Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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Argomenti

Lo spirito delle leggi e l'etica dei comportamenti

Francesco Provinciali * - 08.06.2019

Nel paese di Macchiavelli e Guicciardini il rapporto tra etica e politica ha sempre suscitato dibattiti emotivamente coinvolgenti. Tuttavia la distinzione tra gli approfondimenti teoretici e le applicazioni pratiche ha separato gli studi dalla realtà: di alto profilo i primi, tendenzialmente accomodante la seconda.

Ciclicamente quella che viene tendenziosamente chiamata “giustizia ad orologeria” porta alla luce scandali o episodi di corruzione ma ciò avviene in particolar modo in prossimità delle tornate elettorali.

Fino a configurare una sorta di sistema che gestisce dazioni, tangenti, concussioni, peculato, voto di scambio ed altre peculiarità che descrivono una estesa ramificazione della politica clientelare (non necessariamente in senso strettamente partitico) che supera il concetto di casta, abbondantemente spiegato da G.A. Stella e S. Rizzo, poiché si estende a tutti i livelli di gestione della cosa pubblica, fino a diventare costume e prassi prevalente.

Quella classificazione duale – i potenti da una parte e la gente comune dall’altra – sembra superata dall’emergenza sempre più diffusa di legami, intrecci, appartenenze, cordate e congreghe che funzionano secondo un modello “a cascata” nel quale leggi tutto

L'arcobaleno euroscettico

Luca Tentoni - 05.06.2019

I protagonisti principali della campagna elettorale per le europee sono stati gli "euroscettici". Temuti, amati, odiati, forse un po' sopravvalutati (nei grandi paesi hanno vinto solo in Italia e Gran Bretagna, mentre in Francia la Le Pen ha ottenuto il primo posto ma con una percentuale minore rispetto al 2014). Gli euroscettici e gli eurocritici si sono comunque ritagliati uno spazio, anche se non governeranno le istituzioni dell'Ue per i prossimi cinque anni. Molti di questi partiti sono populisti, "perché tutti i populisti sono euroscettici, ma non tutti gli euroscettici sono populisti". Ce lo ricorda Carlo Muzzi, autore di un recentissimo volume per Le Monnier ("Euroscettici - Quali sono e cosa vogliono i movimenti contrari all'Unione europea"). Il libro, che si apre con la prefazione di Cas Mudde, non vuole cercare di offrire una definizione del fenomeno populista (anche se delinea in qualche modo il campo ed offre strumenti interpretativi) ma ha l'obiettivo di dare la parola ad alcuni esponenti dei partiti che - con sfumature e obiettivi diversissimi fra loro - sono critici o molto critici con l'Ue. Muzzi ha incontrato e intervistato nove leader, fra i quali il britannico Nigel Farage, la greca Afroditi Theopeftatou (Syriza), il francese lepenista Louis Aliot ed leggi tutto

Riflessioni sulla crisi dell'unione europea

Michele Amicucci * - 05.06.2019

L’Europa in quanto unione entra nella sua lunga crisi odierna quando al compromesso sociale e all’intervento pubblico dell’età dell’oro va a sostituirsi il credo culturale del “Nuovo consenso” e la pratica neoliberista che assegna supremazia ai mercati sulla politica. Questo è il presupposto sul quale rintracciare le ragioni di disgregazione dell’Unione, ritratte nel disincantato e brillante saggio di Ivan Krastev, Gli ultimi giorni dell’Unione. Sulla disintegrazione europea (LUISS University Press, Roma, 2019). L’autore, sensibile per esperienza diretta alla natura contingente delle disintegrazioni di strutture politiche sovranazionali, pone in rilievo gli errori di traiettoria europei e le loro conseguenze politiche. L’andamento intravisto nella storia del mondo e posto acriticamente da Bruxelles e dalle sue élite plutocratiche (sofferenti di “disturbo autistico”) alla politica europea post 1989, con il corollario della riduzione della sovranità statale nella definizione delle “politiche” economiche, ha chiamato a farsi nuovamente sotto il fattore nazionale. Nell’odierno trionfo dei sovranismi, che riguardano maggiormente le periferie europee – non essendo estranei al centro –, vi è la fine dell’universalismo liberale europeo coi derivati rischi di disgregazione definitiva. La stessa crisi dei migranti, considerata dall’autore “rivoluzione” da nuovo millennio, ha cambiato drasticamente la natura delle politiche democratiche a livello nazionale, ribadendo l’attualità della rivincita dei nazionalismi. leggi tutto

L’agonia dei 5Stelle

Stefano Zan * - 01.06.2019

In un qualsiasi partito del mondo che in un anno perde il 50% dei voti, pari a sei milioni di elettori, per prima cosa il leader rimette il suo mandato. Dopo di che si apre un confronto interno che con il tempo porta all’individuazione di una nuova linea politica e di un nuovo leader.

