Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Argomenti

Macron tra Versailles e l’Europa

Michele Marchi - 14.07.2018

Nel momento in cui numerosi sondaggi cominciano pericolosamente ad avvicinare il livello di gradimento di Emmanuel Macron a quelli decadenti di Nicolas Sarkozy e di François Hollande a quindici mesi dalla loro elezione, il presidente in carica parla alle camere riunite in congresso a Versailles.

Innanzitutto il calo di popolarità e di gradimento preoccupa per due ragioni principali. Da un lato perché le due “estreme”, cioè il Rassemblement National (di Marine Le Pen) e la France Insoumise (di Mélenchon) non sembrano recedere nelle intenzioni di voto in vista delle europee della prossima primavera. Dall’altro perché se l’elettorato di centro-destra (Les Républicains) che lo aveva votato al ballottaggio presidenziale tutto sommato continua a sostenerlo, quello socialista che lo aveva scelto al primo turno (preferendolo ad Hamon) e in maniera massiccia al ballottaggio (in funzione anti-Le Pen) sembra oggi scontento e tende ad abbracciare lo slogan del “président des riches”.

Un’altra precisazione va poi fatta in relazione alla scelta di parlare a Versailles. Dopo la riforma del 2008 la procedura è prevista dalla Costituzione revisionata (in precedenza il presidente della Repubblica poteva inviare messaggi alle Camere che dovevano essere letti non in sua presenza). Sarkozy e Hollande avevano utilizzato questa leggi tutto

Italia e Francia: cugini coltelli?

Fulvio Cammarano * - 27.06.2018

I rapporti tra Stati rispondono molto spesso a logiche di lungo periodo di cui i cittadini non sempre sembrano essere consapevoli. La continuità degli interessi nazionali non di rado prescinde dai sistemi di governo esistenti e dalle loro caratteristiche politiche. Un esempio tra tanti è quello delle molte continuità esistenti tra la politica estera dell’impero zarista e quella dell’Unione sovietica stalinista, regimi apparentemente opposti, ma in realtà molto vicini nel perseguire logiche d’interesse nazionale di lungo periodo nei contesti internazionali. I rapporti tra Italia e Francia degli ultimi due secoli non fanno eccezione. Tra i due Paesi i momenti di tensione superano di gran lunga quelli di distensione. Le ragioni risalgono al contesto geopolitico che le ha viste rivaleggiare nell’area del Mediterraneo ma anche alla consapevolezza francese di essere la fonte, con il mondo anglosassone, delle basi su cui ancora oggi si fonda la modernità occidentale.  Un ruolo che la Francia non ha mai smesso di rivendicare e che le ha permesso di occupare il centro del continente europeo anche quando la sua potenza era declinante. Si è trattato, a scanso di equivoci, di una vera grandeur che ha avuto un peso decisivo nella nascita del Regno d’Italia, quando Parigi ha, in leggi tutto

Italia e Francia: cugini coltelli?

Fulvio Cammarano * - 23.06.2018

I rapporti tra Stati rispondono molto spesso a logiche di lungo periodo di cui i cittadini non sempre sembrano essere consapevoli. La continuità degli interessi nazionali non di rado prescinde dai sistemi di governo esistenti e dalle loro caratteristiche politiche. Un esempio tra tanti è quello delle molte continuità esistenti tra la politica estera dell’impero zarista e quella dell’Unione sovietica stalinista, regimi apparentemente opposti, ma in realtà molto vicini nel perseguire logiche d’interesse nazionale di lungo periodo nei contesti internazionali. I rapporti tra Italia e Francia degli ultimi due secoli non fanno eccezione. Tra i due Paesi i momenti di tensione superano di gran lunga quelli di distensione. Le ragioni risalgono al contesto geopolitico che le ha viste rivaleggiare nell’area del Mediterraneo ma anche alla consapevolezza francese di essere la fonte, con il mondo anglosassone, delle basi su cui ancora oggi si fonda la modernità occidentale.  Un ruolo che la Francia non ha mai smesso di rivendicare e che le ha permesso di occupare il centro del continente europeo anche quando la sua potenza era declinante. Si è trattato, a scanso di equivoci, di una vera grandeur che ha avuto un peso decisivo nella nascita del Regno d’Italia, quando Parigi ha, in leggi tutto

