Oltre la metafora suggestiva resta intatto il valore del messaggio: la disponibilità all’ascolto genera musicalità che a sua volta conferisce creatività al pensiero.

Il silenzio è soprattutto leggi tutto

Appunti sul voto di domenica scorsa

Luca Tentoni - 29.01.2020

È stato già scritto molto - quasi tutto - sul voto del 26 gennaio in Emilia-Romagna e Calabria. Ci limitiamo dunque, in questa sede, a sottolineare alcuni aspetti particolarmente significativi. Il primo è che il voto regionale non è necessariamente l'occasione per astenersi. Il fatto che nello stesso giorno in Calabria abbia votato il 42,5% (ricalcolato escludendo gli italiani all'estero: 52,3%) e in Emilia-Romagna il 67,7% (71,3%) non è affatto dovuto alla tradizione che vede il Sud più astensionista del Nord. Nel 2014, in Emilia-Romagna si votò meno che in Calabria. La differenza sta nelle motivazioni che spingono gli elettori a recarsi alle urne. Mentre per le politiche c'è un costante interesse generale, per altri tipi di consultazione bisogna tenere conto di tre fattori: 1) c'è una quota di elettori che vota sempre, indipendentemente da tutto; 2) c'è una fascia che vota se la competizione è in bilico o comunque aperta, cioè se il proprio voto conta e può decidere la gara; 3) se ci sono motivazioni mobilitanti (la nazionalizzazione della campagna, per esempio). In Calabria l'esito era scontato: lo si capiva leggendo delle vicende che avevano preceduto la presentazione delle candidature e l'evoluzione politica locale. Quindi, complice il fatto che la partita nazionale si giocava altrove e che la Calabria è una regione che "si può leggi tutto

I buoi e la stalla

Stefano Zan * - 29.01.2020

Normalmente non è considerata operazione intelligente quella di chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Eppure è esattamente quello che ha fatto Di Maio con le sue dimissioni. Nel rendicontare puntigliosamente tutti i risultati positivi conseguiti dal movimento da lui guidato negli ultimi due anni si è dimenticato di dire alcune cose: che già pochi mesi dopo la nascita del primo governo Conte quasi metà degli elettori se ne era andata con la Lega; che dal fatidico giorno in cui il Movimento ha raggiunto il 32% a livello nazionale ha perso, e malamente, tutte le elezioni amministrative e quelle europee; che nelle ultime settimane è stato consistente il passaggio di parlamentari nel gruppo misto e qualcuno anche nella Lega; che, al di là degli attacchi espliciti di pochi, il Movimento era diventato ingovernabile e di fatto non governato; che le riforme organizzative annunciate molti mesi fa sono arrivate solo ieri in zona Cesarini.

Quindi le dimissioni (tardive) di Di Maio sono un fulgido esempio di chiusura della stalla quando ormai è quasi vuota.

Nello stesso tempo è evidente che le dimissioni hanno una forte componente tattica in vista degli stati generali che i terranno a marzo. Se fosse arrivato a quelle assise ancora in carica leggi tutto

Gennaio Secco. No all'alcol per un mese: tra salute pubblica ed economia

Claudio Ferlan - 29.01.2020

Proposto nel 2013 e attivato nel 2014, in Gran Bretagna è ormai ben noto il Dry January (Gennaio Secco), iniziativa che consiste nella sospensione del consumo di alcol per un mese. La scelta del mese di gennaio si spiega facilmente con l’invito a rifiatare dopo gli eccessi vacanzieri. In questi sei anni la campagna lanciata da Alcohol Change UK si è diffusa fuori dai confini del Regno Unito, anche se non ha avuto grande eco in Italia. Fatta eccezione per un articolo pubblicato lo scorso 16 gennaio su cucina.corriere.it, dedicato però più al costume e alle alternative al consumo alcolico che non all’informazione sul Dry January, è infatti piuttosto raro trovarne traccia sui media del nostro Paese.

Di tutt’altra portata e la risonanza avuta dalla proposta sulla stampa francese, dove Le Figaro e Le Monde in primis hanno dedicato pagine molto approfondite alla questione. Una controversia è sorta dopo l’annuncio che Janvier Sec (sappiamo bene che oltralpe si tende a tradurre sempre) si sta promuovendo senza l’appoggio, fino a novembre dato per scontato, dell’Agenzia per la Sanità Pubblica. Su pressione delle lobby legate all’industria vitivinicola, leggi tutto