Ultimo Aggiornamento:
18 maggio 2024
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Argomenti

Due destre e mezzo

Paolo Pombeni - 05.07.2023

Come hanno già detto tutti, e noi con loro, le elezioni europee costituiscono una prova piuttosto impegnativa per le forze politiche: non solo per le variegate opposizioni di sinistra che si vedranno fotografate nel loro consenso (anche se non quello vero per le competizioni italiane, ma quello più o meno di opinione), ma anche per la coalizione di destra-centro che si rivelerà meno solida di quanto vuole apparire.

I temi unificanti nelle contese elettorali sono pur sempre la conquista di posizioni di potere. Nel caso delle urne europee, stante il peso limitato che ha quel parlamento, il più si risolve, almeno in prima battuta, nella designazione del presidente della Commissione europea. Da come si chiuderà quella partita dipendono poi in piccola parte gli equilibri nell’intera commissione (ma in questo caso i singoli membri vengono principalmente designati dagli stati, semmai c’è qualche spazio per negoziare su vicepresidenti e altre cariche), ma soprattutto dipenderà la presidenza dell’europarlamento. Non sono posizioni di scarso significato e questo spiega i calcoli e le tattiche che si stanno mettendo in campo anche in Italia.

Ridotta in termini semplici la questione è se la precedente maggioranza che faceva perno sull’accordo PPE+PSE sia riproponibile dopo i risultati delle urne leggi tutto

La riforma elettorale tedesca

Stefano Cavazza * - 03.05.2023

Il Bundestag conta attualmente 736 deputati, il numero più alto nella storia del paese. Inizialmente fissato a 402 seggi e poi salito fino a 598 nel 2002, in realtà il numero dei seggi è sempre variato in funzione dei meccanismi della legge elettorale. Il sistema elettorale - introdotto nel 1949, modificato nel 1953 e poi soggetto a piccole modifiche - prevede che ogni elettore assegni due voti: dal 2002, con il primo, vengono scelti 299 candidati di collegio applicando il maggioritario semplice, con il secondo si partecipa alla distribuzione proporzionale di tutti i 598 seggi a condizione di superare la soglia del 5% o di avere conquistato almeno tre mandati diretti con il primo voto. Tuttavia, fino al 2009, nel caso che il numero dei seggi di collegio fosse stato superiore ai seggi attribuiti con il proporzionale, questi seggi sarebbero stati assegnati come mandati in eccedenza (Überhangmandate). Se tra il 1949 e il 1987 l’impatto della misura era stato limitato con un massimo di 5 mandati attribuiti nel 1961, con l’aumento del numero dei partiti e la diversificazione del voto, la quota di questi mandati era successivamente cresciuta arrivando a 24 nel 2009.

Nel 2008 e nel 2012 la Corte costituzionale di Karlsruhe si espresse in difesa del mantenimento della proporzionalità fissata dal secondo voto e di conseguenza, il legislatore introdusse i leggi tutto

Comunicazione, guerra e diplomazia: una riflessione

Stefano Cavazza * - 26.04.2023

Il 21 febbraio 1916 i tedeschi catturarono il forte di Douaumont, parte della cintura difensiva di Verdun. Presi in contropiede dalla notizia, i francesi risposero con un comunicato che descriveva un’aspra battaglia, costata ai tedeschi pesanti perdite, e un’avanzata francese in corso attorno al forte. La realtà era completamente diversa. Come scrisse Walter Lippmann all’indomani della Grande Guerra, non c’era stata alcuna battaglia né perdita. La maggior parte della ridotta guarnigione francese si era rifugiata nei piani inferiori per via dei bombardamenti e un piccolo gruppo di genieri tedeschi riuscì ad evitare la sorveglianza e ad entrare di nascosto facendo prigionieri gli occupanti senza scontri. Di fronte alla perdita del forte, lo stato maggiore francese mise in scena una rappresentazione immaginaria per trasmettere all’opinione pubblica l’idea di un’offensiva francese vincente. Nemmeno i tedeschi raccontarono la verità tanto da decorare inizialmente un ufficiale estraneo all’azione e solo negli anni Trenta chi era stato alla guida del manipolo di soldati tedeschi. Lippmann usò questo caso per mostrare l’impatto distorsivo della propaganda di guerra rispetto alla verità, un’asserzione che vale per tutti i conflitti che sono seguiti e che ritroviamo oggi nei resoconti della guerra in Ucraina.

