Ultimo Aggiornamento:
28 marzo 2020
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Argomenti

Troppi personaggi in cerca di autore

Stefano Zan * - 22.02.2020

Sul proscenio della politica italiana si agitano troppi personaggi in cerca d’autore e si fatica ad intravedere un qualche copione che possa fungere da filo conduttore di una recita ormai sempre più confusa e incomprensibile. Ovviamente questo vale soprattutto per il fronte anti salviniano che oggi sostiene il governo, ma anche a destra non mancano i problemi.

Ad oggi i 5Stelle si trovano senza leadership, in caduta libera nei sondaggi, di fronte ad elezioni regionali che li vedranno ancora sconfitti, in contrapposizione con altre componenti di governo su alcuni temi per loro centrali in quanto espressione della loro identità alternativa o delle loro scelte precedenti, quando erano al governo con la Lega. Gli Stati generali previsti per marzo e di cui non si sa ancora nulla non saranno in alcun modo risolutivi perché tra i parlamentari e i pochi militanti ancora rimasti a livello locale le divisioni e le diversità di collocazione e posizionamento sono così radicate da rendere poco credibile un convinto esito unitario in un senso o nell’altro. E quindi o si arriverà ad un’unità di facciata destinata a durare poco o si certificherà una divisione che ridurrà ulteriormente il loro peso politico. Grillo non parla, e si leggi tutto

Uomini e idee

Francesco Provinciali * - 22.02.2020

A 30 anni dalla sua scomparsa (24 febbraio 1990) ripenso ad una frase del mio conterraneo Sandro Pertini, il ‘Presidente più amato dagli italiani’.

Non la ricordo nella sua letterale precisione ma ne colgo il senso, avendola personalmente da lui ascoltata e poi misurata con le alterne vicende della mia stessa vita.

Diceva più o meno questo: ‘che più degli uomini – che sbagliano, tradiscono e cadono volutamente nell’errore – sono importanti le idee’, perché si codificano nei valori che restano immutabili nel tempo e sono di monito e di esempio alle azioni umane fino a diventare motivo e senso dell’esistenza.

“Un uomo è tale quando vince il dolore senza tradire le proprie idee”.

E ai politici aveva rivolto questo richiamo: “L’insidia più grande per un uomo politico è quella di innamorarsi del potere”.

Dovremmo riscoprire e valorizzare oggi il senso esplicito di questa affermazione, in epoca di compromessi e trasformismi, dove il potere viene esercitato con disinvoltura e svincolato da interessi superiori, come l’amore per la Patria e il perseguimento del  bene comune.

Prevalgono i calcoli e gli algoritmi, le alchimie tattiche e le logiche spartitorie, i vassallaggi e la pratica dello spoil system leggi tutto

L’ora dei politicanti

Paolo Pombeni - 19.02.2020

Capirci qualcosa nell’attuale avvitarsi su sé stessa della nostra politica è impresa titanica. Naturalmente ognuno accusa gli altri di giocare allo sfascio, ma nessuno fa nulla per evitare che si arrivi a quel punto, a meno che non consideriamo impegni per uscire dal pantano le manovre messe in piedi da una classe politica vittima del suo autismo.

Apparentemente tutta la questione ruoterebbe intorno a Renzi e alla necessità di mettere fine alla sua guerra da corsa nel quadro di questa politica instabile. Difficile negare che il leader di Italia Viva sia una volta di più vittima del suo limite, che ci permettiamo di definire la sindrome di Napoleone. Come il grande Corso, Renzi è condizionato dalla sua storia di successi iniziali, quando, assai giovane, è riuscito a rovesciare avversari molto più agguerriti osando sfidarli in battaglie campali. Così pensa di non poter recedere da quello schema e lo ripropone in continuazione senza rendersi conto che così ha sperperato il capitale che aveva accumulato. In politica non basta infatti il fiuto di intestarsi battaglie di grande significato: bisogno sapere controllare l’uso della forza. Così Renzi ha buttato alle ortiche i successi del suo governo per una gestione dissennata della riforma costituzionale, ed ora si leggi tutto

