Ultimo Aggiornamento:
23 gennaio 2019
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Argomenti

La centralità leghista

Luca Tentoni - 21.07.2018

Le prime settimane del governo giallo-verde presieduto da Giuseppe Conte sono state contrassegnate da un notevole attivismo dei due vicepresidenti del Consiglio, in particolare del leghista Matteo Salvini (ministro dell'Interno) ma anche - col "decreto dignità" - del pentastellato Luigi Di Maio (ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico). Mentre prosegue il dibattito che si è sviluppato su una possibile egemonia mediatica e tematica leghista sull'Esecutivo, in questa sede ci sembra più opportuno rispondere ad una domanda molto più semplice e netta: perché, col 17% dei voti (27-30% virtuali, secondo le intenzioni di voto espresse nei sondaggi) Salvini è oggi al centro della scena politica? Una prima risposta, quella che ha dato vita al dibattito fra gli osservatori politici, è che il leader leghista ha imposto la sua agenda ed è riuscito a non perdere il "posto in prima fila" sui giornali e sui social network neppure quando è stato il suo principale alleato di maggioranza a presentare e pubblicizzare gli atti di governo voluti dai Cinquestelle. Anzi, il leghista ha fatto a Di Maio quasi una "controscena" (prima affermando che il decreto sarebbe stato reso "più efficiente e produttivo" in Parlamento, poi usando i toni più duri nello scontro col presidente dell'Inps Boeri, dimostrando - all'occorrenza - di far valere leggi tutto

Populismo sovranista

Paolo Pombeni - 21.07.2018

Stefano Feltri ha scritto per Einaudi un libro assai stimolante: Populismo sovrano (pp. 140, € 12,00). Il tema è centrale di questi tempi e l’autore propone una analisi interessante da molti punti di vista: perché è argomentata e non cede a nessun tipo di sensazionalismo; perché prende per le corna quel toro molto aggressivo, ma altrettanto cangiante nell’aspetto che è il populismo.

 Il tema di fondo è quello centrale del costituzionalismo liberal-democratico: dove risiede il potere sovrano e come lo si può gestire. E’ chiaro che da un certo punto di vista abbiamo presente il cuore stesso del mito fondativo del costituzionalismo moderno: il sovrano non è più una “persona”, ma una “istituzione”, per dirla con una battuta non più il monarca, ma lo stato e infine la legge. Ma se questo è il punto di partenza la faccenda si è complicata da tempo, perché ad essere sovrano non è più la legge o lo stato, entità troppo “astratte” per rientrare nei canoni della democrazia, bensì “il popolo”.

Quel passaggio ha radici antiche, risale alle grandi Rivoluzioni, quella inglese di fine XVII secolo, poi quella americana con il “we the people” della dichiarazione di indipendenza, e infine quella francese. Da quel momento in avanti la possibilità di attaccare la sovranità risiedente leggi tutto

La strana crisi del PD

Paolo Pombeni - 18.07.2018

Qualche stupore dovrebbe pur suscitarlo la strana crisi in cui si sta dibattendo il PD. Nei termini della vecchia politica si dovrebbe dire che “è in atto un dibattito”, solo che il senso di questo dibattito sfugge a chi non sia appassionato alle lotte di corrente interne a quel partito.

Il tema più controverso sembra essere quanto in fretta si debba fare il congresso: secondo alcuni al più presto altrimenti il partito si suicida, secondo altri occorre darsi un tempo congruo per costruire una riflessione, ma comunque prima delle prossime elezioni europee. Ogni tanto nei talk show compare questo o quel capo corrente che parla di cose incomprensibili, così come i TG si danno da fare per raccogliere qualche dichiarazione: a parte quelle scontate contro il governo in carica (se no che opposizione sarebbe?) si sente al più parlare di “garanzie” che gli uni dovrebbero dare agli altri.

In realtà la prima questione che un ingenuo osservatore esterno pensa dovrebbe essere affrontata è quella di decidere come produrre un programma politico in grado di ricostruire una base di consenso che è andata perduta. Sempre ingenuamente si crederebbe che fosse opportuno individuare un gruppo di persone non solo in grado di farlo, ma con leggi tutto

Il Quirinale e la nuova maggioranza

Luigi Giorgi * - 18.07.2018

Il confronto/scontro fra il Presidente della Repubblica e le nuove forze della maggioranza di governo, consumatosi qualche tempo fa, relativamente alla formazione dell’Esecutivo, non rappresenta, a mio giudizio, qualcosa di episodico legato al nome di un semplice ministro. E non è collegato alle sole prerogative, stabilite dalla Costituzione, che il Presidente della Repubblica può e, in alcuni casi deve, per salvaguardare l’interesse nazionale, mettere in campo, relativamente alla scelta dei ministri. La dimostrazione che si tratti di qualcosa di più profondo è data anche dalle ultime vicende della nave “Diciotti” e da tutta la gestione che questo Esecutivo sta facendo della questione immigrazione con le relative problematiche.

