Ultimo Aggiornamento:
20 novembre 2019
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Argomenti

Le crisi ricorrenti diventano sistemiche

Francesco Provinciali * - 07.09.2019

Ciò che siamo soliti definire con l’espressione crisi politica e che ci ha accompagnato in modo continuativo dal dopoguerra ad oggi, potrebbe in realtà essere meglio connotata come “lisi”, cioè come processo di lenta disgregazione del sistema fino alla sua dissoluzione.

Talmente ricorrente è il fenomeno al punto da computare in meno di un anno e mezzo la durata media di un governo: non si tratta allora più di una febbriciattola ricorrente ma di una vera e propria patologia endemica e caratterizzante la fenomenologia politica del nostro Paese.

Il concetto di normalità, inteso come stabilità, capacità di visione e lungimiranza, coerenza agli ideali fondativi, continuità, senso di responsabilità e primazia del bene comune sugli interessi di parte non sembra appartenere al continuum storico della nostra tipizzazione socio-politica-economica: è come se ogni volta ci fosse l’ambizione di ricominciare da capo, con mirabolanti progetti e promesse di terapie risolutive che si rivelano inefficaci e si avviluppano in una sorta di disfacimento autoreferenziale innescato dagli stessi anticorpi che dovrebbero debellare la malattia.

Vista dall’esterno (Europa- comunità internazionale) o rimuginata al suo interno (partiti, sindacati, Istituzioni) la cancrena è come caratterizzata da una ineludibile ripetitività che diventa prassi.

Alla prova dei fatti non c’è coalizione o forza leggi tutto

Ma chi sa se sarà davvero una svolta …

Paolo Pombeni - 04.09.2019

Dunque Rousseau (nel senso della piattaforma di M5S) ha parlato ed ha dato il responso che ci si attendeva: 79,3% di voti per approvare la scelta dei gruppi dirigenti di varare una coalizione col PD diretta da Giuseppe Conte. La controllabilità tanto del numero di votanti (dicono: circa 80mila) quanto delle percentuali dei sì non esiste, perché tutto è gestito da una società privata (neppure dal MoVimento in quanto tale) che però si vanta di stare indicando al mondo la nuova via della democrazia digitale. Peraltro deve trattarsi di un popolo un po’ ondivago, visto che in un passato non molto lontano ha votato per l’accordo con Salvini e per il diniego dell’autorizzazione a procedere contro il leader della Lega: sarà mica perché allora i gruppi dirigenti desideravano quella pronuncia?

Comunque sia, ora con una certa arroganza Di Maio annuncia che parte un governo che presenta due caratteristiche: accoglie in pieno tutto quello che hanno proposto i Cinque Stelle e continua l’opera che questi hanno svolto nel governo precedente. Contraddittorio? No, perché, spiega il capo politico di M5S, non esistono cose di destra o di sinistra, ma solo cose giuste. Il discorso è qualunquistico, letteralmente perché ricorda il modo di ragionare del fondatore leggi tutto

La (buona) politica che manca al Paese

Carlo Marsonet * - 04.09.2019

È stato un agosto difficile. All’umidità che ha reso il caldo in taluni frangenti davvero insopportabile, si è aggiunta, infatti, la crisi politica italiana che ha tagliato il respiro in più momenti. La panoramica circostante, intendiamoci, non è maggiormente edificante. Il problema di un abbrutimento morale, di una deriva malsana che attanaglia la politica e la società è piuttosto evidente, e abbraccia l’Occidente tutto. Basti considerare i richiami che sembrano sedurre molteplici forze politiche, in Italia e fuori. Tendenze sideralmente distanti dalla tradizione liberaldemocratica godono di una sempre più pronunciata simpatia. Si dirà, nel gioco politico costituzional-pluralistico lo scontro tra idee e visioni del mondo contrastanti è parte essenziale del sano funzionamento democratico, del dibattitto conflittuale stante alla base delle nostre società politiche. Democrazie mature, infatti, non possono che abbeverarsi, ovvero trarre linfa vitale da una dialettica politica anche accesa tra i contendenti. Ciò che conta, nondimeno, è che il carattere agonistico venga arginato entro limiti ben definiti, ovvero non faccia esplodere le passioni soggiacenti, come da miglior insegnamento aroniano.

Tralasciando la pure teoria, anche se essa è inestricabilmente legata alla realtà concreta, si osserva una caratteristica, un elemento distintivo e profondo pressoché ubiquo, cioè a dire riscontrabile in tutte le forze politiche. Per semplicità, e per leggi tutto

Le crisi di governo nell’Italia Repubblicana (1946-2019) (*)

