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18 gennaio 2020
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Argomenti

La Colombia e le FARC: un eterno ritorno

Alessandro Micocci * - 02.11.2019

Il 29 agosto 2019, con un messaggio inviato da una località segreta, l’ex vicesegretario delle FARC, Iván Márquez, ha ufficializzato il ritorno alle armi di una parte delle FARC, interrompendo di fatto il processo di pace ottenuto dall’ex presidente Juan Manuel Santos nel settembre 2015. La ripresa delle armi di una parte delle FARC-EP comporta un rinnovarsi delle violenze ai danni della popolazione civile nelle zone interessate dal ritorno dei guerriglieri, oltre al pericolo di una delegittimazione del processo di pace, in quanto l’ex numero due delle FARC aveva partecipato attivamente alle trattative di pace a La Avana.

La ripresa delle ostilità tra FARC dissidenti e governo ha dunque scatenato una serie di dibattiti sulle cause che hanno provocato la mancata osservanza del trattato di pace: le ipotesi sulle motivazioni di questo ritorno alle armi degli ex guerriglieri possono essere riassunte in due posizioni.

La prima ritiene che il trattato di pace, o Acuerdo General, contenga intrinsecamente un orientamento retorico di ricerca del consenso della società colombiana, ossia di un impianto dialettico orientato maggiormente verso un consenso emotivo piuttosto che verso una chiara e definitiva risoluzione dei conflitti politici fra Stato e FARC-EP. leggi tutto

Se Singapore si compra il porto di Genova

Francesco Provinciali * - 02.11.2019

Come riportato recentemente dal Corriere della Sera il Governo di Singapore fa le cose sul serio in quanto a politica espansiva nella gestione dei sistemi portuali italiani. Nella fattispecie - e sottolinea il Corriere senza che il Governo italiano, in primis Palazzo Chigi,  abbia sollevato una questione di “golden share” (cioè di controllo degli investimenti stranieri su asset strategici per il nostro Paese) -  la fusione di PSA Genova Pra’ (con sede e direzione generale a Singapore) e SECH con sede a Genova ha creato in quel di Genova un colosso in grado di contendere il mercato del trasporto via mare e delle strategie portuali a MSC e alla cinese COSCO. Mentre PSA è già un colosso mondiale al suo confronto SECH è realtà piccola e locale: l’operazione consiste quindi nell’inglobare SECH in PSA.

Tradotto in soldoni ciò significa che il gigante PSA avrà la quota azionaria di maggioranza per la governance dei due terminal containers del Porto di Genova, il SECH (terminal contenitori di Genova spa che gestisce la Calata Sanità) e il PSA di Pra’, ormai diventato il più importante terminal import-export italiano.

Si aggiunga l’alleanza cinese con la Maersk (il primo gruppo armatoriale per il trasporto dei container al mondo) nel leggi tutto

I nodi al pettine

Paolo Pombeni - 30.10.2019

Discutere se il voto in Umbria abbia o no valenza nazionale è una disputa accademica: non dipende da quel voto in sé, ma da quanto ne scaturirà. Il problema è la tenuta del quadro politico che si è tentato di costruire dopo il dissolversi dell’alleanza gialloverde: se questo riesce a ritrovare le ragioni del nuovo assetto e si consolida il voto umbro verrà considerato un segnale di pericolo a cui è eseguita una pronta reazione; se quel quadro va a pezzi lo si considererà il primo passo verso un nuovo assetto stabile della politica italiana.

Al di là di quel che viene detto a favore di telecamere e taccuini dei cronisti, più o meno tutti sono consapevoli di questa banale verità. Il dibattito che si svolge fuori della luce dei riflettori riguarda infatti il tema di come si deve andare avanti “dopo” quel che ha rilevato il voto regionale del 27 ottobre. Ne discutono tanto i perdenti, cioè M5S e per converso il PD, quanto i vincitori, cioè in primis Salvini, ma anche Berlusconi e la Meloni.

La debacle a Cinque Stelle che si è registrata mostra, se si vuole guardare le cose con un certo realismo, la crisi profonda in cui versa un agglomerato di leggi tutto

Il tempo del Capitano

Michele Marchi - 30.10.2019

Dopo il Cavaliere e il Professore, è giunto il tempo del Capitano. E a coniare questa definizione di Matteo Salvini è stato un lustro fa il suo attuale guru della comunicazione, all’anagrafe Luca Morisi, inventore e deus ex machina della cosiddetta Bestia (the Beast era la macchina della comunicazione informatica della prima campagna presidenziale di Obama). Veronese, 45 anni, laurea e dottorato in filosofia, dieci anni di cattedra nell’ateneo scaligero, poi l’impresa ma soprattutto la politica. Leghista della prima ora, incontra Salvini nel 2012 e non lo lascia più. E anzi lo porta a sfondare il tetto dei tre milioni di amicizie su Facebook (tutti gli altri leader di primo piano oscillano tra i 2 milioni di Di Maio e i 900 mila di Meloni) e di oltre un milione di follower sia su Twitter, che su Instagram.  Salvini, grazie al lavoro del suo consulente di comunicazione e al suo team (circa dieci persone) che lavora costantemente sull’identità virtuale del leader leghista, è il vero campione della nuova comunicazione politica italiana e non solo (basti pensare che doppia in termini di like e follower Marine Le Pen).  

