Ultimo Aggiornamento:
20 novembre 2019
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Argomenti

Coalizioni "a responsabilità limitata"

Luca Tentoni - 15.06.2019

Dopo il "vertice" di maggioranza (una pratica non nuova, anche se il governo vuole essere "del cambiamento") la navigazione dell'Esecutivo procede, anche se in acque non certo calme. La crisi può attendere, le elezioni pure. Del resto, a ben vedere, il contratto non rappresenta solo una garanzia esplicita per i contraenti, quella visibile che è rappresentata dall'elenco di temi e di "paletti". C'è anche una garanzia implicita, molto più forte: una controassicurazione che riprende la natura e la prassi dei governi di coalizione (anche di quelli della Seconda Repubblica) e deresponsabilizza i contraenti e i principali esponenti (partiti e leader). A parte i due "nemici" sempre evocati da chi guida il Paese, non volendo assumersi la responsabilità di ciò che non va bene (le colpe vanno ai governi precedenti e, da qualche anno, ai "poteri forti" o agli alleati o alla minoranza del partito che "purtroppo" ti ostacola, impedendo di realizzare paradisi in terra del tutto illusori), il "contratto" fornisce ai soci lo stesso salvacondotto deresponsabilizzante dei vecchi "accordi di coalizione". Così, se non si può realizzare una politica, è colpa del contratto, cioè della necessità di convivere con forze diverse. Naturalmente, non bisogna pensare che il "decisionismo" sia la risposta: anzi, leggi tutto

Flat tax: voto di scambio n.2 e dintorni

Gianpaolo Rossini - 15.06.2019

Il reddito di cittadinanza può essere visto come una forma di voto di scambio tra il partito di governo che lo sostiene e chi beneficia del provvedimento. La flat tax, tanto cara alla Lega e ad una parte del partito di Berlusconi, appartiene alla stessa categoria di interventi. Si vuole infatti cercare un sostegno elettorale che duri nel tempo tra le categorie medio alte di contribuenti, primi beneficiari della flat tax. Un premio generalizzato per legare al partito di Salvini ceti che in parte votano Lega e che in parte volgono il loro consenso soprattutto a sinistra. La flat tax costa molto dal punto di vista del gettito e rischia di scardinare in maniera irreversibile i conti pubblici già in zona rischiosa. Non stimola la crescita perché esiste già per le imprese e per le categorie professionali autonome che sono quelle più dinamiche. E quindi non farà altro che aumentare il risparmio delle famiglie a spese del crescente disavanzo pubblico. L’unica esigenza a cui la flat tax potrebbe andare incontro è quella della semplificazione. Ma non c’è nessuna garanzia che questo avvenga perché per questo occorre eliminare o raggruppare molte imposte, come quelle locali, che la flat tax non sfiora neppure. leggi tutto

Rapporto OCSE: saldo negativo per l'Italia tra fuga di cervelli e nuovi ingressi

Francesco Provinciali * - 15.06.2019

È stato appena licenziato un Rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) che fornisce dati preoccupanti per l’Italia circa il saldo uscite/nuovi ingressi nell’area dei “talenti” potenzialmente utilizzabili nel contesto di professioni altamente qualificate.

Un saldo negativo in quanto la cd. “fuga dei cervelli” in esodo dal nostro Paese non è compensata da un equivalente trend in entrata e ciò a motivo di un evidente sbilanciamento tra le opportunità offerte all’estero per chi emigra rispetto a quel mix di fattori che potrebbero costituire per chi fa ingresso in Italia un corrispettivo e reciproco motivo di scelta prioritaria.

Il piatto pende sul versante “exit” e non ci sono contrappesi sul piatto opposto per il mix di ragioni che l’Istituto parigino analizza in un’ottica comparativa tra Paesi aderenti, dati alla mano.

Gli studi più recenti dell’Istat e del Censis sulla emigrazione culturale hanno già evidenziato per conto loro un progressivo impoverimento nelle professioni “alte” dovuto al trend crescente degli esodi dei neo laureati alla ricerca di un impiego corrispondente al livello di studi. leggi tutto

Il richiamo della foresta

Paolo Pombeni - 12.06.2019

Tutti a interrogarsi su cosa abbia determinato la virata del premier Conte verso un’immagine da severo uomo delle istituzioni, fino a spingere qualcuno a parlare di un novello Monti forgiato in qualche officina dei ceti dirigenti (al Quirinale?). Su quella china si è immaginato una specie di commissariamento del governo con la triade Conte-Tria-Moavero per marginalizzare i due azionisti della maggioranza. Che ci sia una certa inclinazione in quelli che i polemisti anti-establishment chiamano “i giornaloni” ad accreditare questa possibilità può anche essere, ma temiamo sia più la ricerca di una speranza di sottrarsi al destino della preminenza di Salvini, che non l’analisi di quanto sta realmente succedendo.

