Ultimo Aggiornamento:
23 gennaio 2019
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Argomenti

Geografia e storia cenerentole delle scuole superiori

Francesco Provinciali * - 08.12.2018

Geografia e storia non sono mai state molto amate dagli studenti: troppe date, avvenimenti, guerre, trattati, molta confusione sulle capitali, sui fiumi, i laghi, i confini regionali e nazionali. Eppure codificano le coordinate spazio-temporali della nostra vita, collocandoci nel mondo dalle sue origini al nostro presente.

Rappresentano le chiavi di accesso alla realtà nel suo divenire e nel suo essere consapevolezza del mondo.

Dopo la riforma Gelmini del 2008 la geografia è stata marginalizzata nei programmi delle scuole di ogni ordine e grado ma specialmente nelle superiori la sua presenza è ridotta al lumicino: 1 ora la settimana in alcuni istituti tecnici, 3 ore nel biennio del liceo ma trasformata in geo-storia, un mostro culturale riduttivo e tutto da inventare. Ci pensa ora il Ministro Bussetti a togliere il tema storico dall’esame di maturità: peraltro statisticamente il meno scelto dai maturandi, circa il 3% delle scelte tra gli ambiti proposti negli ultimi anni.

Tutto molto significativo. Cavalcando una deriva di semplificazione culturale, di obsolescenza della memoria e della consapevolezza del mondo in cui viviamo (e da cui veniamo) viene dato più spazio ai temi di attualità, ai fatti di cronaca, alle libere opinioni svincolate dalla conoscenza.

Cacciare fuori a poco a poco la storia e la leggi tutto

Il populismo, i nodi e le bandierine

Paolo Pombeni - 05.12.2018

Sono venuti al pettine i nodi della situazione politica che voleva promuovere il governo giallo-verde? Per certi aspetti sì e per altri no. È tipico di qualsiasi contesto populista e di questa specificità si fatica a rendersi conto.

La prima fase è stata quella delle “bandierine”, cioè di una sfilata infinita di prese di posizione intorno a slogan la cui sostenibilità quanto a traduzione in misure concrete non era mai stata studiata. Tuttavia l’importante per i due partiti al governo era far sapere forte e chiaro che loro avrebbero provato ad andare all’assalto alla baionetta delle trincee dell’odiato sistema. L’impresa si è risolta in una strage degli assalitori? Non importa, cade la carne da cannone come da manuale, i generali sbandierano l’eroismo di aver gettato il cuore oltre l’ostacolo.

Poi è arrivata la seconda fase, che è quella in cui si deve valutare se vale la pena di rinunciare a tutto quel che si è guadagnato (le poltrone governative) per il gran gesto di immolarsi sul campo di battaglia. Anche qui come nella più classica di queste storie si è riscoperta la virtù della ritirata strategica, che però tale è se viene sempre spacciata appunto come strategica, cioè, nell’immaginario che si vende al popolo, arretro per prendere nuovo slancio nell’attacco. leggi tutto

Gli inganni del populismo

Stefano Zan * - 05.12.2018

L’essenza dei partiti populisti si basa su quattro falsi ideologici che corrispondono ad altrettanti inganni degli elettori.

Primo falso: il popolo è la soluzione di tutti i problemi politici. Non è vero. Nelle democrazie moderne il popolo è il problema e non la soluzione per la semplice ragione che il popolo inteso come entità unitaria è un concetto astratto. Nella realtà concreta il popolo è un insieme assai articolato, differenziato, stratificato di persone. Del popolo reale, quello che si esprime col voto alle elezioni, fanno parte ricchi e poveri, occupati e inoccupati, colti e incolti, onesti e disonesti, credenti e non credenti, violenti e non violenti, del nord e del sud, uomini e donne, giovani e anziani, ecc. con caratteristiche socio-economiche, valori, interessi, bisogni molto diverse tra di loro. Il popolo inteso come soggetto unitario, omogeneo, caratterizzato da comune sentire semplicemente non esiste. Il problema di tutte le democrazie è quello di governare le differenze.

Secondo falso: l’unico vero conflitto sociale è tra popolo ed elite. Non è vero. Accanto ai conflitti che riguardano ampie categorie del popolo reale con le elite (che andrebbero meglio specificate), sono innumerevoli i conflitti tra le diverse componenti del popolo: nord e sud, uomini e donne, giovani e anziani, garantiti non garantiti, leggi tutto