La gestione dell’informazione durante i conflitti è parte integrante leggi tutto

A proposito del “Ministero dell’Istruzione e del Merito”: elementi di riflessione dall’Italia all’Europa e oltre

Raffaella Gherardi * - 09.11.2022

Fin dal cambio o integrazione dei titoli di alcuni Ministeri, il Governo Meloni ha scelto di mandare fin da subito messaggi precisi all’esterno, in forza di efficaci parole-chiave, con ogni probabilità ritenute idonee a testimoniare la volontà di cambiamento e di imboccare un nuovo corso rispetto al passato. Del resto sia nelle promesse elettorali che immediatamente dopo la vittoria dello schieramento Destra-Centro, la leader di Fratelli d’Italia aveva più volte evocato un cambio di passo rispetto alla politica del passato e la volontà di dar corpo a una nuova squadra di Governo competente e all’altezza, idonea ad affrontare i gravosi compiti che le si parano dinanzi nel panorama interno e internazionale. Ora è apparso chiaro fin dalle prime battute della formazione del Governo, che i nomi che hanno cominciato a circolare e che poi si sono effettivamente tradotti in cariche ministeriali a vario livello erano in gran parte quelli dei soliti noti; anche la promessa della competenza è rimasta alla prova dei fatti largamente sulla carta. Valga per tutti il caso che giornali e media si sono divertiti a richiamare alla memoria della opinione pubblica di un attuale sottosegretario alla cultura che solo pochi anni fa aveva affermato di non aver letto leggi tutto

Elisabetta II: una magia irripetibile?

Fulvio Cammarano * - 14.09.2022

Non succede tutti i giorni e non succede a tutti di essere presenti quando una pagina di storia si chiude. E con la morte della regina Elisabetta II, possiamo dirlo, la storia ha voltato pagina. Ci sono infatti figure, molto rare, in grado di rappresentare epoche e comunità, attraversando gli anni e le generazioni senza mai perdere il contatto con lo spirito de tempi. Elisabetta è stata una di queste. Come potrebbe essere altrimenti? Venuta alla luce pochi anni dopo la fine della Prima guerra mondiale, ha confermato, appena salita al trono nel 1952, la premiership di Winston Churchill, il grande leader britannico nato nel 1874 a cui si deve attribuire la vittoriosa resistenza al nazismo, e qualche giorno fa, poche ore prima della sua morte, ha conferito l’incarico di Primo ministro a Liz Truss, venuta al mondo oltre un secolo dopo il grande statista conservatore. Al di là delle commemorazioni di rito e delle ricostruzioni agiografiche che si stanno moltiplicando in queste ore, va sottolineato che il carisma di Elisabetta non derivava unicamente dalla lunga epopea dei suoi 70 anni di regno, un lasso di tempo enorme e mai raggiunto prima da un sovrano europeo. Quello che ne ha fatto una figura mitica è leggi tutto

L'ordine liberale è evoluzione

Tiziano Bonazzi * - 22.06.2022

Dovevamo proprio farci sbattere in faccia da Putin al Forum economico di San Pietroburgo che è finito l'ordine liberale mondiale dominato dagli Stati Uniti con l'alleata l'Europa compartecipi di una storia spesso tragica, ma comune? Dovevamo lasciare che fosse Putin a far uscire dai circoli degli esperti e a sbattere in prima pagina questa ovvietà? È successo perché è una ovvietà che fa male e che costringe ad abbassare la cresta a noi opinione pubblica, opinione politica, galletti indomiti perché ciechi. Facciamo un esempio illustre che risale ai tempi aurei della conquista europea del mondo e della costruzione dell'universo politico moderno, l'esempio di Alexis de Tocqueville, uno dei grandi padri del liberalismo. Nella prima metà dell'Ottocento Tocqueville scoprì in America la democrazia trionfante, ne preconizzò con timore l'allargarsi in Europa e teorizzò che negli Stati Uniti la democrazia poteva sussistere perché era una democrazia costituzionale e liberale che divideva il potere fra molti centri istituzionali in modo che nessuno potesse prevaricare e al tempo stesso costituzionalizzava i diritti individuali. Un grande; ma un grande che negli anni Quaranta approvò la guerra devastante della Francia in Algeria, i continui massacri che l'Armée commetteva per assoggettare gli arabi e giudicò necessaria la colonizzazione leggi tutto

“Le conseguenze della guerra”: dalla dolente Europa di Rubens a….?

Raffaella Gherardi * - 15.06.2022

Mentre l’Europa è dilaniata dalla Guerra dei Trent’anni (1618-1648), Peter Paul Rubens, (testimone delle distruzioni in atto a ogni livello e delle numerosissime vittime che essa viene sempre più mietendo non solo fra gli eserciti che si combattono ma anche fra i civili, a causa delle epidemie e della carestia che essa ha innescato e contribuito a diffondere), porta a termine un grande quadro che intitola “Le conseguenze della guerra”. Anche nei secoli a venire questa opera suonerà a potente critica della guerra e magistrale rappresentazione dei suoi effetti devastanti. All’interno di un universo profondamente simbolico e allegorico campeggia la figura di Marte, Dio della guerra, che vince su Venere, Dea dell’amore, che invano cerca di trattenere il suo impeto. Egli avanza da trionfatore, calpestando inesorabilmente ogni simbolo della cultura, della scienza, dell’arte e ogni forma di civile convivenza. Altre figure spaventose balzano poi alla ribalta nel cupo scenario che il pittore rappresenta: così i mostri della peste e della carestia e la figura assai inquietante della furia Aletto, personificazione di una irrefrenabile e incontenibile discordia, capace di strappare via lo stesso Marte dall’abbraccio di Venere. La sua forza trascinatrice è talmente potente che niente e nessuno può resisterle: sul suo cammino ogni leggi tutto

Cosa diciamo quando diciamo Occidente?

