Ultimo Aggiornamento:
01 agosto 2020
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Argomenti

Vent'anni di Putin: 3) La politica estera. La potenza come culto

Francesco Cannatà * - 19.02.2020

Un nuovo ordine mondiale dentro schemi tradizionali? Per illustrare percorsi e risultati della politica russa degli ultimi due decenni è utile partire dalla recentissima attualità. Un reticolo di avvenimenti cosi composto: 15 gennaio, Putin all’Assemblea federale della Duma afferma il bisogno di modifiche costituzionali; 16 gennaio, Michail Mischustin diventa il nuovo capo del governo; 17 gennaio, in un intervista alla RIA Novosti il vice responsabile del MAE russo, Sergej Rjabkov, afferma la “piena continuità” della politica estera del nuovo esecutivo; 23 gennaio, 75° della liberazione di Auschwitz, Putin al memoriale dello Yad Vashem illustra il progetto di una conferenza dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, (P5), allo scopo di “contrastare le minacce alla pace globale”. Un idea che il presidente aveva già esposto, in maniera più articolata, all’Assemblea Federale. Si delinea cosi un intreccio istituzionale segnato dal continuum tra politica russa interna ed internazionale. Come se per concentrarsi sul consolidamento interno Mosca sentisse il bisogno di tirare il fiato all’esterno. Come se il dislocamento dei poteri nazionali per avere successo dovesse avvenire dentro cornici internazionali accettabili.
Stabilizzare le avanzate geopolitiche dell’ultimo decennio e legittimarne i risultati. Ecco i fattori che secondo il Cremlino permetterebbero una transizione interna meno traumatica possibile. E quale scenario migliore leggi tutto

L’incombente pandemia virale non crei un cono d'ombra sulle pandemie già in essere

Francesco Domenico Capizzi * - 19.02.2020

Verso l’uscita dall’aeroporto di Bologna ci si imbatte, da oltre una settimana, in una squadra di sei operatori (sanitari, agenti di polizia, addetti alla sicurezza?) protetti da bianche tute integrali simili a quelle adoperate nel focolaio e nei luoghi delle possibili diffusioni del  SARS-CoV-2,  responsabile della "Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2" così definita dall'International Committee on Taxonomy of Viruses (ICTV) come nel 2003 di fronte al SARS-CoV-1.

Si provvede ad innalzare cordoni e barriere sanitarie, l’apprensione per il rischio di una pandemia si dilata mentre i mezzi di informazione ci aggiornano, minuto per minuto, dall’avvenuto isolamento del virus allo “Spallanzani” di Roma, ai crocieristi bloccati sulle coste giapponesi, al ragazzo italiano trasportato da un aereo militare, nientemeno accolto dal Ministro degli esteri, alla conta di morti, contagiati e guariti nelle mutevoli dislocazioni geografiche insieme alle proiezioni negative sul prodotto interno lordo della Cina e delle ricadute conseguenziali su ogni luogo della Terra. Tutto giusto e lodevole.

Il problema che si vorrebbe qui sollevare consiste nella contraddizione fischiante fra il timore motivato che venga a conformarsi una pandemia virale mentre diverse tipologie di pandemie esistono già,  inveterate e molto gravi quanto neglette: nel corso della vita almeno una persona su leggi tutto

Il referendum invisibile

Luca Tentoni - 15.02.2020

Manca solo un mese e mezzo al voto per il referendum costituzionale sulla diminuzione del numero dei parlamentari da 945 a 600, ma nessuno ne discute. Un po' perché la gran parte degli italiani è favorevole alla riforma, quindi - fra il sì e il no - non c'è partita. Un po' perché - al di là del merito e delle ragioni di sostenitori e oppositori, che rispettiamo ma che esulano da questa nota - il voto ha un valore politico prossimo allo zero. Forse neanche il M5s, che ha tanto voluto questa legge costituzionale, pensa che il referendum possa portargli un beneficio elettorale, perché la vera prova da superare è quella delle regionali di maggio. Il fatto è che intorno a questa micro-riforma istituzionale i giochi si sono già fatti: finora, l'unico merito (a seconda dei punti di vista, poi) che ha avuto sta nell'aver reso impossibile o almeno poco praticabile l'ipotesi di uno scioglimento delle Camere a fine gennaio. Senza la riforma, una vittoria di Salvini in Emilia-Romagna (che fino a poche ore prima del voto era giudicata probabile da quasi tutti gli analisti e da molti politici) avrebbe portato alla crisi di governo e alle elezioni anticipate in aprile. Invece, nonostante le bizze di alcune forze leggi tutto

Quella ruota che gira nella storia

Francesco Provinciali * - 15.02.2020

La metafora della ruota che gira, evocata da Casini nel suo intervento in Senato durante il dibattito che ha poi consegnato Salvini alla giustizia ordinaria per la vicenda della nave Gregoretti, ha più di un significato storico e politico, oltre l’allegoria popolare che vuole che chi oggi giudica potrà attendersi di essere un domani giudicato. Detta dal parlamentare di più lungo corso, uomo di centro, moderato e prudente ha il significato del ricordo e quello della profezia. C’entrano i corsi e ricorsi di Vico, il “verrà un giorno” di Manzoni e la sequela infinita dei ribaltamenti che nella storia hanno spesso scardinato le sicumere del presente. Brutta pagina quella scritta il 12 febbraio al Senato della Repubblica: perché la politica – che sempre rivendica la propria autonomia con la triplice benedizione di Montesquieu -  ha rinunciato a risolvere una questione politica nel suo ambito naturale, caricandola di significati giustizialisti e di un livore punitivo che stona se proviene da fonti solitamente ispirate al buonismo, al perdonismo e al garantismo.