Di Maio però non lo ha fatto e non poteva farlo per diverse ragioni.

Intanto non è un leader ma un capo politico nominato dai due leader esterni (Grillo e Casaleggio) e a loro risponde in prima istanza.

Poi non saprebbe a chi rassegnare le sue dimissioni perché il partito non esiste, non ha organi istituzionali (direzione, assemblea, congresso) e quindi al massimo può rimettere il mandato alla piattaforma Rousseau che formalmente lo ha incoronato.

Infine non ha tempo perché la questione cruciale è se restare e a quali condizioni al governo, decisione che deve essere presa in tempo reale.

Ma il problema principale è quello della linea politica, della strategia di medio lungo termine che nel caso dei 5 Stelle è così inesistente da non aver prodotto al suo interno alcuna possibile alternativa. Ad oggi la linea dei 5Stelle è stata semplicemente la sommatoria di singoli provvedimenti (e il blocco di altri) leggi tutto

Il declino del M5S e la democrazia virtuale del web

Francesco Provinciali * - 01.06.2019

A margine dei risultati delle elezioni europee vorrei riprendere la riflessione avviata tempo fa in una intervista con l’editorialista del Corriere della Sera Antonio Polito in merito alla situazione politica, considerando la domanda e la risposta ad essa più pertinenti.

Domanda. “Nel 1992 Andreotti definì la Lega come un’espressione di protesta, destinata ad una rapida dissoluzione. Visti gli esiti successivi, di segno opposto, possiamo valutare allo stesso modo l’esplosione del Movimento 5 stelle oppure si tratta di un fenomeno destinato a durare e – se mai – ad espandersi, modificando radicalmente la politica italiana?”

          Risposta di Polito. “Direi che è un po’ troppo presto per valutare. La previsione di Andreotti non

          specificava l’entità della durata della Lega.

          Per quanto riguarda Grillo” la mia idea è che si tratti di un fenomeno transeunte, destinato a sparire

          abbastanza rapidamente. La Lega aveva un radicamento territoriale e la mission della politica a favore   

          del Nord. Questo invece è un movimento disarticolato, meno strutturato, con meno radicamento

          territoriale, per esempio non ha sedi o sezioni.

          Tuttavia occorre considerare un aspetto importante.

          Il Movimento 5 stelle porta in politica un’istanza sempre più diffusa nella società, che io trovo anche

          perniciosa: quella di chi ha smesso di credere nel progresso e nella crescita economica leggi tutto

Il cambiamento non si risolve in una notte

Paolo Pombeni - 29.05.2019

Dunque finalmente le urne hanno parlato e dovremmo avere un quadro di cosa ci aspetta dopo mesi di battaglie fra i partiti senza esclusione di colpi. La realtà però è più sfuggente, se non vogliamo limitarci a registrare i successi che ci sono stati in questa lotta di tutti contro tutti.

Da questo punto di vista è semplice fare il quadro. Salvini ha stravinto, ma anche la Meloni con FdI ha avuto un risultato di gran lunga superiore alle previsioni. Il PD ha recuperato bene se si considera il trend non favorevole alle tradizionali forze socialiste, ha riconquistato città importanti come Milano e Roma, ma è lontano dalle cifre di quando era il dominus della politica italiana. Malissimo sono andati i Cinque Stelle che non hanno capito che non si vive solo di artifici verbali dopo che si è stati messi alla prova del governo. Sostanzialmente male è andato Berlusconi che ha dovuto constatare che la sua immagine non trascina più e di conseguenza FI è diventata un partito marginale.

Fuori di questi non c’è storia, a dimostrazione che se si mette una soglia di sbarramento ragionevole e si impediscono i giochetti delle finte coalizioni elettorali non c’è spazio per le ambizioni dei numerosi piccoli gruppi leggi tutto

Match point

Francesco Provinciali * - 29.05.2019

La lunga parentesi del contratto di governo, dalla sua genesi al risultato delle elezioni europee, è stata in realtà una alternanza di riposizionamenti interni, una sequela di conferme e distinguo, una interminabile diaspora che ha toccato i livelli più esacerbati nei toni e nei modi proprio in prossimità del voto del 26 maggio. Se le metafore descrivono per parole ed immagini la realtà e le sue allegorie, questa infinita campagna elettorale può essere paragonata ad una estenuante partita a tennis, con ace vincenti, volée incrociate, passanti diritti, set point mancati, tie break interminabili. Ma all’esito del voto tra i due contraenti conflittuali- oltre alla sensibile ripresa del PD e alla crescita di FDI - c’è stato un solo vincitore: Matteo Salvini che ha portato la Lega ad un risultato straordinario, raccogliendo consensi da nord a sud e ribaltando i rapporti di forza nella compagine governativa.

Raddoppiando i voti rispetto alle politiche 2018 mentre il M5S li ha drammaticamente dimezzati.