Luca Tentoni - 31.08.2019

Dal primo luglio 1946 ad oggi, l'Italia ha avuto 66 crisi di governo, durate in media 33,88 giorni (contando anche quella in corso, con dati aggiornati al 31 agosto 2019, riprendendo uno studio pubblicato dall'autore di questo articolo prima nel 1989 sulla Voce Repubblicana e poi - con l'aggiunta di un testo di Guglielmo Negri - nel 1992, col titolo "L'instabilità governativa nell'Italia repubblicana"). In pratica, il Paese ha avuto un governo "in ordinaria amministrazione" per 2236 giorni (6 anni, un mese e due settimane: molto più di una legislatura, dunque). L'8,3% della nostra storia è trascorso fra consultazioni, incarichi esplorativi, elezioni anticipate, ricerca di nuovi assetti politici. I nostri governi hanno avuto una durata media di 404,18 giorni (dei quali 374,30 nella pienezza dei poteri), però la media non permette di distinguere fra Prima e Seconda Repubblica. In quest'ultima abbiamo avuto 15 governi contro i 51 della Prima, per complessivi 9264 giorni contro 17676 (durata media dei governi: 1946-1994, 346,59 giorni, 33,47 dei quali di crisi; 1994-2018, 617,60 giorni, 35,27 dei quali di ordinaria amministrazione). In parole povere, nella Seconda Repubblica abbiamo avuto governi molto più longevi (in media, 20 mesi e 8 giorni contro gli 11 mesi e 10 giorni della Prima Repubblica) ma crisi leggermente più lunghe. Non tutte le formule politiche degli ultimi ventiquattro anni, però, hanno avuto lo stesso "rendimento" sul piano della durata: leggi tutto

Nuovi modelli di modernità

Fulvio Cammarano * - 31.08.2019

La Destra utilizza da sempre i detriti e le macerie degli tsunami del capitalismo fuori controllo per costruire il proprio, efficace, messaggio politico. Inutile ricordare come la crisi economica seguita al crollo di Wall Street del 1929, innestata sui catastrofici accordi di Versailles, abbia improvvisamente trasformato la folkloristica e minoritaria narrazione nazista in un affascinante e del tutto comprensibile linguaggio di rinascita nazionale. Non c’è bisogno di analisi troppo sofisticate per capire come anche oggi, mutatis mutandis, gran parte del successo della destra "sovranista" italiana (da sempre fisiologicamente presente con sigle e nomi diversi in quasi tutti i Paesi) sia dovuto alla capacità dei suoi leader di portare avanti - sulle devastazioni della crisi finanziaria del 2008 amplificate dalla totale impreparazione delle classi dirigenti a gestire i grandi flussi migratori - una discorso egemonico tutto incentrato su sicurezza e identità nazionale. È in quel messaggio che oggi i settori di opinione pubblica meno sensibili ai temi della libertà e dei diritti individuano una nuova, vera, modernità, quella del "popolo contro la casta", del recupero delle gerarchie in cambio di sicurezza. Non è dunque un caso che l’Italia, con la sua lunga storia di indifferenza per le questioni delle libertà e dei diritti (alimentata sino alla metà leggi tutto

Dieci anni fa la lezione di Amartya Sen sulla giustizia

Mattia Baglieri * - 31.08.2019

È stato pubblicato ad Harvard dieci anni fa L’idea di giustizia (ed. or. The Idea of Justice, Harvard University Press; trad. it. L’idea di giustizia, Mondadori), il saggio di Amartya Sen che ha consacrato l’appartenenza dell’economista Premio Nobel Amartya Sen al campo disciplinare della filosofia politica dopo decenni di ricerca esercitata soprattutto nell’ambito dell’economia dello sviluppo. Già nei suoi contributi macroeconomici più importanti, da Etica ed economia del 1987 a Sviluppo e libertà del 1999, l’accademico indiano – nato nel1933 a Santiniketan, il campus universitario fondato dal poeta Rabindranath Tagore – aveva rimarcato la necessità di una più stretta aderenza dell’orizzonte economico alla teoria politica, rivendicando l’origine propriamente ‘politica’ dell’economia moderna, fondata da Adam Smith nella seconda metà del XVIII secolo quale ramo della "scienza dello statista e del legislatore".

 

Nell’idea della giustizia seniana, che trova una sua epitome in questo importante volume, ritornano senz’altro i grandi nomi dell’economia internazionale moderna, da Condorcet a Edgeworth, dallo stesso Smith a Quesnay e Malthus, ma sono soprattutto i classici del pensiero politico leggi tutto

Una svolta inaspettata?

Paolo Pombeni - 28.08.2019

Quando abbiamo sospeso le nostre pubblicazioni per la pausa estiva non ci aspettavamo la svolta che, probabilmente (al momento in cui scriviamo non si è ancora arrivati ad una conclusione), si determinerà alla fine di questo tormentato agosto.

La svolta non è la caduta del governo gialloverde. Che quella prima o poi ci sarebbe stata era abbastanza prevedibile, anzi stupiva che tardasse. Il successo di Salvini alle elezioni europee, ma soprattutto l’insuccesso dell’orientamento politico che intendeva imprimere al governo (accentuazione delle politiche securitarie, opposizione agli equilibri che si delineavano nella UE), segnalavano una crescente difficoltà a mantenere insieme un esecutivo, anche per il crescere delle insofferenze dei Cinque Stelle.