Quei banchi vuoti del Governo (anche se la sua presenza non era prevista ne’ obbligatoria) la dicono lunga su un atteggiamento pregiudiziale di disdegno e di disprezzo, esprimono, insieme agli interventi dei senatori di leggi tutto

Una maggioranza senza politica

Paolo Pombeni - 12.02.2020

Nel 1979 Federico Fellini girò quello che lui definì un filmetto. S’intitolava Prova d’orchestra e metteva alla gogna un’orchestra con i vari strumentisti incapaci di fare appunto il lavoro corale che veniva loro richiesto, bisticciandosi, astraendosi e evitando di seguire qualsiasi indicazione del direttore. Venne interpretato come un grido di allarme e di rigetto della politica italiana incapace di ritrovare il senso del suo stare insieme in uno stato di grave disgregazione (un anno prima era stato assassinato dalle BR Aldo Moro)..

E’ una pellicola che andrebbe riproposta alla più che confusa classe politica attuale. La vicenda della crisi intorno alla norma sulla riforma della prescrizione, frettolosamente introdotta ormai un anno fa da grillini alla ricerca del plauso dei loro fan club giacobini, mette in luce non modi diversi, magari opposti di intendere la soluzione degli impasse del sistema giudiziario italiano, ma un degrado complessivo della nostra cultura istituzionale.

Non è solo questione della valutazione in sé della norma, che è quasi certamente incostituzionale per ragioni che sono state ribadite più volte da autorevoli commentatori. Quel che è peggio è come si sta cercando di gestire il pastrocchio che ci si trova davanti.

Tutto è stato ridotto alla più trita lotta fra fazioni politiche, leggi tutto

Regionali: è la prossima la prova più dura per il M5s

Luca Tentoni - 08.02.2020

Nelle nove regioni a statuto ordinario nelle quali si è rinnovato il Consiglio, fra il 2018 e il gennaio scorso, il M5s ha ottenuto 2,139 milioni di voti contro i 4,636 delle politiche, perdendone il 53,9%. In percentuale assoluta è passato dal 28,3% del 2018 al 15,2%. Rispetto alle regionali precedenti, i pentastellati hanno raccolto addirittura 69mila voti in più. Tuttavia, il calo percentuale rispetto alle politiche è stato del 13,1%, mentre fra le regionali 2013-'15 e le politiche del 2013 era stato del 9,1%. In sintesi, le regionali hanno penalizzato anche stavolta i Cinquestelle, ma più che in passato, facendo perdere loro - come si accennava - 539 voti su mille delle politiche, mentre nel 2013-'15 il calo era stato leggermente minore (502 su mille). Una spiegazione può essere rintracciata nella maggiore o minore vicinanza fra il turno elettorale regionale e le elezioni politiche precedenti: nelle consultazioni locali svolte nel 2018, il M5s ha conservato il 66,9% dei voti delle elezioni generali (2013: 58,8%); tuttavia, nel 2019 è sceso al 36,4% (prec. 40,2%) e nel 2020 al 27,6% (prec. 35,8%). In pratica, più tempo passa dalle politiche, più i Cinquestelle perdono i loro elettori che li hanno scelti per la Camera e per il Senato. In questa occasione il calo è stato più marcato che nel passaggio 2013-'15 in cinque casi su nove (tre degli altri quattro sono relativi ad elezioni leggi tutto

Deutsche Bank chiama collaborazione europea: se non ora quando?

Gianpaolo Rossini - 08.02.2020

La voragine nei conti 2019 della prima banca tedesca è di 5265 milioni di euro di perdite (nel 2018 c’è un profitto di 341 milioni) su ricavi netti pari a 23165 milioni (in calo da 25316 del 2018). Circa 2.8 miliardi di rosso sono dovuti a svalutazione di attività finanziarie in pancia alla banca. Nel quarto trimestre 2019 Deutsche Bank (DB) perde quasi mezzo miliardo (437 milioni) nella parte nobile (core business) dell’attività cioè credito a famiglie (283 milioni) e imprese (107) a testimonianza che il rallentamento dell’attività economica e delle esportazioni stanno infliggendo colpi severi al sistema bancario tedesco. Ma non è solo il rallentamento di oggi a fare traballare la DB. I bilanci recenti sono scioccanti: nel 2015 perde 6.8 miliardi, 1.4 nel 2016, 500 milioni nel 2017. Le falle si aprono nel dicembre 2013 a seguito di una multa da quasi due miliardi delle autorità federali Usa (Housing Finance Agency). I conti 2013 e 2014 restano a galla ma si aggravano nell’ultimo trimestre del 2014. I numeri dimostrano che la lunga crisi della DB non nasce a seguito delle politiche di espansione monetaria di Super Mario presidente della BCE fino a qualche mese fa. Il QE di Draghi inizia più tardi in avanzata primavera 2015. Ma la cronica crisi DB dice anche dell’altro. La fissazione teutonica per conti pubblici specchiati con addirittura leggi tutto

