Ultimo Aggiornamento:
23 gennaio 2019
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Argomenti

Appunti sulle elezioni europee, a otto mesi dal voto

Luca Tentoni - 29.09.2018

Alla fine di maggio del 2019, gli italiani saranno chiamati per la nona volta ad eleggere i propri rappresentanti al Parlamento europeo, ma forse sarà la prima occasione, a quaranta anni dal voto del ‘79, per esprimere davvero un'opinione sull'Europa. È vero che in passato ci furono momenti di grande coinvolgimento, come appunto il voto del 10 giugno 1979 (una settimana dopo le elezioni politiche: fu la prima prova di partecipazione popolare - con un'affluenza dell'86,1% sul territorio nazionale - alla vita di quella che allora era la CEE) e quello del 18 giugno 1989 (col contemporaneo referendum consultivo pro-Europa, che ebbe un sì plebiscitario), ma è anche vero che gli italiani hanno sempre utilizzato le "europee" per esperimenti politici (voti "in libera uscita": nel 1979 verso Pli e Radicali, nel 1984 verso il Pci in memoria di Berlinguer, nel 1989 verso i Verdi e la Lega lombarda, nel 1994 portando Forza Italia al 30%, nel 1999 premiando i Democratici di Prodi e la lista Bonino, nel 2009 rafforzando l'Idv dipietrista e nel 2014 facendo arrivare il Pd di Renzi al 40,8%), considerandole appuntamenti poco importanti. Lo scarso interesse verso il voto europeo è stato testimoniato dal crollo della partecipazione popolare, più marcato rispetto a quello delle politiche: nel 1979, il 3 giugno, l'affluenza alle urne per il rinnovo della Camera dei leggi tutto

Il vertice di Salisburgo: inizio dell’ultimo atto della separazione del Regno Unito dall’Europa?

Francesco Lefebvre D’Ovidio * - 29.09.2018

Il summit informale dei capi di stato o di governo della UE di Saliburgo (19-20 settembre 2018) ha segnato “l’umiliazione” – secondo la pressoché unanime stampa britannica – di Teresa May, una grave frattura nei negoziati per l’uscita del Regno Unito dalla UE e, forse, la loro conclusione negativa insieme alla possibile caduta dello stesso governo May. Tale catastrofico risultato è la risultante di errori di fondo e di tattica, nonché di comunicazione, che possono essere distribuiti quasi uniformemente fra la stessa May e gli organi dell’articolato sistema di governo dell’Unione: il presidente pro-tempore del consiglio europeo, Tusk, il presidente della commissione, Junker, il negoziatore Barnier, i capi di governo e di stato tedeschi e francesi, Merkel e Macron. Ma la frattura fra Europa e Regno Unito viene senza dubbio da lontano e ha motivazioni più profonde.

Lo scisma che si sta consumando apparve già evidente dal 1917-19, quando si iniziò a discutere di una “Lega delle Nazioni” (allora, data l’esistenza degli imperi coloniali, essenzialmente costituita dai governi europei e da quello statunitense, oltre a pochi altri, privi di qualsiasi rilievo). Il comitato ministeriale di giuristi all’uopo costituito dal governo britannico, il Phillimore Committee, stabilì che il RU era contrario a qualsiasi forma di governo sovranazionale. leggi tutto

Una politica che ribolle

Paolo Pombeni - 26.09.2018

Le inevitabili fibrillazioni intorno alla preparazione della legge di bilancio mettono sotto i riflettori la fase magmatica della nostra politica. Non ci sono situazioni stabilizzate perché non si capisce bene cosa riservi il futuro: nessuno è veramente in grado di fare previsioni. In questa situazione tutti vagano alla cieca, menando fendenti all’aria con il rischio, anzi quasi la certezza di finire per colpire sé stessi e i propri amici.

La questione essenziale per i partiti vincitori della competizione dello scorso 4 marzo è di trovare il modo di accreditarsi definitivamente come il futuro del paese, almeno nel breve periodo (poi si vedrà). È ormai chiaro che non possono farlo semplicemente mettendo sul tavolo le loro fantasmagoriche promesse elettorali, ma lo è altrettanto che non possono tranquillamente archiviarle. Hanno bisogno di convincere che si farà tutto, ma nei tempi dovuti. Ed è qui che nascono i problemi.

Per accreditarsi come coloro che hanno iniziato un percorso di cambiamento che porteranno a termine nel corso della legislatura avrebbero bisogno di credibilità come uomini di governo e qui casca l’asino. La situazione è piuttosto diversa fra Lega e Cinque Stelle, ma punti di contatto ne esistono.

La Lega ha indubbiamente alle spalle esperienze di governo in regioni importanti dove ha leggi tutto

I dazi di Trump: un secondo fine?

Gianpaolo Rossini - 26.09.2018

Il 24 settembre scattano dazi del 10% su un volume di circa 200 miliardi di importazioni Usa dalla Cina. Alla fine del 2018 l’aliquota salirà al 25%. Dopo poche ore dall’annuncio di Washington la Cina risponde con analoghe misure protettive limitate però a circa 60 miliardi di importazioni dagli Usa: tempi e aliquote sono esattamente gli stessi: 24 settembre e 31 dicembre.

