Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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Argomenti

La destra che non c'è ancora

Francesco Provinciali * - 27.02.2019

La destra italiana durante il periodo della democrazia bloccata della cd. Prima Repubblica, viveva di sfumature nostalgiche in cui esauriva il suo collocarsi: figure retoriche di stile come la triade Dio-Patria-Famiglia erano eredi di una visione della società e dello Stato legata all’ordine, alla disciplina, alle rigide gerarchie, ai dogmi culturali mutuati dal regime. Da quando, dopo la rottura dello stallo centrista, emerse il bipolarismo come espressione della democrazia dell’alternanza né destra  sinistra hanno saputo esprimere modelli economici e sociali sostenibili ma neppure definiti per identità, proprietà, differenza, tipicità.

Nessuna forza politica ha saputo immaginare un archetipo di società proponibile, dal presente verso il futuro, così come in Europa l’assenza di valori fondativi condivisi, di una Costituzione comune, di istituzioni in cui i cittadini comunitari potessero riconoscersi con spiccato senso di appartenenza, ha reso l’UE un’entità ibrida, fragile e indefinita. La fase storica del dopo-tangentopoli reca i tratti somatici del trasformismo parlamentare del primo 900. In particolare in un Paese fondamentalmente conservatore come l’Italia colpisce l’assenza di una destra popolare, liberale, conservatrice ed europea. Le elezioni del 4 marzo u.s. sono il discrimine tra una destra ideologica minoritaria e l’esplosione, sincrona ad altri paesi europei, di movimenti capaci di rompere gli

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Partiti, leader e mediazioni: tabù da superare

Luca Tentoni - 23.02.2019

Le più recenti vicende politiche offrono spunti di riflessione su due discutibili opinioni che - per un certo periodo di tempo - hanno riscosso ampi consensi: l'idea che la democrazia possa fare a meno dei partiti; la negazione della mediazione, sia fra (e nei) soggetti politici, sia con i corpi sociali. Si è pensato, durante l'intera Seconda Repubblica ma soprattutto negli ultimi sei anni, che fosse sufficiente avere un potere "monocratico" (il leader, la Rete) per governare la complessità tipica delle democrazie contemporanee. Le quali, proprio perché complesse, hanno bisogno di più saperi, di un maggiore livello culturale e d'informazione dell'opinione pubblica, di un rapporto dialettico ma rispettoso delle differenze fra partiti, società e Stato. Il "direttismo", invece, ha tagliato tutti i rami dell'albero: niente partiti, meglio i movimenti ("partito" è una parola sconveniente, ormai); niente élites di competenti (meglio il televoto o il voto delle piattaforme informatiche); niente organizzazione sul territorio (roba vecchia, meglio una app sul telefonino); niente compromessi (il programma è come il Vangelo: chi non lo osserva o lo discute è accusato di apostasia e rapidamente esiliato dai suoi compagni); niente comunicazioni e protocolli ufficiali (meglio un comizio su Facebook, dove non c'è neanche un giornalista che potrebbe rivolgere domande sgradite); niente leggi tutto

Il congresso del PD

Stefano Zan * - 23.02.2019

Come avevamo anticipato in un precedente articolo il vero congresso del PD si apre adesso, con le primarie del 3 marzo. Gli esiti del congresso interno, quello riservato agli iscritti, sono andati come previsto con tre precisazioni che vale la pena richiamare.

Una scarsa partecipazione degli iscritti (ha votato circa la metà degli aventi diritto).

Nessun candidato ha raggiunto la soglia del 50%.

Giachetti ha avuto un consenso inaspettato.

Adesso si aprono i giochi veri che prevedono due condizioni perché sia possibile parlare di un congresso utile e positivo in quanto crea le condizioni per una svolta significativa e per una relativa ripresa dei consensi. Due condizioni di contesto che prescindono, in questa analisi, da qualsiasi considerazione di merito sulle posizioni specifiche dei tre candidati che non vengono nemmeno prese in esame.

La prima è che alle primarie partecipi un numero consistente di elettori. Nessuno si aspetta il milione e ottocentomila delle ultime votazioni ma un numero decisamente inferiore starebbe a segnalare la disaffezione degli elettori per un partito che comunque si propone di innovare profondamente rispetto al passato. Il numero dei partecipanti alle primarie è fondamentale per capire quanta attesa ci sia rispetto alla possibilità che il partito recuperi una posizione significativa nell’arena leggi tutto

Tra color che son sospesi …

Paolo Pombeni - 20.02.2019

È tutta una politica sospesa quella italiana. Così sono i partiti: la Lega che aspetta di vedere come Salvini se la caverà col caso Diciotti e colle elezioni sarde; i Cinque Stelle che si leccano le ferite dopo lo smacco abruzzese e aspettano anch’essi le urne della Sardegna; il PD che non riesce ad uscire dalle schermaglie fra i candidati alla segreteria mentre Renzi torna a spargere veleni con la scusa di un libro. Poi ci si aggiungono le decisioni politiche che non si riescono a prendere: su tutte campeggiano la questione delle nuove autonomie regionali e quella sempiterna della TAV. Ci si aggiungano i pasticcetti delle nomine, da una posizione nel direttivo della Banca d’Italia a quelle al vertice dell’INPS.