Vent'anni di Putin: 3) La politica estera. La potenza come culto

Francesco Cannatà * - 19.02.2020

Un nuovo ordine mondiale dentro schemi tradizionali? Per illustrare percorsi e risultati della politica russa degli ultimi due decenni è utile partire dalla recentissima attualità. Un reticolo di avvenimenti cosi composto: 15 gennaio, Putin all’Assemblea federale della Duma afferma il bisogno di modifiche costituzionali; 16 gennaio, Michail Mischustin diventa il nuovo capo del governo; 17 gennaio, in un intervista alla RIA Novosti il vice responsabile del MAE russo, Sergej Rjabkov, afferma la “piena continuità” della politica estera del nuovo esecutivo; 23 gennaio, 75° della liberazione di Auschwitz, Putin al memoriale dello Yad Vashem illustra il progetto di una conferenza dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, (P5), allo scopo di “contrastare le minacce alla pace globale”. Un idea che il presidente aveva già esposto, in maniera più articolata, all’Assemblea Federale. Si delinea cosi un intreccio istituzionale segnato dal continuum tra politica russa interna ed internazionale. Come se per concentrarsi sul consolidamento interno Mosca sentisse il bisogno di tirare il fiato all’esterno. Come se il dislocamento dei poteri nazionali per avere successo dovesse avvenire dentro cornici internazionali accettabili.
Stabilizzare le avanzate geopolitiche dell’ultimo decennio e legittimarne i risultati. Ecco i fattori che secondo il Cremlino permetterebbero una transizione interna meno traumatica possibile. E quale scenario migliore leggi tutto

L’incombente pandemia virale non crei un cono d'ombra sulle pandemie già in essere

Francesco Domenico Capizzi * - 19.02.2020

Verso l’uscita dall’aeroporto di Bologna ci si imbatte, da oltre una settimana, in una squadra di sei operatori (sanitari, agenti di polizia, addetti alla sicurezza?) protetti da bianche tute integrali simili a quelle adoperate nel focolaio e nei luoghi delle possibili diffusioni del  SARS-CoV-2,  responsabile della "Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2" così definita dall'International Committee on Taxonomy of Viruses (ICTV) come nel 2003 di fronte al SARS-CoV-1.

Si provvede ad innalzare cordoni e barriere sanitarie, l’apprensione per il rischio di una pandemia si dilata mentre i mezzi di informazione ci aggiornano, minuto per minuto, dall’avvenuto isolamento del virus allo “Spallanzani” di Roma, ai crocieristi bloccati sulle coste giapponesi, al ragazzo italiano trasportato da un aereo militare, nientemeno accolto dal Ministro degli esteri, alla conta di morti, contagiati e guariti nelle mutevoli dislocazioni geografiche insieme alle proiezioni negative sul prodotto interno lordo della Cina e delle ricadute conseguenziali su ogni luogo della Terra. Tutto giusto e lodevole.

Il problema che si vorrebbe qui sollevare consiste nella contraddizione fischiante fra il timore motivato che venga a conformarsi una pandemia virale mentre diverse tipologie di pandemie esistono già,  inveterate e molto gravi quanto neglette: nel corso della vita almeno una persona su leggi tutto

Il referendum invisibile

Luca Tentoni - 15.02.2020

Manca solo un mese e mezzo al voto per il referendum costituzionale sulla diminuzione del numero dei parlamentari da 945 a 600, ma nessuno ne discute. Un po' perché la gran parte degli italiani è favorevole alla riforma, quindi - fra il sì e il no - non c'è partita. Un po' perché - al di là del merito e delle ragioni di sostenitori e oppositori, che rispettiamo ma che esulano da questa nota - il voto ha un valore politico prossimo allo zero. Forse neanche il M5s, che ha tanto voluto questa legge costituzionale, pensa che il referendum possa portargli un beneficio elettorale, perché la vera prova da superare è quella delle regionali di maggio. Il fatto è che intorno a questa micro-riforma istituzionale i giochi si sono già fatti: finora, l'unico merito (a seconda dei punti di vista, poi) che ha avuto sta nell'aver reso impossibile o almeno poco praticabile l'ipotesi di uno scioglimento delle Camere a fine gennaio. Senza la riforma, una vittoria di Salvini in Emilia-Romagna (che fino a poche ore prima del voto era giudicata probabile da quasi tutti gli analisti e da molti politici) avrebbe portato alla crisi di governo e alle elezioni anticipate in aprile. Invece, nonostante le bizze di alcune forze leggi tutto

Quella ruota che gira nella storia

Francesco Provinciali * - 15.02.2020

La metafora della ruota che gira, evocata da Casini nel suo intervento in Senato durante il dibattito che ha poi consegnato Salvini alla giustizia ordinaria per la vicenda della nave Gregoretti, ha più di un significato storico e politico, oltre l’allegoria popolare che vuole che chi oggi giudica potrà attendersi di essere un domani giudicato. Detta dal parlamentare di più lungo corso, uomo di centro, moderato e prudente ha il significato del ricordo e quello della profezia. C’entrano i corsi e ricorsi di Vico, il “verrà un giorno” di Manzoni e la sequela infinita dei ribaltamenti che nella storia hanno spesso scardinato le sicumere del presente. Brutta pagina quella scritta il 12 febbraio al Senato della Repubblica: perché la politica – che sempre rivendica la propria autonomia con la triplice benedizione di Montesquieu -  ha rinunciato a risolvere una questione politica nel suo ambito naturale, caricandola di significati giustizialisti e di un livore punitivo che stona se proviene da fonti solitamente ispirate al buonismo, al perdonismo e al garantismo.