Quali sono gli obiettivi di misure di protezione su cui l’amministrazione Trump insite da mesi? Alcuni sono chiari. Altri sono meno decifrabili.

Tra i primi c’è il desiderio di ridimensionare il WTO.  Un obiettivo che vien da lontano, dal 1999 quando la prima manifestazione violenta antiglobal ha luogo a Seattle per protesta contro una seduta del WTO nato appena 5 anni prima. Organizzata soprattutto dai sindacati e neonati movimenti no-global è guardata con una certa simpatia dal partito democratico dell’allora presidente Clinton. Qual è il problema del WTO? Semplicemente è l’organizzazione internazionale più democratica del globo dove ciascun paese ha un voto e quello di San Marino conta come quello della Cina. Anche se questo sistema di voto non impedisce a grandi paesi di contare di più è certo un handicap che vanifica in parte il multilateralismo di cui il WTO è l’espressione più completa. Introdurre dazi doganali in maniera spregiudicata giustificandoli formalmente leggi tutto

Un paese bloccato

Paolo Pombeni - 22.09.2018

Altro che governo del cambiamento: oggi l’Italia è un paese bloccato nelle sue contraddizioni che gli impediscono di prendere in mano il problema del suo futuro. Vediamo qualche elemento di questo contesto.

La prima considerazione da fare è che siamo in una situazione in cui manca qualsiasi effettiva possibilità di instaurare una dialettica fra maggioranza di governo e opposizioni. L’attuale esecutivo sa benissimo che non può essere battuto in parlamento, perché ciò presupporrebbe una convergenza fra forze politiche diverse le quali non hanno alcuna compatibilità che consenta loro di unirsi. Non ci sarebbero neppure i numeri, ma se ci fosse la possibilità di un fronte alternativo potrebbe accadere che si staccassero componenti della attuale maggioranza in modo da consentire l’alternativa. In fondo è così che si fanno le rivoluzioni parlamentari. Oggi per qualsiasi componente di M5S o Lega staccarsi dalla casa madre per passare con le opposizioni sarebbe un suicidio. Del resto il PD perde ogni giorno di più attrattività, l’estrema sinistra è un fantasma senza corpo, Forza Italia è una formazione che ormai Berlusconi ha costretto ancora più di prima ad agire unicamente al servizio della conservazione di qualche suo interesse personale (vedi il recente caso della nomina del vertice Rai).

Tuttavia questa condizione leggi tutto

Il populismo: una fuga ribelle dalla modernità

Carlo Marsonet * - 22.09.2018

Sono tempi davvero fertili per la rilettura di alcuni classici. In modo particolare, la rivolta populista oggi in atto può essere efficacemente considerata sotto la lente analitica di autori come Tocqueville, Ortega y Gasset e Hayek, solo per citarne alcuni. Se, da un lato, tale “ribellione” è causata da motivazioni contingenti dovute al contesto sociale, politico ed economico odierno, d’altro canto si tratta di un prodotto che in qualche modo è coltivato all’interno della democrazia stessa e, pertanto, ha un’origine più profonda e latente.

Il populismo non nasce dal nulla, evidentemente. Non è, pertanto, la causa prima di una crisi. Piuttosto, si configura come l’esito di uno squilibrio socio-politico-economico, ma anche culturale, causato da eventi o processi che vanno ad impattare sulla struttura di un paese. La globalizzazione, la conseguente perdita di salienza delle democrazie nazionali e il crollo di certezze che si credevano acquisite una volta per tutte alimentano sentimenti di ostilità e rancore nell’ “uomo-massa”, descritto da Ortega, nei confronti di chi attenta al suo status, considerato come un diritto inalienabile, quasi naturale. Costui, tipico prodotto della “democratizzazione fondamentale” e della massificazione delle società opulente, sviluppa in un certo senso una sorta di capricciosa tracotanza senza limiti che lo porta a

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La "centralità" di Salvini

Luca Tentoni - 19.09.2018

Probabilmente questo è il momento politico più favorevole al leader leghista Salvini. Da un lato, la maggioranza di governo supera il 60% dei consensi (o, meglio, delle intenzioni di voto espresse nei sondaggi); dall'altro, una parte dell'opposizione (Forza Italia e Fratelli d'Italia) si prepara a quella che potremmo definire una "non belligeranza" nei confronti dei provvedimenti dell'Esecutivo (ma solo di quelli di marca leghista). Nel frattempo, quel che resta dell'opposizione parlamentare ha consensi e seggi di scarso peso (Leu, Più Europa) oppure versa in una profonda crisi d'identità (il Pd, sul quale non si può neppure formulare un pronostico di sopravvivenza senza scissione di qui a un anno). Il ministro dell'Interno non potrebbe desiderare di meglio. Di fatto, mediaticamente è lui il capo del governo, anche se la realtà è più articolata. Partito col 17% dei voti delle politiche contro il 32% del M5S%, si ritrova "socio di maggioranza" (con un vantaggio che nei sondaggi oscilla fra l'1 e il 3%) dell'Esecutivo gialloverde (mentre i Cinquestelle restano sotto il dato del 4 marzo, con una flessione stimabile intorno al milione di voti). Inoltre, è dominus incontrastato dell'area di centrodestra, che oggi vale circa un 43-44% (30-31% Lega, 13% Fi-FdI-Altri) e che forse si va ricomponendo anche in Parlamento, in una sorta di leggi tutto