La situazione in teoria dovrebbe implodere, ma in pratica questo non avviene, perché non c’è alternativa parlamentare disponibile per un governo diverso da quello in carica. È vero che qualcosina di nuovo sembrerebbe arrivare perché Zingaretti, candidato alla segreteria PD, ha detto per la prima volta che se il governo dovesse cadere non sarà un dramma andare ad elezioni anticipate. Probabilmente si pensa ormai che nello stallo attuale, per non dire nella palude attuale, non ci sia più da temere quel leggi tutto

Se la sinistra avesse un'anima

Francesco Provinciali * - 20.02.2019

Si sbiadisce inesorabilmente - in Italia e in Europa - l’immagine di una sinistra paladina dei più deboli, degli indifesi, dei lavoratori e dei pensionati: insomma di una sinistra che sappia parlare al popolo e lo rappresenti. Solo Corbyn resiste ma non trarrà certo vantaggi dalla Brexit e presto il suo megafono avrà le batterie

scariche. Ma la deriva si osserva anche dalle nostre parti.

Porgendo l’orecchio agli echi della “convention” del PD che - dopo lunghi ed estenuanti preliminari per definire le candidature interne al Partito - è solo l’avvio di una road map infinita, che eleggerà un segretario circa venti giorni prima del voto europeo, si ascoltano più proclami che idee, più invettive che conciliazioni, più distinguo e ostentazione di autoreferenzialità: sussurri e grida che francamente lasciano il tempo che trovano e si consumano nel computo dei decimali.

Ci vuole un “padre” suggerisce dall’alto di un prestigio antico Romano Prodi, ci vogliono dei “figli” gli ribatte il giovane Martina, preoccupato che i vecchi notabili non mollino il partito.

E mentre Calenda tenta il rilancio del manifesto “Siamo europei” unica vera novità di rilievo, scontrandosi con lacci, lacciuoli e veti incrociati, Enrico Letta fa leva sul sentimento dell’unità di intenti, cogliendo da una posizione leggi tutto

Appunti sulle elezioni europee del 26 maggio

Luca Tentoni - 16.02.2019

Le elezioni europee del 26 maggio saranno diverse da tutte le altre, perché avranno - in qualche maniera - ancora un elemento della Prima Repubblica: non sono possibili coalizioni (salvo il regime speciale per i sudtirolesi) quindi ogni partito "corre" per proprio conto e in concorrenza con tutti gli altri. Così non è per il Parlamento nazionale, per le regioni, per i comuni. L'unica novità è lo sbarramento del 4%, introdotto nel 2009 per arginare il proliferare di liste minori nate (talvolta) solo per ottenere un seggio all'Europarlamento. La soglia fu un tentativo di razionalizzazione, perché fra il 1979 e il 2004 la percentuale minima per ottenere seggi era stata compresa fra lo 0,54 (Pri) del 1999 e lo 0,73 (FT) del 2004, con una media dello 0,63%. Va inoltre ricordato che per ottenere seggi alla Camera dei deputati, fino al 1992, un partito doveva ottenere un quoziente pieno in una circoscrizione e 300 mila voti di lista, cioè lo 0,8-0,9% nazionale; negli anni Ottanta il Psi propose uno sbarramento al 5% (anni dopo, il Pri suggerì una soglia più bassa, intorno al 3%). La soglia del 4% per la Camera dei deputati, introdotta col "Mattarellum" nel 1993, fu aggirata con l'abbinamento di più simboli (e con la candidatura nei collegi "sicuri" degli esponenti dei partiti minori delle coalizioni) nella ripartizione maggioritaria uninominale; leggi tutto

La colomba pasquale

Stefano Zan * - 16.02.2019

Tutti gli osservatori, nessuno escluso, hanno sempre sostenuto che il governo non sarebbe mai caduto prima delle elezioni europee. Non ostante tutte le difficoltà e le tensioni era interesse di entrambi i partiti che lo sostengono trovare delle mediazioni che consentissero di arrivare almeno fino a fine maggio. E in effetti di queste mediazioni spesso improbabili ne abbiamo viste molte in questi mesi con accordi raggiunti all’ultimo momento grazie al confronto diretto Di Maio-Salvini con Conte a fare da pompiere. Il quadro però sta progressivamente cambiando per almeno tre ragioni. La prima è che le continue mediazioni di varia natura hanno per i 5 Stelle un costo sempre più elevato perché progressivamente riducono il consenso di cui godevano al momento dell’insediamento del governo; ad oggi, stando ai sondaggi, hanno perso già tra il 7 e l’8%. E questo consenso passa direttamente nelle mani di Salvini che in pochi mesi ha superato la soglia del 30%. Quanto ancora possono permettersi di perdere i 5 Stelle prima di realizzare che per loro l’esperienza di governo è politicamente perdente?

