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La politica estera in tempi di incertezza
Nella tradizione italiana la politica estera è stata raramente un tema seguito costantemente con passione dal complesso dell’opinione pubblica. In ciò nulla di strano, perché è così in quasi tutti i Paesi, salvo quando accadono fatti che possono accendere passioni elementari o prestarsi a manipolazioni per essere visti come segnali che interpretano il futuro. In questo anche la nostra opinione pubblica non fa eccezione.
Altro discorso per l’attenzione che al tema viene riservato dalle classi dirigenti, specie da quelle politiche. Qui si può vedere una certa anomalia italiana, perché anche in quegli ambienti sembra si faccia fatica a misurarsi con quel che succede a livello internazionale mantenendo una certa freddezza di giudizio e lasciando perdere le facili strumentalizzazioni propagandistiche.
Questa premessa è necessaria se si vuole affrontare l’analisi del difficile momento con cui si sta confrontando la politica estera del nostro Paese. Le prese di posizione roboanti, i giudizi in bianco e nero, le intemerate pseudo-moraleggianti servono a poco o a nulla. Un sistema politico, a cominciare ovviamente dal suo governo e dal parlamento, dovrebbe valutare con attenzione una congiuntura specifica, specie quando questa, come nell’attuale fase della crisi mediorientale, è particolarmente oscura e intricata. Assistiamo invece ad una fascinazione superficiale ed ingenua per
Mai un passo indietro
Quello di Mike Pompeo – già capo della CIA e Segretario di Stato durante la prima Presidenza di Donald Trump – non è solo il resoconto di un’esperienza personale intensa, straordinaria e apicale ai vertici dell’Amministrazione USA ma è anche la cronaca di avvenimenti di politica interna ed estera, in quell’arco temporale in cui l’America ha vissuto un avvicendamento di indirizzo alla guida del Paese e una nuova strategia di posizionamento internazionale.
Molto di ciò che sta accadendo in questo secondo mandato presidenziale alla Casa Bianca è la deriva di un radicamento identitario rispolverato ed accentuato in quegli anni, ne è il conseguente sviluppo anche nella lettura delle scelte che si vanno configurando come sua naturale evoluzione: inforcando quegli occhiali si può capire e spiegare come gli Stati Uniti stiano imprimendo una svolta nella politica interna, rispetto a temi come l’immigrazione e l’ordine pubblico, le spese militari e l’economia, oltre al rafforzamento della leadership americana nel concerto di un nuovo ordine mondiale come va posizionandosi, a cominciare dall’interventismo nelle zone calde del pianeta, ai rapporti commerciali e all’imposizione dei dazi, per finire con la messa in discussione delle alleanze storicamente consolidatesi nel secondo dopoguerra e nel tentativo di conferire un nuovo imprinting agli organismi internazionali, cominciando leggi tutto
Una riforma elettorale poco attraente
Mentre il mondo sta sospeso nell’attesa di capire come si evolverà la situazione in Medio Oriente dato un contesto non facile da decifrare, la politica italiana si occupa stancamente della riforma elettorale. Stancamente, perché è una questione che coinvolge gruppi ristretti di professionisti della politica, militanti o osservatori che siano, mentre l’opinione pubblica appare distante. Del resto neppure l’avvicinarsi delle urne referendarie sembra scaldare gli animi, a parte quelli, sin troppo incandescenti, delle due “curve” che si contrappongono a base di propagande sempre più rozze.
La domanda che si pone ad un osservatore della scena politica è quanto i proponenti della proposta di legge elettorale si rendano conto dei problemi strutturali con cui devono misurarsi. Essi sono essenzialmente due: l’astensionismo e il contesto che è necessario per avere un sistema proporzionale che funzioni. La prima questione è più evidente, la seconda meno.
