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01 aprile 2020
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Argomenti

Appunti sul voto di domenica scorsa

Luca Tentoni - 29.01.2020

È stato già scritto molto - quasi tutto - sul voto del 26 gennaio in Emilia-Romagna e Calabria. Ci limitiamo dunque, in questa sede, a sottolineare alcuni aspetti particolarmente significativi. Il primo è che il voto regionale non è necessariamente l'occasione per astenersi. Il fatto che nello stesso giorno in Calabria abbia votato il 42,5% (ricalcolato escludendo gli italiani all'estero: 52,3%) e in Emilia-Romagna il 67,7% (71,3%) non è affatto dovuto alla tradizione che vede il Sud più astensionista del Nord. Nel 2014, in Emilia-Romagna si votò meno che in Calabria. La differenza sta nelle motivazioni che spingono gli elettori a recarsi alle urne. Mentre per le politiche c'è un costante interesse generale, per altri tipi di consultazione bisogna tenere conto di tre fattori: 1) c'è una quota di elettori che vota sempre, indipendentemente da tutto; 2) c'è una fascia che vota se la competizione è in bilico o comunque aperta, cioè se il proprio voto conta e può decidere la gara; 3) se ci sono motivazioni mobilitanti (la nazionalizzazione della campagna, per esempio). In Calabria l'esito era scontato: lo si capiva leggendo delle vicende che avevano preceduto la presentazione delle candidature e l'evoluzione politica locale. Quindi, complice il fatto che la partita nazionale si giocava altrove e che la Calabria è una regione che "si può leggi tutto

I buoi e la stalla

Stefano Zan * - 29.01.2020

Normalmente non è considerata operazione intelligente quella di chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Eppure è esattamente quello che ha fatto Di Maio con le sue dimissioni. Nel rendicontare puntigliosamente tutti i risultati positivi conseguiti dal movimento da lui guidato negli ultimi due anni si è dimenticato di dire alcune cose: che già pochi mesi dopo la nascita del primo governo Conte quasi metà degli elettori se ne era andata con la Lega; che dal fatidico giorno in cui il Movimento ha raggiunto il 32% a livello nazionale ha perso, e malamente, tutte le elezioni amministrative e quelle europee; che nelle ultime settimane è stato consistente il passaggio di parlamentari nel gruppo misto e qualcuno anche nella Lega; che, al di là degli attacchi espliciti di pochi, il Movimento era diventato ingovernabile e di fatto non governato; che le riforme organizzative annunciate molti mesi fa sono arrivate solo ieri in zona Cesarini.

Quindi le dimissioni (tardive) di Di Maio sono un fulgido esempio di chiusura della stalla quando ormai è quasi vuota.

Nello stesso tempo è evidente che le dimissioni hanno una forte componente tattica in vista degli stati generali che i terranno a marzo. Se fosse arrivato a quelle assise ancora in carica leggi tutto

Gennaio Secco. No all'alcol per un mese: tra salute pubblica ed economia

Claudio Ferlan - 29.01.2020

Proposto nel 2013 e attivato nel 2014, in Gran Bretagna è ormai ben noto il Dry January (Gennaio Secco), iniziativa che consiste nella sospensione del consumo di alcol per un mese. La scelta del mese di gennaio si spiega facilmente con l’invito a rifiatare dopo gli eccessi vacanzieri. In questi sei anni la campagna lanciata da Alcohol Change UK si è diffusa fuori dai confini del Regno Unito, anche se non ha avuto grande eco in Italia. Fatta eccezione per un articolo pubblicato lo scorso 16 gennaio su cucina.corriere.it, dedicato però più al costume e alle alternative al consumo alcolico che non all’informazione sul Dry January, è infatti piuttosto raro trovarne traccia sui media del nostro Paese.

Di tutt’altra portata e la risonanza avuta dalla proposta sulla stampa francese, dove Le Figaro e Le Monde in primis hanno dedicato pagine molto approfondite alla questione. Una controversia è sorta dopo l’annuncio che Janvier Sec (sappiamo bene che oltralpe si tende a tradurre sempre) si sta promuovendo senza l’appoggio, fino a novembre dato per scontato, dell’Agenzia per la Sanità Pubblica. Su pressione delle lobby legate all’industria vitivinicola, leggi tutto