La "vox populi" del 4 marzo

Luca Tentoni - 01.12.2018

Al termine della rassegna dedicata in queste settimane da Mentepolitica ai volumi che hanno spiegato il voto del 4 marzo, ci occupiamo di "Vox populi" (Il Mulino), il libro dell'Itanes sul "voto ad alta voce" del 2018. Per introdurre l'argomento, tuttavia, ci sembra opportuno un richiamo alla campagna elettorale che ha preceduto l'appuntamento con le urne. Lo spunto più interessante ci giunge dal saggio di Giovanni Diamanti ("Una campagna-lampo al tempo della campagna permanente") per il volume "Una nuova Italia" (di Cavallaro, Diamanti e Pregliasco, edito da Castelvecchi). Secondo Diamanti, la campagna elettorale del 2018 è stata caratterizzata da "poche innovazioni, pochi colpi di scena, poca originalità. È stata un'agenda mediatica dominata, ancora una volta, dalle tematiche dell'immigrazione e della sicurezza", come vedremo approfondendo gli esiti del voto e le motivazioni. Su questi argomenti, "il centrosinistra sceglie di non inseguire il centrodestra, non solo perché gli elettori, fra due proposte simili, scelgono sempre l'originale, ma perché su questi temi la credibilità del centrodestra è nettamente superiore"; sull'economia, invece, "il centrosinistra e il M5S sono più competitivi, ma il Pd non ha trovato il tempo e la forza di imporre i propri temi, un problema dovuto anche a errori nella definizione delle priorità" oltre che - aggiungiamo noi - leggi tutto

Il ritorno di Di Battista

Francesco Provinciali * - 01.12.2018

“Ci rivedremo a Natale”. Di Battista ha preannunciato il suo ritorno in Italia: non con la slitta trainata dalle renne da Rovaniemi ma dal tour familiare nel Sud America da dove evidentemente ha mantenuto contatti utili per un ripensamento. Il contratto di governo appare sempre più come un angusto contenitore dove stanno strette le esigenze dei due partiti alleati, ciascuno enfatizza quei punti e quei temi dai quali può trarre profitto di consensi, scalare i sondaggi in vista delle elezioni europee del 2019. Solo allora, anche in una logica di continuità e nesso problematico tra vicende nazionali e interfaccia con Commissione Europea e Banca Centrale la lunga campagna elettorale iniziata il 4 marzo scorso avrà termine: la posta in gioco è l’ordine mondiale, la tenuta degli organismi comunitari, sono gli equilibri internazionali che possono scompaginare le economie nazionali e le equazioni troppo scontate e viziate da eccesso di annunci tra programmi e azioni.

Certamente in Guatemala e nei Paesi che ha visitato qualche notizia è arrivata dall’Italia e molti ne avevano interesse: potrebbe essere Davide Casaleggio che da tempo persegue la deriva della de-istituzionalizzazione della democrazia partecipata e l’enfatizzazione di quella virtuale e legata alla rete, oppure Grillo stesso che non ha perdonato alcune leggi tutto

La crisi del “progressismo” italiano

Paolo Pombeni - 28.11.2018

C’è da stupirsi di un certo stupore con cui sono state accolte le parole di Romano Prodi che hanno espresso la banale constatazione che è impossibile appassionarsi alla competizione per la scelta del segretario PD visto che nessuno dei candidati presenta qualcosa che somigli anche vagamente allo straccio di un programma, ovvero di una proposta politica.

Che la competizione sia più che altro fra gruppi di professionisti politici che si confrontano semplicemente per il controllo della “macchina” (scassata, ma sempre tale è) sperando che lì stia la chiave di una ripresa elettorale è abbastanza evidente. Tuttavia ci si consenta di dire che è semplicistico prendersela con una classe politica che non ha capacità propositive, per la semplice ragione che le si chiede qualcosa che non è in grado di dare: non è il suo mestiere.

Anche un vero leader politico raramente di suo è un elaboratore di visioni. È invece un personaggio che riesce a raccogliere ed interpretare, vorremmo quasi dire ad incarnare, il lavoro che è stato fatto nelle sedi sociali in cui maturano le analisi e le proposte su quanto sta accadendo nelle vicende di un paese e del mondo. Se questo è vero, allora la domanda da porsi è come mai nella situazione attuale manchino le “sorgenti” a leggi tutto

La festa appena cominciata è già finita

Stefano Zan * - 28.11.2018

La prima parte del congresso del PD, appena avviata ufficialmente, in realtà è già finita con i seguenti risultati.

Il partito si conferma come partito plurale, cioè strutturalmente fondato e governato dalle correnti, nonostante tutti, con scarso senso del ridicolo, facciano appello all’unità dello stesso sia per l’oggi che per il domani.

Le correnti sono almeno sette, quanti sono ad oggi i candidati, ma altre vivono nell’ombra o non sono ancora uscite allo scoperto.

Le nuove correnti sono in gran parte diverse da quelle precedenti a seconda di come si sono schierati ex renziani ed ex anti renziani e a seconda della caratura personale dei candidati.

Nel giro di un paio di settimane avremo il peso relativo di ciascuna corrente determinato dall’appoggio che i maggiorenti di partito, nazionali e locali, hanno già dichiarato a favore dell’uno o dell’altro candidato.