Quei banchi vuoti del Governo (anche se la sua presenza non era prevista ne’ obbligatoria) la dicono lunga su un atteggiamento pregiudiziale di disdegno e di disprezzo, esprimono, insieme agli interventi dei senatori di leggi tutto

Una maggioranza senza politica

Paolo Pombeni - 12.02.2020

Nel 1979 Federico Fellini girò quello che lui definì un filmetto. S’intitolava Prova d’orchestra e metteva alla gogna un’orchestra con i vari strumentisti incapaci di fare appunto il lavoro corale che veniva loro richiesto, bisticciandosi, astraendosi e evitando di seguire qualsiasi indicazione del direttore. Venne interpretato come un grido di allarme e di rigetto della politica italiana incapace di ritrovare il senso del suo stare insieme in uno stato di grave disgregazione (un anno prima era stato assassinato dalle BR Aldo Moro)..

E’ una pellicola che andrebbe riproposta alla più che confusa classe politica attuale. La vicenda della crisi intorno alla norma sulla riforma della prescrizione, frettolosamente introdotta ormai un anno fa da grillini alla ricerca del plauso dei loro fan club giacobini, mette in luce non modi diversi, magari opposti di intendere la soluzione degli impasse del sistema giudiziario italiano, ma un degrado complessivo della nostra cultura istituzionale.

Non è solo questione della valutazione in sé della norma, che è quasi certamente incostituzionale per ragioni che sono state ribadite più volte da autorevoli commentatori. Quel che è peggio è come si sta cercando di gestire il pastrocchio che ci si trova davanti.

Tutto è stato ridotto alla più trita lotta fra fazioni politiche, leggi tutto

Regionali: è la prossima la prova più dura per il M5s

Luca Tentoni - 08.02.2020

Nelle nove regioni a statuto ordinario nelle quali si è rinnovato il Consiglio, fra il 2018 e il gennaio scorso, il M5s ha ottenuto 2,139 milioni di voti contro i 4,636 delle politiche, perdendone il 53,9%. In percentuale assoluta è passato dal 28,3% del 2018 al 15,2%. Rispetto alle regionali precedenti, i pentastellati hanno raccolto addirittura 69mila voti in più. Tuttavia, il calo percentuale rispetto alle politiche è stato del 13,1%, mentre fra le regionali 2013-'15 e le politiche del 2013 era stato del 9,1%. In sintesi, le regionali hanno penalizzato anche stavolta i Cinquestelle, ma più che in passato, facendo perdere loro - come si accennava - 539 voti su mille delle politiche, mentre nel 2013-'15 il calo era stato leggermente minore (502 su mille). Una spiegazione può essere rintracciata nella maggiore o minore vicinanza fra il turno elettorale regionale e le elezioni politiche precedenti: nelle consultazioni locali svolte nel 2018, il M5s ha conservato il 66,9% dei voti delle elezioni generali (2013: 58,8%); tuttavia, nel 2019 è sceso al 36,4% (prec. 40,2%) e nel 2020 al 27,6% (prec. 35,8%). In pratica, più tempo passa dalle politiche, più i Cinquestelle perdono i loro elettori che li hanno scelti per la Camera e per il Senato. In questa occasione il calo è stato più marcato che nel passaggio 2013-'15 in cinque casi su nove (tre degli altri quattro sono relativi ad elezioni leggi tutto

Deutsche Bank chiama collaborazione europea: se non ora quando?

Gianpaolo Rossini - 08.02.2020

La voragine nei conti 2019 della prima banca tedesca è di 5265 milioni di euro di perdite (nel 2018 c’è un profitto di 341 milioni) su ricavi netti pari a 23165 milioni (in calo da 25316 del 2018). Circa 2.8 miliardi di rosso sono dovuti a svalutazione di attività finanziarie in pancia alla banca. Nel quarto trimestre 2019 Deutsche Bank (DB) perde quasi mezzo miliardo (437 milioni) nella parte nobile (core business) dell’attività cioè credito a famiglie (283 milioni) e imprese (107) a testimonianza che il rallentamento dell’attività economica e delle esportazioni stanno infliggendo colpi severi al sistema bancario tedesco. Ma non è solo il rallentamento di oggi a fare traballare la DB. I bilanci recenti sono scioccanti: nel 2015 perde 6.8 miliardi, 1.4 nel 2016, 500 milioni nel 2017. Le falle si aprono nel dicembre 2013 a seguito di una multa da quasi due miliardi delle autorità federali Usa (Housing Finance Agency). I conti 2013 e 2014 restano a galla ma si aggravano nell’ultimo trimestre del 2014. I numeri dimostrano che la lunga crisi della DB non nasce a seguito delle politiche di espansione monetaria di Super Mario presidente della BCE fino a qualche mese fa. Il QE di Draghi inizia più tardi in avanzata primavera 2015. Ma la cronica crisi DB dice anche dell’altro. La fissazione teutonica per conti pubblici specchiati con addirittura leggi tutto