Inatteso era che la caduta del governo, pasticciata come ormai sempre questa politica priva di cultura istituzionale, potesse portare anziché ad elezioni anticipate (al massimo mediate da un governo di tregua per gestire il varo della legge di bilancio) ad una nuova coalizione fra M5S e PD (con l’appendice di qualche gruppetto minore ormai chiaramente al suo traino). Si tratta di un esperimento che mette insieme due forze assai distanti, anche più di quanto non fossero Lega salviniana e Cinque Stelle: queste erano unite da un sentimento antipolitico e anti-istituzionale e da una leggi tutto

Ancora una volta: "Fate presto"

Francesco Provinciali * - 28.08.2019

La coerenza è una virtù difficilmente conciliabile con la politica che spesso sorprende per disinvoltura, cinismo, trasformismo: tutte sublimazioni del relativismo, della doppiezza e del situazionismo.

Una storia che ci trasciniamo dietro da secoli e che ha caratterizzato il nostro modo di essere, di pensare la “res publica”, di costituire una immagine di sé decisamente negativa al cospetto della storia.

Eppure il Risorgimento e la lotta di Liberazione furono esempi di virtù praticate, di ideali esemplari, di gesti di eroismo in nome di un superiore bene comune. Dal dopoguerra ad oggi contiamo 66 governi in poco più di 70 anni: di coalizione, monocolore, di transizione, elettorali, tecnici, balneari, elettorali, di garanzia.

Forse dimentico qualche passaggio ma cerco un’attenuante nella grande confusione attuale: il politologo Paolo Pombeni la definisce “torre di Babele” ma forse pecca di benevolenza.

Un coacervo di alleanze, scissioni, intrighi, cambi di casacca, compravendita di parlamentari dove anche la parola crisi ha avuto sembianze diverse: ora fulminea, ora latente, ora pilotata, ora di semplice, innocuo rimpasto: come conciliare i fondoschiena con le poltrone, per quantità, peso e numero.

In questi decenni di è assistito ad un progressivo distacco tra paese reale (il popolo) e paese legale leggi tutto

In difesa della “società aperta”: la Central European University (CEU)

Carola Cerami * - 28.08.2019

Il sociologo Ralph Dahrendorf, nella raccolta di saggi La società riaperta, ci ricorda che le “società aperte”, sono quelle che consentono il tentativo e l’errore, il cambiamento e l’evoluzione. Società pluraliste, in grado di ampliare le opzioni, dotate di una sana e robusta società civile capace di esprimere sé stessa attraverso il “caos creativo” delle associazioni, delle istituzioni religiose, delle forme artistiche, delle istituzioni educative e sportive, ambientali e di volontariato. Società che promuovono e tutelano la libertà di stampa e i diritti umani e permettono la migliore espressione della cittadinanza.

La difesa della società aperta, e con essa l’aspirazione alla formazione di “menti libere, in una società libera”, ha costituito la missione prioritaria della Central European University (CEU), sin dalla sua creazione nel 1991. La CEU deve le sue origini non soltanto al filantropo statunitense-ungherese George Soros (allievo di Karl Popper alla London School of Economics and Political Science e attivo sostenitore dei valori della “società aperta”), ma anche, e soprattutto, alla partecipazione di studiosi di fama internazionale, fra questi si ricordano Ernest Gellner e Alfred Stepan (primo Rettore). La CEU è stata fondata con l'obiettivo di incoraggiare, attraverso l'educazione, il processo di transizione democratica nell'Europa centrale e orientale. leggi tutto

La crisi anomala che lascerà un segno

Luca Tentoni - 24.08.2019

Nel corso della lunga crisi di governo (aperta formalmente martedì 20 agosto, ma annunciata da Salvini circa due settimane prima) si sono palesate con evidenza due delle caratteristiche principali della Seconda Repubblica: una, ereditata dalla Prima, è l'impossibilità di avere fiducia nei propri stessi alleati (e colleghi di partito); l'altra, che ha caratterizzato l'ultimo quarto di secolo, è l'impossibilità di un momentaneo "vincitore politico" di mettere a frutto il consenso, anziché dilapidarlo dissennatamente (come accade, talvolta, a chi si aggiudica premi milionari ai concorsi, finendo per diventare in breve tempo più povero di prima). Per semplicità, definiremo la prima caratteristica "lo stato di inaffidabilità" e la seconda "lo stato di dis-grazia". Le giravolte politiche hanno caratterizzato l'intera storia repubblicana (nella Dc si assisteva a continui rimescolamenti e riposizionamenti tattici), ma - fino al 1993 - non avevano portato a grandi cambiamenti. Ad un governo se ne poteva sostituire un altro, composto più o meno dagli stessi ministri e sostenuto da tutti (o quasi) i partiti della maggioranza uscente. All'estero la nostra instabilità governativa (che però non impediva ad alcuni ministri, come Andreotti, di restare al proprio posto per più di una legislatura, nonostante i cambi a Palazzo Chigi) era vista come un fenomeno poco più che folcloristico, leggi tutto