Fulvio Cammarano * - 25.05.2022

Tra le diverse motivazioni con cui Putin e il suo gruppo dirigente hanno voluto giustificare l’invasione russa dell’Ucraina, una delle più esplicite è quella che si richiama alla necessità di contrastare l’Occidente, non solo in quanto concreta minaccia militare (“L’Occidente stava preparando una invasione dei nostri territori”, ha detto Putin durante la parata del 9 maggio), ma anche, se non soprattutto, in quanto espressione di una cultura deteriore impegnata nell’opera di dissolvimento della Russia, attraverso l’accerchiamento militare e la distruzione dei suoi valori. "L'Occidente – ha sostenuto Putin - sta tentando di spaccare la società russa e distruggere la Russia dall'interno". Non è, dunque, un caso che ad assurgere ad un livello chiave nell’ambito della comunicazione di guerra sia stato il Patriarca di Mosca, Kirill il quale ha legittimato l’aggressione in nome di valori e tradizioni russofile antioccidentali. Per Kirill è in corso una lotta della virtù contro gli immorali modelli di vita espressi dall’Occidente.

La vaghezza del concetto di Occidente, a metà strada tra modello culturale e realtà geopolitica, risulta molto utile, in ambito polemico, per individuare colpevoli senza indicarne nomi e cognomi. L’Occidente, per Putin, è in primo luogo tutto ciò che promana dagli Stati Uniti e dalle realtà considerate legate al carro di Washington, leggi tutto

Una nuova questione europea

Paolo Pombeni - 11.05.2022

Lo si è già detto, ma ogni giorno che passa diventa più chiaro che si sta avviando una nuova stagione per l’Unione Europea. Il discorso a Strasburgo di Draghi prima e di Macron poi ha messo sul tavolo una vecchia questione che è divenuta drammatica dopo la nuova politica avventurista della Russia di Putin, politica che è diretta in primo luogo contro l’Europa.

Storicamente i grandi imperi non hanno mai visto bene il sorgere di una potenza europea fuori del loro controllo e con possibilità di diventare un possibile concorrente. La Gran Bretagna e la Russia si opposero a Napoleone, poi fu la volta del blocco alle mire egemoniche del rinato Reich tedesco (secondo e terzo), e infine quella degli accordi di Yalta che dividevano il nostro continente in due: metà sotto egemonia atlantica (anglo-americana nella progettazione, ma ben presto privata della componente “anglo”), metà sottoposta al vassallaggio sovietico. Naturalmente non si tratta di begli esempi di tentativi di unificazione europea, ma li ricordiamo come dinamiche politiche e non certo come esempi di virtuosa volontà di progresso.

Le eredità storiche hanno persistenze lunghe, come si può plasticamente vedere oggi dai russi che non disdegnano di tirar fuori le vecchie bandiere rosse con falce leggi tutto

La rielezione di Macron: una analisi a freddo

Michele Marchi - 30.04.2022

Come ricorda un’espressione francese, sarebbe forse il caso di “prendre du recul” nell’osservare e giudicare la rielezione di Emmanuel Macron. Occorre guardarla con maggiore distacco, compararla e non limitarsi al bicchiere mezzo vuoto o perlomeno gettare un’occhiata anche a quello mezzo pieno.

Astensione record (sopra il 28%), appena tre punti sotto il picco più alto, nell’inclassificabile ballottaggio del 1969. Si trattava di elezioni a due mesi dalle clamorose dimissioni di de Gaulle, con i comunisti giunti terzi al primo turno, il loro leader che si esprimeva per l’astensionismo e un ballottaggio scontato nell’esito tra Pompidou e il centrista Barre.

Voti alle estreme ancora in crescita e che se sommati al primo turno superano il 55%. E infine la percezione, ricordata da Macron in apertura al breve discorso post-elettorale, che una parte importante del voto al presidente uscente al ballottaggio sia giunto per bloccare l’avanzata di Le Pen e dunque non debba essere considerato un voto di adesione al suo progetto o di sostegno alla sua leadership (e i due milioni abbondanti di voti persi tra il ballottaggio del 4 aprile 2002 e quello di cinque anni fa lo confermano).

Detto ciò sarebbe scorretto non ricordare anche gli elementi positivi per Macron presenti nella rielezione. In termini di voti ottenuti al ballottaggio (18,7 milioni), leggi tutto