L'ennesima riforma elettorale

Luca Tentoni - 25.01.2020

Il dibattito in corso sulla riforma della legge elettorale ripropone, come sempre, un dilemma: è opportuno scegliere una soluzione che serva a risolvere problemi politici contingenti oppure puntare - a costo di rimetterci - su un'impostazione che guardi di più al medio-lungo periodo (come il sistema francese, per esempio)? La proposta della maggioranza, che non può essere definita "alla tedesca" solo perché ha una soglia di sbarramento al 5% (il sistema per il Bundestag è ben più complesso e di certo meglio costruito di quello oggi in discussione in Italia) serve per impedire a Salvini e Meloni di vincere da soli le prossime elezioni politiche: lo scopo principale è questo, inutile negarlo. Così come la controproposta della Lega (il "Mattarellum") è un'opzione utile per chi l'ha formulata, che può essere facilmente contrastata con gli argomenti di chi - proprio nel centrodestra del 2005 - sostituì la legge che porta la firma dell'attuale Capo dello Stato con un meccanismo (il "Porcellum") fatto apposta per impedire a Prodi di vincere le elezioni del 2006. Se il dibattito sulla riforma delle leggi elettorali si deve sempre svolgere all'insegna della convenienza del momento, non ci si può meravigliare del fatto che il legislatore italiano ha prodotto, dal 1994 in poi, quattro meccanismi diversi (senza contare quelli leggi tutto

Vent'anni di Putin: 1) la politica interna

Francesco Cannatà * - 25.01.2020

Russia o la necessità della politica interna. Quello che sembrava uno slogan pubblicistico è rapidamente diventato una necessità. Il paese, alla soglia del terzo decennio di potere di Vladimir Putin, si caratterizza infatti per la strutturale incapacità del sistema a riformarsi, la crescente richiesta sociale di cambiamento e l’emergere del nervosismo delle elite. Nel 2019 infatti tra Cremlino e cittadini si è creato un solco profondo e duraturo. Ambiente, inquinamento, diritti elettorali e democratici, corruzione, repressione, richieste economiche e sociali, questi i temi che dallo scorso anno guidano il disagio popolare. Maggio: manifestazioni a Jekaterinburg contro un progetto di discarica. Giugno: Mosca si ribella contro l’arresto di un giornalista investigativo. Aprile-settembre: proteste ad Archangelsk contro la costruzione in un parco pubblico di una cattedrale ortodossa. Nell’estate 2019 i vari fronti della la questione sociale sono tornati a scuotere la Russia.
 
Quando arriverà davvero il giorno? Con questo titolo nel 1860 il poeta Aleksandr Dobroljubov recensiva il romanzo Alla vigilia di Ivan Turgenev. Un anno dopo, liberando i servi della gleba, Alessandro II si schiererà a fianco di chi riteneva quell’atto indispensabile alla modernizzazione zarista.
Ad oltre un secolo e mezzo da quell’evento le elite russe attendono febbrilmente un'altra vigilia: il 2024. Come mantenere Putin al potere leggi tutto

Digitalizzazione e sindrome del 70%

Francesco Provinciali * - 25.01.2020

I ripetuti richiami del Censis sull’impoverimento culturale della politica fanno il paio con la ricerca pubblicata nel 2011 (ma sempre attuale) da Tullio De Mauro, “principe dei linguisti” ed ex Ministro dell’Istruzione, in una delle sue ultime ricerche sul patrimonio linguistico degli italiani.

Richiami, osservazioni e analisi sociologiche che sono state rapidamente metabolizzate nel nulla, passate quasi inosservate e inascoltate, come in una sorta di nemesi che conferma l’assioma iniziale.

Il decadimento culturale riguarda i contenuti e i toni del linguaggio politico, non certo elevati sul piano dell’etica ed eloquentemente negativi circa le modalità espressive e di comunicazione.

Sono ben noti i siparietti televisivi e le interviste a sorpresa dei parlamentari all’uscita della Camera o del Senato: mi è rimasta impressa la definizione del Darfur come ‘un tipo di cioccolata’ e la definizione degli ‘esodati’ come il risultato della bollitura delle uova sode.

Forse però le osservazioni ripetute negli ultimi anni dal Censis riguardano soprattutto l’assenza disarmante di proposte politiche sostenute da contenuti culturali nobilitanti. Dopo il tramonto delle ideologie e dei loro retaggi bene o male radicati nella tradizione e nella storia siamo in presenza di una cultura politica ibrida e indefinita, senza capo né coda, senza sostanza e senza meta, leggi tutto

Manca davvero poco all’alba?

Paolo Pombeni - 22.01.2020

Tutti aspettano l’alba del 27 gennaio quando si conosceranno finalmente i responsi delle urne di Emilia Romagna e Calabria. La si vive come l’alba di un nuovo giorno, discutendo solo se lo sarà per la destra o per la sinistra. Se si invita a considerare con un po’ di freddezza quel che potranno dirci quei risultati, si passa o per furbini che non vogliono rischiare smentite o per cinici i quali pensano che comunque vada nulla cambia mai.

In realtà la situazione è davvero complicata. Da un lato questa lunga e defatigante campagna elettorale che si trascina da agosto ha mutato in maniera irreversibile il quadro politico italiano. Dall’altro ha finito per mettere in ombra i grandi problemi che il paese ha davanti, diffondendo l’illusione che prima si dovesse stabilire chi poteva detenere l’egemonia della politica italiana rinviando a dopo i conti con le nostre difficoltà.