A noi sembra che nella nuova situazione che si è delineata dopo la recente orgia elettorale più banalmente ciascuno risponda ad una sorta di richiamo della propria foresta di provenienza. Sono costretti a farlo da un contesto che non consente per ora il passaggio chiarificatore della crisi di governo, la quale però resta sullo sfondo come ciò con cui prima o poi si dovranno fare i conti.

Ecco dunque che il presidente Conte pensa al dopo, quando difficilmente potrà avere ancora un ruolo politico e dovrà tornare al suo mestiere, cioè a quello del leggi tutto

I limiti del CSM

Stefano Zan * - 12.06.2019

I recenti fatti di cronaca hanno messo ancora una volta sotto accusa il ruolo delle correnti all’interno del CSM. In realtà non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Nel momento in cui in qualsiasi organizzazione esistono e vengono riconosciute le correnti come forma di aggregazione culturale la loro funzione principale diventa quella di ottenere il maggior numero di posti per i propri affiliati a prescindere, in larga misura, da considerazioni di tipo meritocratico. Forse questa volta alcuni magistrati hanno esagerato ma la logica è una logica antica che diventa particolarmente deleteria perché strutturalmente il CSM è un organismo caratterizzato a tutti i livelli da quello che Max Weber chiamerebbe il dilettantismo.

E’ quanto sostenevo in un mio articolo sul Corriere della Sera di dieci anni fa che qui riproduciamo per la sua, ahimè, costante attualità. leggi tutto

Un’altra puntata della telenovela governativa

Paolo Pombeni - 08.06.2019

Più che a una vicenda politica, quella di questo governo assomiglia ad una puntata del mitico Beautiful, dove si susseguono rotture, tradimenti e riconciliazioni. Dunque non è facile capire se la pace scoppiata tra Salvini e Di Maio possa considerarsi una svolta (personalmente ne dubitiamo).

La situazione è piuttosto quella che deriva da un evidente impasse che mescola il risultato delle urne di maggio con la estrema difficoltà di sciogliere la legislatura (non parliamo del trovare maggioranze alternative in questa). Salvini ha ottenuto un grosso successo e Di Maio una pesante sconfitta che cambiano la prospettiva degli equilibri interni alla coalizione, ma non incidono sulla situazione parlamentare. Tuttavia chi sarebbe in teoria avvantaggiato dall’attuale geografia delle Camere, cioè M5S che ha una larga prevalenza sulla Lega in termini di seggi, non può sfruttarla, perché non se la sente di andare ad una crisi con elezioni anticipate da cui uscirebbe sicuramente ridimensionato, probabilmente in modo molto significativo. 

In parallelo la Lega non sa bene se da un nuovo ricorso alle urne potrebbe guadagnare abbastanza da poter essere veramente egemone in una nuova situazione, sicché valuta le convenga godersi questa egemonia virtuale che già esercita con un alleato disarticolato.

Aggiungiamoci, come è già stato detto leggi tutto

Debito pubblico tra mercati e Commissione Ue

Gianpaolo Rossini - 08.06.2019

Non sappiamo quanti titoli del tesoro italiani (BOT, BTP etc.) detengano gli elettori dei diversi partiti.  Chi vota Lega o Cinque Stelle, probabilmente non ne ha tanti. Chi sostiene partiti che non amano il rigore fiscale forse non acquista Bot e Btp in abbondanza. Ma non è sempre stato così. Nel 2007 le famiglie italiane detenevano circa un quinto dei titoli pubblici mentre ora questa quotai è a poco più del 6%. Non è così in Giappone dove i cittadini sottoscrivono circa un quarto dei titoli pubblici anche se laggiù il debito pubblico è quasi il doppio (240%) di quello italiano. Nella terra del Sushi sembra esserci un approccio bipartisan condiviso sulle questioni finanziarie. Per cui invece di essere più rischiosi di quelli di paesi con bassi debiti pubblici i titoli giapponesi sono addirittura beni rifugio. L’Italia non è forte in coesione nazionale. Nel 2007, prima della grande crisi, invece eravamo più simili al Giappone. Eppure abbiamo un partito sovranista che ha il consenso di un elettore su 3 mentre in Giappone non ce l’hanno. Ma purtroppo qui da noi un approccio bipartisan al debito pubblico è improbabile, anche se non impossibile forse in futuro. Un’altra differenza tra Giappone e Italia è che da noi Banca d’Italia ed euro sistema detengono circa leggi tutto

Lo spirito delle leggi e l'etica dei comportamenti

Francesco Provinciali * - 08.06.2019

Nel paese di Macchiavelli e Guicciardini il rapporto tra etica e politica ha sempre suscitato dibattiti emotivamente coinvolgenti. Tuttavia la distinzione tra gli approfondimenti teoretici e le applicazioni pratiche ha separato gli studi dalla realtà: di alto profilo i primi, tendenzialmente accomodante la seconda.