Siamo di fronte, limitatamente alle tensioni con il Quirinale, come è stato notato da autorevoli commentatori, ad una crisi di sistema, che investe in pieno la figura, così come la disegna la Costituzione, del Capo dello Stato. Il problema infatti investe, a mio parere, non soltanto quelle prerogative costituzionali, che ho cercato, sommariamente, di indicare, ma la figura del Presidente nella sua globalità di ruolo e di capacità d’intervento al di là dell’attuale inquilino del Quirinale. In quanto, creando un clima di tensione con il Presidente si tende a mettere in discussione quello che esso rappresenta: leggi tutto

Politica e mass media: dalle passioni alle emozioni

Luca Tentoni - 14.07.2018

Nei precedenti interventi su Mentepolitica si è fatto riferimento all'estrema volatilità (per certi versi volubilità) che caratterizza una parte consistente dell'elettorato italiano. Fra le tante interpretazioni possibili del fenomeno (oltre alla mobilitazione permanente, figlia di una campagna elettorale ininterrotta e all'affermazione di "partiti del leader") c'è anche un fattore che insieme è tecnico, politico ed emotivo. Lo sviluppo dei social network e il loro utilizzo come arma di diffusione dei messaggi politici, ma anche di lotta fra partiti e leader (oltre che fra i supporters dei diversi schieramenti, incitati a lanciarsi in duelli virtuali "all'arma bianca" da una comoda tastiera di computer contro altri utenti, creando masse di manovra e acuendo fratture sociali e culturali già esistenti nel mondo reale) ha orientato lo stesso rapporto fra i soggetti politici e gli operatori dell'informazione ad adeguarsi a ritmi e a canoni comunicativi molto diversi rispetto al passato. La stessa crisi della carta stampata, il calo di attenzione dei lettori nei confronti di articoli lunghi, rendono ormai necessari messaggi brevi, diretti. Una buona battuta, uno slogan, un'invettiva sintetica sono molto più efficaci di discorsi ponderati, ricchi di contenuti, di idee, di progetti concreti. Accade un po' ciò che successe molti anni fa quando l'audience leggi tutto

Macron tra Versailles e l’Europa

Michele Marchi - 14.07.2018

Nel momento in cui numerosi sondaggi cominciano pericolosamente ad avvicinare il livello di gradimento di Emmanuel Macron a quelli decadenti di Nicolas Sarkozy e di François Hollande a quindici mesi dalla loro elezione, il presidente in carica parla alle camere riunite in congresso a Versailles.

Innanzitutto il calo di popolarità e di gradimento preoccupa per due ragioni principali. Da un lato perché le due “estreme”, cioè il Rassemblement National (di Marine Le Pen) e la France Insoumise (di Mélenchon) non sembrano recedere nelle intenzioni di voto in vista delle europee della prossima primavera. Dall’altro perché se l’elettorato di centro-destra (Les Républicains) che lo aveva votato al ballottaggio presidenziale tutto sommato continua a sostenerlo, quello socialista che lo aveva scelto al primo turno (preferendolo ad Hamon) e in maniera massiccia al ballottaggio (in funzione anti-Le Pen) sembra oggi scontento e tende ad abbracciare lo slogan del “président des riches”.

Un’altra precisazione va poi fatta in relazione alla scelta di parlare a Versailles. Dopo la riforma del 2008 la procedura è prevista dalla Costituzione revisionata (in precedenza il presidente della Repubblica poteva inviare messaggi alle Camere che dovevano essere letti non in sua presenza). Sarkozy e Hollande avevano utilizzato questa leggi tutto

L’etno-nazionalismo sotto osservazione dell’ONU

Miriam Rossi - 14.07.2018

Il recente report della Relatrice speciale dell’ONU su razzismo, xenofobia e intolleranza ad essi connessi, E. Tendayi Achiume, continua a far discutere. Presentato al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite riunito a Ginevra dal 18 giugno al 6 luglio nella sua 38° sessione, la giurista esperta in migrazioni internazionali dell’Università della California ha ribadito che a milioni di persone è negato il diritto alla cittadinanza in nome di nozioni di purezza nazionale, etnica o razziale. Un affondo contro l’etno-nazionalismo già presentato all’Assemblea Generale a New York lo scorso 21 febbraio e che aveva suscitato polemiche già in quella sede. Nella relazione è descritta la condizione di milioni di apolidi in tutto il mondo, spesso membri di gruppi di minoranza, che è vittima di una discriminazione di lunga data che li considera “stranieri”, anche se residenti in un Paese da generazioni o addirittura da secoli. Al contempo si perpetuano leggi patriarcali che determinano una discriminazione di genere rendendo impossibile per le donne trasferire la propria cittadinanza ai figli o al coniuge di origine straniera: un’altra strategia per preservare la “purezza” nazionale, etnica e razziale, e che in alcuni casi determina la perdita di nazionalità per le stesse donne che scelgono di sposare leggi tutto