Sull’astensionismo c’è da partire da una questione semplice, semplice: stabilire l’attribuzione di un premio di maggioranza ai meglio classificati nella distribuzione dei voti quando si ha un astensionismo che si colloca intorno alla metà del corpo elettorale (e che non dà segni di venire ridimensionato) significa rapportare il valore dei voti ottenuti a questa realtà. Diciamolo nel modo più banale possibile. leggi tutto
Dove danzano i pensieri
Il talento del Prof. Giulio Maira *, che nasce da una passione coltivata fin da ragazzino quando seguiva il nonno e il padre nella loro professione medica con curiosità e interesse, è certamente la spiegazione principale di una carriera straordinaria che lo ha reso uno dei più illustri chirurghi del cervello al mondo, riconosciuto per fama e titoli accademici, autore di 380 pubblicazioni scientifiche, con una esperienza di oltre 18 mila interventi in sala operatoria, alcuni di enorme complessità. Dopo la Fondazione di Atena lo abbiamo conosciuto anche nelle vesti di scrittore, capace di unire scienza e poesia, rigore ippocratico e ispirazione pedagogica per divulgare in modo essoterico e aperto alla comprensione dei lettori la complessità della sua professione, per capire il mondo attraverso le neuroscienze e spiegare il fascino ineguagliabile del cervello, un organo delicato e decisivo nell’organizzazione della nostra vita, in tutti suoi aspetti razionali, emozionali, comportamentali. Questo libro edito da Piemme completa una serie di saggi precedenti (‘Ti regalo le stelle’, ‘Il cervello è più grande del cielo’, titolo mutuato da una definizione di Emily Dickinson, ‘Le età della mente’, ‘Il telaio magico’, ‘Le farfalle dell’anima’). ‘Dove danzano i pensieri’ è anche una raccolta di articoli pubblicati sul quotidiano Il Messaggero nella rubrica leggi tutto
L'incognita della nuova legge elettorale
Mentre i due fronti referendari continuano a scontrarsi per lo più indifferenti ai richiami di Mattarella alla compostezza (che ciascuno giudica come indirizzati solo all’altro), nei meandri del parlamento si continua a lavorare all’ipotesi di varare entro fine primavera una nuova legge elettorale. Questa volta il tentativo è di trovare un accordo sostanziale che attraversi la maggior parte delle forze politiche, anche se poi le esigenze di scena imporranno che le opposizioni si lamentino per un asserito furto di opportunità e la maggioranza, in realtà piuttosto divisa su questo tema, sostenga che invece si è lavorato d’armonia e d’accordo per il bene del Paese.
Vediamo di sbrogliare un poco la matassa. Il fulcro è il superamento del sistema simil-maggioritario attualmente in vigore, sistema che per una serie di problemi (collegi troppo ampi, liste bloccate, discrepanze di equilibri fra le varie zone d’Italia) è diventato sempre più una lotteria, non solo per determinare i vincitori, ma altrettanto per produrre delle Camere in cui la transumanza da un partito all’altro rende poi comunque aleatorie le maggioranze (a meno di non piegarsi ai diktat dei gruppi minori). Di qui una sorta di concordia sottotraccia a tornare ad un impianto di tipo proporzionale che consente a ciascun partito leggi tutto
Dalla democrazia ideale alla democrazia possibile
La casa editrice Il Mulino ci fa dono della quinta edizione di un classico della politologia del 900: quel “Democrazia e definizioni” scritto da un Giovanni Sartori poco più che trentenne, poi edito per la prima volta nel 1957, diffuso e letto in molte lingue, che ha reso il suo autore uno dei più affermati studiosi della democrazia a livello mondiale, accademico di lungo corso e ancora oggi punto di riferimento imprescindibile per chi voglia approfondire i grandi temi della politica moderna, partendo da un’analisi epistemologicamente rigorosa che spazia da ogni possibile approccio di tipo teoretico e fondativo fino a misurarsi con le accertate declinazioni pratiche storicizzate, non sempre coerenti e conformi ai principi enunciati. Questo saggio argomentato e completo si arricchisce della preziosa e competente introduzione del Prof. Angelo Panebianco, professore emerito all’Università di Bologna, già docente all’Università San Raffaele ed ora allo IULM di Milano, editorialista del Corriere della Sera: un valore aggiunto per questa quinta riproposizione del libro di Sartori, reso ancor più attuale alla luce dell’evoluzione storica del quadro politico nazionale ed internazionale e del tema specifico della democrazia, comparabile alle dinamiche evolutive (o involutive) del nuovo ordine mondiale che va configurandosi in questo primo quarto di secolo. leggi tutto
La Costituzione non è un testo sacro
In una campagna elettorale referendaria è, purtroppo, una pura illusione ritenere che si possa discutere esclusivamente in termini pacati e razionali dei termini del provvedimento che è oggetto della consultazione, valutandone serenamente i pro e i contro. Occorre, realisticamente, accettare che la comunicazione si semplifichi affidandosi a parole d’ordine apodittiche o a slogan riassuntivi. Slogan che più che alla ragione si appellino alla emotività di ciascuno, sollecitando risposte istintive e non meditate. Tuttavia, pur scontando questo clima agitato come un inevitabile corollario di una contesa democratica libera, c’è uno slogan, ma forse sarebbe più appropriato definirlo un grido di battaglia, che mi appare decisamente insopportabile e che richiede una messa a punto fattuale, perché, anche in campagna elettorale, a tutto c’è un limite.