Nel film “Match point” di Woody Allen è la pallina che picchia nella rete e cade nel proprio campo la metafora esplicativa del destino che gestisce realtà e apparenze, anche nelle loro contraddizioni: così è nella politica poiché ciò che appare risolutivo è il colpo vincente che leggi tutto

Lo scrutinio permanente

Luca Tentoni - 25.05.2019

Il voto del 26 maggio non esaurisce il continuo ciclo elettorale che ormai caratterizza la politica italiana. Fino al 1970, gli unici appuntamenti nazionali con le urne erano riservati alle elezioni per il rinnovo di Camera e Senato, che si tenevano regolarmente ogni cinque anni (1948, 1953, 1958, 1963, 1968). C'erano poi le elezioni comunali e provinciali, alle quali veniva attribuito un valore non trascurabile in rapporto al quadro politico generale, come dimostrano l'"operazione Sturzo" (fallita) del 1952 in vista delle comunali di Roma (che determinò la rottura insanabile fra De Gasperi e il Pontefice Pio XII) e l'attenzione che molti studiosi dell'epoca (fra tutti, Celso Ghini, mai ricordato abbastanza, autore di elaborazioni di gran pregio e precisione per il Pci) cominciavano a dedicare ai "test" locali. Con un'affluenza intorno o superiore al 90%, il popolo italiano andava alle urne ogni cinque anni per un esercizio di democrazia che assumeva un grande valore anche sul piano simbolico. Le strategie dei partiti erano basate sulla durata della legislatura, sia pure - come si diceva - tenendo conto delle "piccole elezioni di medio termine" in città e province. Dal 1970 con l'elezione dei consigli regionali (15 regioni a statuto ordinario), dal 1972 con le prime elezioni politiche anticipate (seguite da altri quattro scioglimenti anticipati: 1976, 1979, 1983, 1987), dal 1974 col leggi tutto

Generazioni: tra conflitto e sostenibilità

Francesco Provinciali * - 25.05.2019

In un recente saggio di Giovanni B. Sgritta e Michele Raitano dal titolo “Generazioni: tra conflitto e sostenibilità”, pubblicato su “La rivista delle politiche sociali” - gli autori prendendo atto della ciclicità del tema - ne sottolineano la specificità  inedita correlata alle dinamiche del presente, rapportandole ai temi che le caratterizzano nel secondo dopoguerra: la rivoluzione demografica, l’indebolimento dei sistemi di welfare, il declassamento dei titoli di studio, l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e le sue tutele, i cambiamenti in atto nella famiglia. L’assenza di politiche giovanili e il convogliamento degli investimenti nella terza e quarta età hanno di fatto creato le condizioni per una divaricazione in termini di diritti e di fruibilità, sofferta come precipua condizione di disagio e di difficoltà di accesso al mondo del lavoro da parte dei giovani. Un gap che ha reso la precarietà il correlato speculare antropologico del nostro tempo.

Se nel 1951 (primo censimento del dopoguerra) i giovani fino ai 19 anni erano il 26,5 % del totale, nella proiezione del 2020 arrivano appena al 17%; viceversa gli ultra65enni che allora erano l’8,25 si preannunciano triplicati al 23%, così che l’indice di vecchiaia risulta in tendenza parimenti triplicato e quello giovanile dimezzato, mentre l’incidenza della povertà assoluta tra gli under 34 leggi tutto

Quale spazio per la virtù nella società libera?

Carlo Marsonet * - 25.05.2019

La modernità ha consentito all’uomo di diventare adulto. Essa ha liberato le individualità, ha reso possibile la presa di consapevolezza che ciascun individuo è una irriducibile sostanza pensante ed agente con peculiarità, interessi, passioni e obiettivi che solo a lui appartengono e in qualche misura contribuiscono a definirlo. Il “rischiaramento delle menti” è stata una straordinaria conquista, foriera di mutamenti epocali e prodigiosi traguardi raggiunti. La società libera affonda le sue origini anche in questo processo. Nondimeno, come qualsiasi conquista positiva, essa cela anche un lato oscuro, un’insidia dalle molteplici facce e dagli esiziali risvolti.

La libertà dei moderni, infatti, pone non pochi dubbi sulla sua possibile conciliabilità con concetti quali virtù, bene comune e giustizia. L’individualismo, si sente sovente ripetere, ha rotto i granitici lacci con la tradizione, ha spazzato via qualsiasi possibilità di (ri)costituzione di un orizzonte di senso condiviso, ha eroso le basi per la (ri)fondazione di un bene comune contenutisticamente pieno ed eticamente fondato. In definitiva, ha dato vita al regno di anomia e all’espansione di un greve disorientamento.

Ora, è irrefutabile che la società libera sia l’antitesi della società chiusa, e quindi la tentazione di leggi tutto