Ebbene su tutto ciò e sulle principali ricadute politiche si è soffermata la giornalista forlivese Margherita Barbieri, proponendo un interessante studio leggi tutto

Il respiro della politica

Stefano Zan * - 30.10.2019

I processi politici, così come quelli sociali e personali, hanno bisogno di tempo, di respiro, per svilupparsi e consolidarsi. Il tempo è una variabile fondamentale che la nostra società della comunicazione, del web, dei social, sembra aver dimenticato: tutto deve accadere, essere giudicato, evolvere in tempo reale. Ma così non è. Per quanto la nostra sia, rispetto al passato, una società accelerata molte cose richiedono ancora tempo, anche quando noi non vogliamo concederlo.

Fino a poche settimane fa tutti erano convinti che avremmo avuto una finanziaria lacrime e sangue. Così non è. Abbiamo una finanziaria onesta-modesta che era l’unica che si poteva fare in poco tempo e con i fichi secchi dei vincoli esistenti: Europa, Iva, quota cento, reddito di cittadinanza e così via.

Fino a poche settimane fa tutti erano convinti che saremmo andati alle elezioni questo autunno. Così non è. Grazie alle dinamiche del nostro ordinamento parlamentare abbiamo un governo, improbabile, ma pur sempre un governo.

Fino a poche settimane fa tutti erano convinti che la partita si sarebbe giocata tra PD e 5Stelle. Così non è. Oggi anche Italia Viva gioca questa partita.

Metabolizzare processi di questa natura richiede tempo, soprattutto leggi tutto

L’incerto futuro della coalizione giallo-rosa

Luca Tentoni - 26.10.2019

Alla vigilia delle elezioni regionali in Umbria (che saranno seguite nei prossimi mesi da quelle in Emilia-Romagna e Calabria, prima del turno primaverile per altre sei regioni ordinarie) è opportuno soffermarsi sull’attuale configurazione dell’alleanza (giallo-rosa) che governa il Paese, confrontandola con la precedente (giallo-verde). Le due maggioranze che nella legislatura in corso hanno sostenuto i due Esecutivi guidati da Giuseppe Conte hanno infatti in comune, oltre al presidente del Consiglio e a qualche punto programmatico, la presenza del M5s (una novità assoluta, nella storia italiana). Per il resto, il quadripartito attuale è diverso non solo dal bipartito precedente, ma anche – per certi versi – dal tripartito M5s-Pd-Leu nato a inizio settembre, prima della scissione renziana. Nel 2018, subito dopo il voto per il rinnovo del Parlamento e a seguito di una lunga e faticosa ricerca di intese fra i partiti, è nata l’alleanza giallo-verde fra la Lega e il M5s. La dinamica coalizionale si è rivelata quasi subito molto più sbilanciata a favore del partito di Salvini (soprattutto per la sovraesposizione mediatica del leader sovranista), facendo intravvedere fin dai primi sondaggi un sostanziale allineamento fra la forza elettorale del soggetto politico più votato nel 2018 e l’alleato leghista. Nei mesi successivi, la Lega ha completato il recupero leggi tutto

Contante ed evasione: inutile battaglia

Gianpaolo Rossini - 26.10.2019

Ma veramente limitando i pagamenti con banconote si toglierebbe ossigeno a evasione e criminalità? Secondo il presidente dell’ABI Patuelli senza armonizzazione europea norme nazionali disomogenee per l’uso del contante sono inefficaci. Il mercato unico europeo mi consente di acquistare un’auto per contanti in Germania o Polonia e portarmela in Italia. Se non basta l’euro è valuta veicolo internazionale largamente utilizzata al di là dei confini di eurolandia così come il dollaro americano. Secondo stime BCE, su 1300 miliardi in banconote emesse circa 500 sono in paesi non euro come il Montenegro dove l’euro è la moneta legale o la Bosnia che ha un currency board inchiodato sull’euro. In altre zone dell’Est Europa, Russia inclusa, in Africa per non parlare di Svizzera e Inghilterra l’euro è accettato diffusamente. Per il dollaro il fenomeno è ancora più vasto globalmente visto che due terzi dei verdoni in circolazione (1700 miliardi) ballano fuori confine (circa 1100 miliardi). L’euro non è la lira e ridurre la circolazione del contante in Italia per combattere la criminalità è come cercare di raffreddare gli oceani riscaldati dal cambiamento climatico gettando cubetti di ghiaccio in mare. Una misura che la BCE potrebbe adottare, mai presa però dalla Fed americana, sarebbe cambiare forma delle banconote ogni 10-20 anni mandando fuori corso leggi tutto