Il mutamento del quadro politico ha visto l’affermarsi di una demagogia di destra che sembra avere il sostegno del 40% circa dell’elettorato. E’ un fatto nuovo. Berlusconi, con tutti i suoi numerosi difetti, non era espressione di questo tipo di cultura, né lo era Gianfranco Fini. Il loro tentativo di costruire un partito saldamente conservatore è miseramente fallito.

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Gran Bretagna: un exit tira l’altro

Fulvio Cammarano * - 22.01.2020

E’ possibile che in futuro gli storici che si occuperanno delle vicende del Regno Unito chiameranno questo secondo decennio del XXI secolo “the age of Exit”. Come è noto, infatti, è imminente la complicata e molto divisiva fuoriuscita  della Gran Bretagna dall’Unione Europea, avviatasi con il referendum del 2016, a cui si potrebbe aggiungere una possibile defezione del sistema universitario britannico dal progetto dello “scambio Erasmus”, vale a dire dal programma di mobilità studentesca tra Atenei, varato dall’Unione Europea nel 1987. Non è finita: come in una sorta di gigantesca matrioska, l’exit britannica potrebbe nasconderne un’altra, quella della Scozia, sempre più attratta dall’idea di approfittare dell’uscita di Londra dall’Europa per imporre quella di Edimburgo dal Regno Unito. Dentro questa sorta di carosello centrifugo sono recentemente saliti persino due pezzi da novanta della Famiglia Reale, il principe Henry, secondogenito dell’erede al trono Carlo, e sua moglie Meghan. La coppia ha infatti strappato alla regina Elisabetta il consenso alla decisione di voler diventare  “finanziariamente indipendente dalla Royal Family”, chiedendo di fatto di “licenziarsi” da quella grande “azienda” che è la famiglia reale, per avviare una propria autonoma attività economica che significherebbe la conclusione, nel bene e nel male, di ogni obbligo di rappresentanza dei Windsor nel mondo, leggi tutto

Il nuovo partito nuovo

Stefano Zan * - 18.01.2020

La recente proposta di Zingaretti di fare un nuovo congresso per dar vita a un nuovo partito (forse anche nel nome) inclusivo, aperto, plurale che guarda alle Sardine, agli ambientalisti, ai sindaci e alla società civile organizzata ha suscitato, come era inevitabile, diverse reazioni.

In realtà per reagire con un certo distacco analitico sarebbero necessarie molte più informazioni su quanto ha in mente Zingaretti perché, quello che è certo è che non basta dichiararsi aperti e plurali perché i cittadini accorrano in massa ad iscriversi e a militare nel nuovo partito. Non solo. Non andrebbe dimenticato che il PD di Renzi era talmente aperto, inclusivo e plurale che ognuno (ogni corrente) faceva e diceva quello che voleva e votava anche come gli pareva a prescindere dalle indicazioni di partito. Una continua lotta fratricida tra correnti che ha ridotto il consenso elettorale e che nel giro di pochi mesi ha portato a tre scissioni: Bersani, Renzi, Calenda.

C’è quindi da augurarsi che Zingaretti abbia in mente qualcosa di diverso tanto dal semplice appello ecumenico quanto dalla riproduzione del modello precedente.

Ma cosa vuol dire oggi concretamente un partito aperto, inclusivo, plurale? È un partito che sa rappresentare meglio di quanto non abbia fatto negli

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Cultura: un mix di tradizione e nuovi saperi

Francesco Provinciali * - 18.01.2020

C’è chi sostiene che la scuola debba essere un luogo separato dalla realtà, sede di trasmissione di un sapere consolidato e resistente alla massa d’urto dell’interfaccia quotidiano con il sociale, tabernacolo delle tradizioni culturali dove la formazione ha radici lontane e si conserva gelosamente il senso di appartenenza e un certo imprinting specifico e caratterizzante.

Chi la sceglie sa che tipo di educazione viene impartita, quali sono le basi su cui poggia il corso di studi.

C’è invece – e la scuola pubblica è il prototipo più attuale di questo orientamento - chi pensa che la scuola debba essere più luogo di vita che di rappresentazione della vita, un contesto dove accanto ai saperi codificati dalla tradizione e trasmessi alle giovani generazioni, possano trovare collocazione anche l’apertura al nuovo e l’attenzione alle derive sociali come mix vincente di una cultura fluente e inclusiva.

Chi sceglie il primo tipo di modello formativo si affida alla rassicurante sine cura della tradizione, chi si indirizza  verso il secondo sa che l’innovazione può arricchire o contaminare i saperi consolidati trasmessi e che occorre comunque una lunga e quotidiana opera di mediazione tra il vecchio e il nuovo, tra l’interno (inteso come programmi, indirizzi, norme, discipline) e leggi tutto