Il voto degli iscritti e dei militanti seguirà quello dei maggiorenti del partito con variazioni al più assolutamente marginali.

Nessuna corrente avrà la maggioranza assoluta e i voti interni si disperderanno tra tre candidati di peso e quattro candidati di bandiera.

Il tutto, e questo è interessante, senza che si sia parlato di strategie, di programmi, di parole d’ordine, di autocritiche in modo leggi tutto

Le tante "Italie" del 4 marzo (2)

Luca Tentoni - 24.11.2018

Il voto del 4 marzo scorso per il rinnovo di Camera e Senato non è soltanto il prodotto di una congiuntura politica, sociale, economica, ma di movimenti molto profondi che hanno interessato l'Italia e che sono giunti al punto attuale dopo anni, forse decenni, di evoluzione e sedimentazione. In questa seconda puntata del viaggio nelle "più Italie" non ci occupiamo dei risultati delle elezioni del 2018 e neppure della loro riconducibilità diretta a status socio-economici. Tuttavia, come si vedrà, l'esito del voto è sempre in qualche modo presente nel filo che seguiremo, quello del ragionamento di Renato Mannheimer e Giorgio Pacifici sulla "sociologia del plurale" ("Italie, sociologia del plurale", Jaca Book). In effetti, come scrivono gli autori, "la lettura del sistema politico italiano si presenta assai più difficile di quello che poteva essere trenta o anche soltanto venti anni fa. L'assetto del nostro paese è divenuto ancora più complesso di quanto fosse in passato e assai meno sistemico. È meno rilevante il peso delle ideologie, ma anche inevitabilmente quello di ogni insieme di valori che pretendesse di avere una validità generale"; nello stesso tempo, "i vincoli all'interno delle singole componenti e tra le diverse componenti del sistema socio-politico si sono allentati, sino in certi casi a leggi tutto

Una generazione politica che difetta di educazione e cultura

Francesco Provinciali * - 24.11.2018

Il linguaggio triviale e aggressivo cui ci sta abituando la generazione politica emergente ha diverse matrici esplicative. Trovo che la più evidente sia riconducibile alla decadenza del sistema scolastico italiano dove, a partire dagli anni 80 si sono imposte le teorie formative della facilitazione, la stagione dei diritti non bilanciata da un richiamo ai doveri (di rispettare, studiare, imparare, ascoltare ecc.), la valutazione del profitto e del comportamento spogliata da regole, voti, riconoscimento del merito.

Un relativismo valoriale che è diventato soggettivismo dei comportamenti: tutto possibile, tutto emendabile, tutto accettabile, tutto tristemente incorreggibile.

Più recentemente l’introduzione delle nuove tecnologie ha fatto il resto: anziché essere considerata un elemento integrativo dello studio e a sostegno dell’impegno e dei doveri scolastici è diventato una sorta di digressione, un modo per saltare a piè pari la lettura e la scrittura, un ostacolo alla conoscenza e comunicazione interpersonale, un dileggio verso la figura dell’insegnante: l’aula come luogo del cazzeggio.

Anziché caldeggiare un ritorno ai fondamentali della cultura umanistica e classica figlia della nostra migliore tradizione si promette l’introduzione del tablet al posto dei libri e dei quaderni, come accaduto in altri paesi con esiti fallimentari. leggi tutto

Le posizioni del governo sulla disciplina del lobbying

Maria Cristina Antonucci* - 24.11.2018

L’evocazione delle “lobby” contro l’azione politica del governo giallo-verde è stata frequentemente impiegata da esponenti di vertice del Movimento 5 Stelle e della Lega. Solo per fare riferimento alla comunicazione politica dei leader di Lega e M5S, Salvini ha espresso in più occasioni la sua posizione contro le “lobby finanziarie a Bruxelles”, mentre Di Maio ha sostenuto che il Decreto Dignità avesse contro “lobby di tutti i tipi”.

Non si tratta di una novità: il termine lobby, inteso con il significato dispregiativo di ristretto e dovizioso gruppo di interesse, connesso in modo ideale, quando non impersonificato, con il sistema dei “poteri forti” ha costituito uno degli archetipi più frequenti della comunicazione elettorale delle politiche del 4 marzo 2018. Non sorprende che ora il lemma continui ad essere protagonista della comunicazione politica di questa campagna elettorale permanente.

Tuttavia, se si passa dal piano comunicativo alla dimensione dell’azione politica, cosa sta facendo il Governo Lega – Movimento 5 Stelle sul tema della disciplina del lobbying? La domanda non è retorica: se si ritiene che il fenomeno dell’influenza di alcuni portatori di interessi particolari possa ostacolare l’azione politica del governo del cambiamento sarebbe prioritario intervenire con adeguati strumenti di disciplina delle attività di relazione tra mondo degli interessi particolari e leggi tutto