L’Italia paese dei bonus senza controllo

Francesco Provinciali * - 26.10.2019

Ci sono almeno tre dati che gli opinionisti dei talk-show televisivi (così frizzanti se comparati alle vecchie, noiose tribune politiche) dovrebbero sempre tenere presenti mentre discettano del “particulare” dell’oggi:

i 67 governi in 70 anni di repubblica, la bulimia legislativa generata dal desiderio del governo di turno di ricominciare tutto da capo, come in una sorta di gioco dell’anno zero, e infine la smania di protagonismo dei ministri di lasciare un ricordo del proprio passaggio. Questo è il dato più soggettivo ma non certo il meno influente sui deludenti risultati che si riassumono in alcuni indici eloquenti: il debito pubblico irreversibile, l’evasione fiscale irrefrenabile, la stagnazione economica, la decadenza del ceto medio, la precarizzazione del lavoro, la fuga dei cervelli e dei pensionati all’estero, compensata da una immigrazione che – absit iniuria verbis – produce solo problemi e un diffuso disagio sociale. Un minestrone rancido di problemi rimescolato in casa e maldigerito dall’Europa, di cui siamo sempre osservati speciali.

Da alcuni anni ci si preoccupa più di elargire contentini simbolici piuttosto che immaginare modelli organici di ripresa e sviluppo, attraverso riforme radicali sempre rinviate e giocando sulla sponda dei decimali sperando che producano miracolosi effetti moltiplicatori. È la politica dei bonus, delle mance e delle elargizioni leggi tutto

Se si riforma l’affido sull’onda di Bibbiano

Chiara Sità * e Paola Ricchiardi ** - 23.10.2019

Nel mese di luglio è stata presentata alla Camera una proposta di legge di riforma dell’affido (l. 2047, prima firmataria Stefania Ascari, avvocato, M5S), definita “necessaria e urgente” alla luce di due scandali: quello documentato dall’inchiesta giornalistica “Veleno” su allontanamenti di minori dalle loro famiglie effettuati nel modenese negli anni 1997-98 e rivelatisi infondati, e l’inchiesta giudiziaria in corso “Angeli e Demoni”, descritta come la scoperta di “un gravissimo caso di presunto sfruttamento illecito del sistema degli affidamenti di minori, anche al fine di arricchimenti personali, noto come « caso Bibbiano »”.

La proposta di legge riprende gli articoli di giornale che hanno accompagnato le due vicende e fa riferimento a “impressionanti” dati statistici nazionali sui collocamenti di minori all’esterno della famiglia. Proviamo qui a verificare punto per punto i problemi posti al cuore del testo di legge come sintomi di un sistema che non funziona.

Innanzitutto è utile analizzare i dati statistici definiti “impressionanti” sui collocamenti esterni alla famiglia, che proverebbero la leggerezza con cui vengono attuati. Il testo parla di 40.000 minori fuori famiglia, quando in realtà sono 26.600 tra affidamento familiare e collocamento in struttura. L’Italia allontana i minori dalla famiglia di origine molto meno di altri Paesi europei (il 3 per mille sul totale della

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Presunto innocente

Stefano Zan * - 23.10.2019

L’idea che i contribuenti italiani si dividano nettamente in due grandi categorie, i contribuenti onesti e gli evasori, è palesemente infondata, così come è infondata l’idea che colpendo (solo) i grandi evasori avremmo risolto tutti i problemi. Non esistono infatti, o sono davvero un numero ridottissimo, i contribuenti onesti. Anche i lavoratori dipendenti e i pensionati che subiscono alla fonte le ritenute sui loro redditi e quindi non evadono in entrata diventano evasori in uscita ogni volta che pagano in nero una qualsiasi prestazione. Infatti la prestazione in nero è sempre il frutto di una complicità tra il fornitore e il cliente. Una prestazione diciamo a titolo di esempio di 1.000 euro prevede che il cliente paghi l’IVA (normalmente al 22%) e il fornitore paghi l’Irpef sul reddito percepito (diciamo, in media, circa il 30%). Allo Stato andrebbero dunque circa 500 euro. Pagando in nero il cliente diventa automaticamente evasore IVA mentre il fornitore (che l’IVA la scaricherebbe) diventa evasore Irpef. La perdita per lo Stato è ingente su ogni prestazione in nero.

Basta fare un elenco approssimativo delle prestazioni che spesso sono pagate in nero per avere una idea di cosa parliamo: bar, ristoranti, taxi, artigiani, commercianti, professionisti, colf, badanti, case in affitto per le vacanze, ecc. leggi tutto