Lo slogan, o il motivo polemico cui faccio riferimento può essere espresso nei termini seguenti: la costituzione più bella del mondo, frutto del lavoro dei nobili padri costituenti, non si tocca e non si modifica. Una simile posizione, dal punto di vista assiologico, potrebbe essere intesa come la manifestazione di un malriposto fanatismo costituzionale teso a sacralizzare la nostra legge fondamentale, come tale essa potrebbe essere rubricata quale una opinione e quindi avere diritto di cittadinanza nella discussione pubblica. leggi tutto
Una politica senza punti di riferimento
È complicato fare politica in un contesto in cui si sono persi i punti di riferimento e tutto sembra ridursi ad uno scontro muscolare per la ricerca di qualche successo momentaneo. Così è in politica internazionale, ma anche a livello europeo e all’interno dei singoli Stati. In queste condizioni elaborare qualche strategia non diciamo di lungo periodo, ma almeno con uno sguardo più lungo di quello sul giorno dopo diventa un’impresa titanica.
Partiamo pure da un esame senza remore del quadro internazionale. Le due grandi questioni che destabilizzano il sistema delle relazioni, la vicenda Ucraina e quella di Gaza, sono piuttosto lontane dal trovare una soluzione. Per quel che riguarda la prima tutto è legato all’ostinazione di Putin di non recedere nella convinzione che le controparti non sono in grado di imporgli almeno una tregua. Il gioco è perfido. Per mettere la Russia di fronte all’insostenibilità della sua posizione sarebbero necessarie due condizioni: 1) che si desse all’Ucraina il supporto militare per mettere in crisi con tutta evidenza la debolezza di Mosca; 2) che le controparti che affiancano Kiev fossero in situazioni tali da entrare in campo con la forza di cui dispongono.
Nessuna delle due condizioni ha chance di verificarsi. Spingere il supporto militare a leggi tutto
I sette sigilli del canone deritiano
Per presentare e insieme rivisitare – a grandi linee – i suoi settant’anni di ricerca sociale, il CENSIS, a cura del Direttore Generale Massimiliano Valerii (che ha lavorato per oltre venticinque anni al suo fianco) ha voluto dedicare al fondatore e presidente Giuseppe De Rita una sorta di ritratto personologico e professionale. Non per farne un ‘santino apologetico’ o un panegirico (perché la contiguità e la condivisione susciterebbero il sospetto di un conflitto di interessi) ma per testimoniare e riassumere, possibilmente divulgare, la lunga avventura intellettuale di un uomo straordinario che prima allo Svimez e poi al CENSIS, è stato il più fedele lettore e interprete dello sviluppo della società italiana dal secondo dopoguerra ad oggi. Pur non avendo mai ambito ad una cattedra universitaria e pur privilegiando – più Socrate che Platone - la narrazione orale su quella scritta (a parte i Rapporti dell’Istituto, i saggi e gli editoriali specie sul Corsera, il suo unico libro è quel ‘Dappertutto e rasoterra. Cinquant’anni di storia della società italiana, Mondadori, Milano, 2017’, di cui a margine del ritratto rievocativo del Dott. Valerii si riporta l’introduzione)
la capacità di penetrare e far propri i meandri più reconditi della sua indagine sociale ne hanno fatto il sociologo ‘più attento leggi tutto
Dappertutto e rasoterra
Caro Presidente Giuseppe De Rita, vorrei inizialmente riprendere il tema dell’autopropulsione sociale e del suo personale, ‘tenace continuismo’ nell’esplorarla. Rileggendo il suo saggio su ‘Sviluppo e divenire’ si comprende come curiosità e meraviglia sono stati due fantastici sentimenti di una sorta di ‘innamoramento’ che ha accompagnato e assecondato la naturale propensione ad utilizzare lo sviluppo come chiave di lettura “dappertutto e rasoterra”, entrando nei meandri più reconditi della dimensione economica, culturale, istituzionale del Paese. La spinta autopropulsiva conserva dunque una forza che spinge verso la conservazione e il progresso, nonostante emergano tendenze negative sottotraccia?
Da quando, esattamente 70 anni fa, ho cominciato a lavorare sui temi dello sviluppo, io mi sento emotivamente legato al divenire, spesso spontaneo, delle società. Allora mi occupavo di programmare lo sviluppo, di pianificare i conseguenti interventi, di esaltare lo Stato come “soggetto generale dello sviluppo”; ed è stato, lo confesso, un periodo bellissimo.
Mi son reso però conto anno dopo anno, che lo sviluppo non è il frutto di processi e soggetti esterni alla società ma nasce dal basso, dall’intima vitalità di ogni società. Non a caso l’unico libro che ho scritto sullo sviluppo italiano ha come titolo “Dappertutto e rasoterra”.
Non è stato facile far passare nella cultura leggi tutto