Populismi e furberie

Paolo Pombeni - 11.07.2018

La politica italiana continua ad essere ingabbiata entro la cornice della sfida populista. Non è possibile attribuirne la colpa al solo Salvini, sebbene sia il personaggio più attivo nel promuoversi in questo ruolo. Molti, se non proprio tutti (ma le eccezioni sono poche), lo seguono  su questo terreno: un po’ perché una quota della attuale classe politica si è formata più che altro in quei “bar sport digitali” che sono i cosiddetti social; un po’ perché anche in personaggi che dovrebbero essere più sperimentati prevale la convinzione che oramai solo così si trova audience.

Chi si sottrae, magari perché non ha la stoffa per quel genere di intemerate, si guarda bene dal mettere in discussione quel contesto comunicativo. Lo si è visto in maniera più che chiara nell’intervista che il presidente Conte ha rilasciato alla “Stampa” il 10 luglio: un avvocatesco approccio per dire che in fondo era d’accordo su tutto quel che facevano i suoi due vice, Di Maio e Salvini, e se parlava poco era perché studiava i dossier (a qual fine non è chiaro).

Il fatto è che in un equilibrio ancora precario continua a dominare la voglia di tenere “caldi” i rispettivi elettorati, fosse mai che si dovesse tornare alle urne, e leggi tutto

Il calcio mondiale: uno spettacolo politico

Matteo Anastasi * - 11.07.2018

Con il mondiale in Russia, apertosi lo scorso 14 giugno, giunge a proposito il volume di Riccardo Brizzi e Nicola Sbetti, Storia della coppa del mondo di calcio (1930-2018), Firenze, Le Monnier, 2018. Proprio questo evento che si conclude ora sta mostrando, ancora una volta nel corso della storia contemporanea, come esso possa rivelarsi termometro e cartina di tornasole delle relazioni internazionali. Si pensi al gesto quasi consolatorio di Vladimir Putin nei confronti del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, costretto ad assistere alla disfatta dei “figli del deserto” contro la selezione russa: un momento di distensione fra i due i maggiori esportatori di petrolio, divisi sulla questione siriana, dato il noto sostegno di Mosca ad Assad, invece in conflitto con i gruppi sunniti finanziati da Riad. Altrettanto “forte”, a livello di simbologia politica, l’esultanza dei calciatori svizzeri di origine albanese Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri che, contro la Serbia, hanno mimato con le mani, in mondovisione, l’aquila bicipite simbolo di Tirana, riportando alla mente le mai sopite tensioni fra i due Paesi balcanici. L’importanza del calcio, quale elemento centrale della vita associativa di un popolo, ha inoltre conosciuto un record statistico in termini di ascolto, che ben ne testimonia il valore sociale leggi tutto

Elettori, partiti e leader: un rapporto senza impegno

Luca Tentoni - 07.07.2018

La campagna elettorale permanente che mobilita leader, elettori e soggetti politici da almeno quindici anni (della quale abbiamo parlato nello scorso appuntamento con Mentepolitica) ha finito per ripercuotersi sulla natura, la struttura, la forma stessa dei partiti italiani. Questi ultimi, peraltro, erano già interessati da mutazioni comuni a tutte le democrazie, ma che da noi si erano accentuate col passaggio dal sistema dei partiti che aveva caratterizzato la Prima repubblica a quello - più "liquido" da una parte e più leaderistico dall'altra - della Seconda. Più in generale, come scrive Marino De Luca in "Partiti di carta" (Carocci, 2018) "la logica degli effetti e delle influenze ha rapidamente trasformato i partiti politici in contenitori di issues a tempo determinato, destinati a vivere pochi anni prima di destrutturarsi e ristrutturarsi intorno a nuove issues. Il ruolo che hanno assunto nella sfera pubblica risulta veicolato da fattori che prescindono dalla stessa sfera organizzativa". De Luca, nel suo saggio, osserva i mutamenti dei partiti e la vita effimera di quelli nuovi: se fra le liste presenti alla Camera, nel 1992, il 36% era costituito da "vecchi partiti", nel 1994 siamo passati al 12%, nel 2008 di nuovo al 33% e nel 2018 al 21%. Molti di quelli nuovi sono partiti che De Luca definisce leggi tutto