Ciclicamente quella che viene tendenziosamente chiamata “giustizia ad orologeria” porta alla luce scandali o episodi di corruzione ma ciò avviene in particolar modo in prossimità delle tornate elettorali.

Fino a configurare una sorta di sistema che gestisce dazioni, tangenti, concussioni, peculato, voto di scambio ed altre peculiarità che descrivono una estesa ramificazione della politica clientelare (non necessariamente in senso strettamente partitico) che supera il concetto di casta, abbondantemente spiegato da G.A. Stella e S. Rizzo, poiché si estende a tutti i livelli di gestione della cosa pubblica, fino a diventare costume e prassi prevalente.

Quella classificazione duale – i potenti da una parte e la gente comune dall’altra – sembra superata dall’emergenza sempre più diffusa di legami, intrecci, appartenenze, cordate e congreghe che funzionano secondo un modello “a cascata” nel quale leggi tutto

L'arcobaleno euroscettico

Luca Tentoni - 05.06.2019

I protagonisti principali della campagna elettorale per le europee sono stati gli "euroscettici". Temuti, amati, odiati, forse un po' sopravvalutati (nei grandi paesi hanno vinto solo in Italia e Gran Bretagna, mentre in Francia la Le Pen ha ottenuto il primo posto ma con una percentuale minore rispetto al 2014). Gli euroscettici e gli eurocritici si sono comunque ritagliati uno spazio, anche se non governeranno le istituzioni dell'Ue per i prossimi cinque anni. Molti di questi partiti sono populisti, "perché tutti i populisti sono euroscettici, ma non tutti gli euroscettici sono populisti". Ce lo ricorda Carlo Muzzi, autore di un recentissimo volume per Le Monnier ("Euroscettici - Quali sono e cosa vogliono i movimenti contrari all'Unione europea"). Il libro, che si apre con la prefazione di Cas Mudde, non vuole cercare di offrire una definizione del fenomeno populista (anche se delinea in qualche modo il campo ed offre strumenti interpretativi) ma ha l'obiettivo di dare la parola ad alcuni esponenti dei partiti che - con sfumature e obiettivi diversissimi fra loro - sono critici o molto critici con l'Ue. Muzzi ha incontrato e intervistato nove leader, fra i quali il britannico Nigel Farage, la greca Afroditi Theopeftatou (Syriza), il francese lepenista Louis Aliot ed leggi tutto

Riflessioni sulla crisi dell'unione europea

Michele Amicucci * - 05.06.2019

L’Europa in quanto unione entra nella sua lunga crisi odierna quando al compromesso sociale e all’intervento pubblico dell’età dell’oro va a sostituirsi il credo culturale del “Nuovo consenso” e la pratica neoliberista che assegna supremazia ai mercati sulla politica. Questo è il presupposto sul quale rintracciare le ragioni di disgregazione dell’Unione, ritratte nel disincantato e brillante saggio di Ivan Krastev, Gli ultimi giorni dell’Unione. Sulla disintegrazione europea (LUISS University Press, Roma, 2019). L’autore, sensibile per esperienza diretta alla natura contingente delle disintegrazioni di strutture politiche sovranazionali, pone in rilievo gli errori di traiettoria europei e le loro conseguenze politiche. L’andamento intravisto nella storia del mondo e posto acriticamente da Bruxelles e dalle sue élite plutocratiche (sofferenti di “disturbo autistico”) alla politica europea post 1989, con il corollario della riduzione della sovranità statale nella definizione delle “politiche” economiche, ha chiamato a farsi nuovamente sotto il fattore nazionale. Nell’odierno trionfo dei sovranismi, che riguardano maggiormente le periferie europee – non essendo estranei al centro –, vi è la fine dell’universalismo liberale europeo coi derivati rischi di disgregazione definitiva. La stessa crisi dei migranti, considerata dall’autore “rivoluzione” da nuovo millennio, ha cambiato drasticamente la natura delle politiche democratiche a livello nazionale, ribadendo l’attualità della rivincita dei nazionalismi. leggi tutto