La seconda regione è che dopo le elezioni in Abruzzo è probabile che anche le prossime elezioni regionali abbiano più o meno lo stesso esito. Come scrivevo la scorsa settimana il dato leggi tutto

La presunta discontinuità della Lega

Maurizio Griffo * - 16.02.2019

Quasi tutti gli osservatori politici sono concordi nel sostenere che la Lega di Matteo Salvini sia molto diversa dalla Lega di Umberto Bossi. A nostro avviso si tratta di un giudizio infondato, perché gli elementi di continuità prevalgono nettamente su quelli di novità. Per intenderlo converrà analizzare l’atteggiamento leghista su alcuni temi qualificanti dell’agenda politica del partito.

La Lega della prima ora aveva come obiettivo di fondo il federalismo, la devoluzione, se non addirittura la secessione. In sostanza faceva riferimento a formule politiche che, per quanto un po’ diverse fra loro e per quanto declinate variamente secondo la situazione particolare, erano però tutte orientate a contrapporsi al cosiddetto centralismo romano. Questa attitudine, dopo l’avvento al vertice dell’organizzazione di Salvini nel dicembre 2013, sarebbe stata mandata in soffitta e sostituita da dosi massicce di nazionalismo o di sovranismo, cioè da formule politiche che mettono in primo piano l’appartenenza nazionale e la identità italiana minacciata dalla crescente immigrazione.

Se è indubbio che la insistenza su temi nazionali o nazionalitari caratterizzi in modo molto più netto la propaganda leghista, questo non vuol dire che il devoluzionismo sia stato rinnegato, tutt’altro. leggi tutto

La commedia degli equivoci intorno alle autonomie regionali

Paolo Pombeni - 13.02.2019

Consentiteci di dirlo con franchezza: l’attuale dibattito/scontro sull’ampliamento delle autonomie da riconoscere ad alcune regioni è grottesco. Vediamo che si moltiplicano i difensori dello status quo e già questo è abbastanza strano, perché non ci ricordiamo pari vigore di interventi quando vennero introdotte le riforme costituzionali degli articoli 116 e 117 che consentono di assegnare alle Regioni a statuto ordinario, in presenza di certe condizioni, di allargare le loro competenze esclusive. Forse che si pensava che quanto si statuiva non sarebbe mai entrato in vigore? Beh, in quel caso si sbagliava di grosso.

La seconda stranezza, chiamiamola così per pudore, è denunciare che con queste riforme si porterebbe un vulnus mortale all’unità nazionale e soprattutto si impoverirebbe il Sud a favore dei “ricchi” del Nord. Il vertice dell’impudenza è stato in questo caso raggiunto dal segretario del PD siciliano, l’on. Faraone, che ha difeso questa tesi facendo parte di una regione che, godendo addirittura della stessa autonomia speciale, ne ha fatto strame sperperando in molti decenni una quantità enorme di denaro pubblico. Al di là di questo caso estremo, la tesi non regge per una serie di ragioni che cerchiamo di esaminare.

Il pilastro principale del ragionamento è che se passasse quanto richiedono Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna leggi tutto

Il diritto di mangiare bene. Obesità, sotto-nutrizione e riscaldamento globale: questioni connesse

Claudio Ferlan - 13.02.2019

Qualcuno certo si ricorderà di Super Size Me, documentario girato e interpretato da Morgan Spurlock nel 2004. Seguito da tre medici, Spurlock decise di nutrirsi per un mese solo da McDonald’s, scegliendo tra l’altro particolari forme di menù e limitando il suo movimento a poco più di niente (2.500 passi al giorno), in linea con le abitudini dell’americano medio. I risultati furono un sensibile aumento di peso e una serie di disturbi fisici e dell’umore. Dopo il documentario, McDonald’s inserì dei cambi sostanziali nella propria offerta, pur negando di averlo fatto in conseguenza del film.

 

Sindemia

Super Size me può essere ricordato come uno dei momenti di svolta nella denuncia dei pericoli dell’obesità e, contestualmente, nella sensibilizzazione verso la necessità di lottarvi contro. Senza la risonanza di un film di successo (che fu pure candidato all’Oscar), i lavori della commissione Lancet si pongono lo stesso obiettivo. Mettendo insieme alte competenze di vario genere, il gruppo di lavoro organizzato dalla prestigiosa rivista inglese ha infatti denunciato i pericoli della diffusione dell’obesità su scala globale, sottolineando la necessità di pensarla in relazione con due altri fattori decisivi per le malattie della nostra epoca: la sotto-nutrizione e il cambiamento climatico. Si parla a questo proposito leggi tutto