Politica e diritto: problemi aperti

Luigi Giorgi * - 19.09.2018

Fra i caratteri, e i problemi, che la nuova stagione politica italiana ci pone mi sembra ce ne sia uno che va oltre la semplice divisione destra - sinistra o populismo - democrazia (seppur presenti nel dibattito politico/culturale del nostro tempo), per riproporci, in tutta la sua forza, la classica contrapposizione fra il diritto e la politica: una contrapposizione/tensione che dai tempi di Antigone, seppure proposta in modi diversi, contraddistingue la politica occidentale. E non nel senso del semplice contrasto fra magistratura e governo, che pure ne rappresenta un epifenomeno, cui è stata ridotta recentemente.

E le vicende italiane di questi tempi, nella loro tragicità e drammaticità, rappresentano la spia di un confronto fra diritto, inteso come produzione legislativa e rispetto delle norme stesse, e politica, declinata secondo la voce della legittimità data dal voto e dalla capacità di far discendere da questo una sovranità riguardo alle vicende statali, nazionali e anche extra nazionali, relative agli accordi internazionali che regolano la politica estera e non solo.

Certo servirebbe Kelsen, o Schmitt, per dipanare la questione: ma gli eventi di questa estate dal caso della nave “Diciotti” a quello tragico del cosiddetto Ponte Morandi sono lo specchio, per certi versi, di questa tensione e leggi tutto

La "socializzazione televisiva" del Paese (1954-1969)

Luca Tentoni - 15.09.2018

Oggi l'esposizione ai mezzi di comunicazione di massa è continua e "facile", perché è a portata di mano, nel nostro cellulare, sul computer o in uno degli apparecchi televisivi di casa. C'è stato un tempo, però, del quale oggi si parla e si scrive pochissimo, in cui - alla sera - c'erano contadini capaci di prendere una sedia e portarla per alcuni chilometri, fino al bar del paese più vicino, pur di andare a vedere la Tv. In quel periodo, in talune zone d'Italia (Sardegna, Sicilia, Puglia, Basilicata e Calabria fino a tutto il 1956) il segnale della Rai non arrivava neppure. La distanza fra i possessori di apparecchi televisivi in casa, di fruitori in ambito condominiale o amicale, di spettatori nei bar (previo pagamento di una consumazione anche minima) non era solo dovuta al costo del voluminoso "nuovo caminetto" degli italiani (e neppure a quello dell'abbonamento, molto più costoso di oggi), ma a differenze sociali, economiche, territoriali, culturali. Le reazioni di fronte ai programmi della Rai del periodo nascente (1954-1969) non sono state mai univoche, ma hanno avuto una stretta relazione con la classe sociale degli spettatori, con i loro gusti. In quel tempo si è "unita l'Italia", hanno detto alcuni. Forse è più corretto affermare che leggi tutto

Il governo della gazzarra

Paolo Pombeni - 12.09.2018

Che l’attuale governo sia un governo che fa “gazzarra” l’ha dichiarato il governatore della Liguria Toti che non può essere considerato un suo nemico. D’accordo, la definizione si riferiva alla specifica problematica della ricostruzione del ponte Morandi, ma è facilmente estendibile allo spettacolo che l’esecutivo, o meglio alcuni dei suoi membri offrono quotidianamente.

La gestione della vicenda dell’Ilva, le invettive di Salvini contro la magistratura non eletta poi ritirate con un funambolico testa-coda, la telenovela sulla chiusura domenicale degli esercizi commerciali, le solite tirate in materia di immigrazione e connesse reazioni internazionali, il pastrocchio sui vaccini, l’annuncio di affidare ad un personaggio di show televisivi il controllo sui concorsi universitari, sono solo alcuni episodi di un elenco che sarebbe facile espandere. Eppure nonostante questi fuochi d’artificio non sembra crollare il consenso del paese verso la maggioranza giallo-verde e, cosa forse ancor più rilevante, al momento la situazione economica tiene.

Qualche interrogativo su questi fenomeni andrebbe pur avanzato. Proviamo a ragionarci, senza pretendere di aprire chissà quali nuove prospettive.

Il consenso tiene perché la maggior parte dell’elettorato è indifferente a quanto fa il governo nel dettaglio. Innanzitutto teniamo conto che, a stare alle rilevazioni, almeno un 30-35% dell’elettorato continua a voler star fuori dalla competizione politica. leggi tutto