Derive critiche nella scuola della facilitazione

Francesco Provinciali * - 08.02.2020

Siamo ormai nel 46°anno dall’entrata in vigore dei cd. Decreti delegati nel sistema scolastico italiano (31 maggio 1974) e pare utile fare un provvisorio bilancio di questa importante riforma del sistema scolastico italiano e delle sue derive radicate in quasi mezzo secolo di esperienza.

Il Decreto più noto è il 416 poiché introdusse il principio della partecipazione democratica alla vita della scuola, istituendo i cd. organi collegiali che sancirono l’ingresso della componente dei genitori e – nelle superiori- anche di quella degli studenti nei consigli di classe e nei consigli di circolo e di istituto.

Molta acqua è passata sotto i ponti della gestione collegiale della scuola, con luci ed ombre: da un lato c’è chi ha lamentato una eccessiva ingerenza delle famiglie nelle questioni tecnico-didattiche-metodologiche proprie degli insegnanti. Altri hanno evidenziato come questo sistema abbia creato ulteriore burocrazia nella scuola, appesantendo le procedure di gestione con passaggi nuovi e spesso conflittuali, non di rado con interferenze della politica.

La partecipazione allargata alla gestione della scuola ha certamente favorito un processo di crescita e di consapevolezza intorno ai temi educativi e didattici, agli assetti organizzativi ed istituzionali, istituendo accanto alle tradizionali figure monocratiche una serie di organi collegiali a più livelli, composti dalla componente dei docenti, leggi tutto

L’instabilità del quadro politico italiano

Paolo Pombeni - 05.02.2020

Il quadro politico italiano rimane instabile, perché è privo di centri capaci di organizzarlo in maniera tanto accettabile, quanto adeguata alle sfide che sono sul tappeto. Parliamo di centri al plurale, perché continuiamo a credere che sia un falso problema quello della ricostruzione di un mitico “Centro” così come per un quarantennio sarebbe stata la Democrazia Cristiana.

Quel partito fu, almeno per una lunga fase, certamente tale per la sua contrapposizione alla “sinistra” identificata nell’alternativa del comunismo che pretendeva di egemonizzarla. Non lo fu in assoluto perché, anche qui per un tratto non breve, si considerò una componente essenziale del riformismo italiano. Come sempre nella storia si può discutere sulla tipologia di quel riformismo, ma è difficile negare che molte delle trasformazioni dell’Italia dal dopoguerra alla fine degli anni Settanta furono gestite dalla DC in rapporto, dialettico, ma fino ad un certo punto, col riformismo laico, prima dei repubblicani e presto, superati un po’ di muri ideologici, anche dei socialisti.

Certo il riformismo democristiano stava in un partito che teneva dentro anche una forte componente conservatrice (in alcune appendici assai contigua alla destra), ma ciò avveniva per l’imposizione da parte della Chiesa dell’unità politica dei cattolici. Vale invece maggiormente la pena di leggi tutto

Gli anni di Putin: 2) L'economia

Francesco Cannatà * - 05.02.2020

Fine degli anni ‘90. Primo decennio del 2000. Seconda metà del 2014. Tre momenti critici per il prezzo del petrolio. Dai 20 $ al barile dell’ultimo scorcio del XX secolo, ai 140$ degli inizi del nuovo millennio, fino all’altalena, tra i 40 e i 60$, della fase attuale. Se per gli statistici questi sbalzi sono semplici oscillazioni tariffarie, per l’economia di alcuni paesi si tratta di veri colpi al cuore. Dagli shock conseguenti al calo dei ricavi energetici l’URSS ha infatti subito una serie di infarti budgetari che hanno prima paralizzato e dopo necrotizzato la potenza socialista. Una patologia simile percorre anche le vene della nuova Russia. A oltre 30 anni dalla dissoluzione sovietica e nonostante gli sforzi compiuti dai primi due mandati della presidenza Putin (200-2008) e da quella Medvedev (2008-2012) , l’economia di Mosca ha ancora il proprio baricentro nelle materie prime, e il commercio estero russo è sempre soggetto ai prezzi del mercato mondiale del petrolio. Dagli idrocarburi discendono il 70% dell’export, il 50% del bilancio statale e il 50% della produzione industriale nazionale.
Riguardo poi la percentuale di gas e petrolio in mano statale si nota come questa sia in linea con le diverse fasi della politica russa. Massima, 81% nel 1994, gli anni successivi alla dissoluzione sovietica, questa quota tocca il minimo, 13%, nel 2003. leggi tutto