Ceta: meglio ratificare *

Gianpaolo Rossini - 20.06.2018

Libero scambio ed Europa non sembrano più di moda e ne soffre il Ceta, l’accordo di libero scambio stipulato tra Ue e Canada. Nel 1957 col Trattato di Roma che dà vita alla Unione Europea (allora Comunità Europea) i paesi membri delegano le politiche commerciali  verso paesi terzi alla Commissione.  Quando gli accordi riguardano materie  finanziarie  o la proprietà intellettuale, non limitandosi agli scambi mercantili occorre la ratifica di ciascun membro della Ue. Il Ceta, nel 2016 trova l’opposizione della Vallonia, contraria ad aspetti che riguardano le istituzioni chiamate  a regolare i contenziosi commerciali tra produttori Canadesi ed Europei. Il Trattato subisce alcune migliorie venendo incontro alle critiche della regione belga ed è ratificato da alcuni paesi Ue. Che succede nel Bel Paese? Diverse voci del governo giallo-verde si stanno esprimendo per un rifiuto in toto del trattato. Sono spalleggiate dalla Coldiretti, associazione degli agricoltori proprietari di aziende agricole che tuonano contro il trattato che non riconoscerebbe abbastanza prodotti italiani del territorio, e quindi non ne impedirebbe l’imitazione in Canada. A prima vista sembrerebbe l’ennesimo caso di Italia Cenerentola in Europa. Ma è proprio così? Il trattato Ceta è un lungo documento al quale la commissione europea, ha lavorato con i canadesi per più anni. leggi tutto

L’Italia nel gorgo europeo

Michele Iscra * - 16.06.2018

La gestione della questione dei migranti raccolti dalla nave Aquarius ha avuto l’andamento di una telenovela, più che non quello di una seria questione riguardante un’emergenza storica. E non è solo stata colpa dei nuovi governanti italiani, che hanno più che altro mostrato la loro incapacità di capire quanto la faccenda avesse risvolti che andavano ben al di là dei temi cari al sovranismo di casa nostra.

Che Salvini non comprendesse bene la delicatezza della faccenda era scontato e del resto non gli interessava farlo. Per un leader tutto chiacchiere e televisione era troppo ghiotta  l’occasione di mostrarsi nelle vesti del nuovo politico che sa decidere quel che gli altri non hanno saputo fare. Non è la decisione in sé a destare stupore, perché alla chiusura dei porti per mettere l’Europa di fronte alle proprie responsabilità si era già pensato da parte del governo precedente. Quel che ha fatto i guai è l’averla gestita a suon di smargiassate, sino al punto da esautorare di fatto il presidente del Consiglio e il ministro degli esteri, costretti poi a seguire la linea che era stata loro imposta.

Quel che neppure l’astuto Salvini poteva prevedere era che alcuni esponenti del governo francese, incluso il presidente Macron, leggi tutto

Muri e muretti: la “legittimazione a governare” fra Prima e Seconda Repubblica

Luca Tentoni - 26.05.2018

Una delle principali caratteristiche della Seconda Repubblica è stato il superamento della “conventio ad excludendum”, cioè del perimetro politico al di fuori del quale c'erano partiti (compreso il Pci, il quale era però nell’”arco costituzionale” e che – non più considerato antisistema - rientrò parzialmente in gioco nel 1976-’79) che mai avrebbero potuto entrare organicamente in un governo. Fu con le elezioni del 1994 che An (Msi) e la Lega entrarono nella "stanza dei bottoni" con propri ministri di peso. I missini stavano portando a compimento la loro marcia verso Alleanza nazionale, in un percorso di evoluzione verso una destra "di sistema e di governo". Il Carroccio, invece, manteneva le proprie parole d'ordine (nel 1996, conclusa l'alleanza con Forza Italia e finita anche l'esperienza del sostegno al governo Dini, Bossi sarebbe arrivato a chiedere la secessione del Nord) ma, nel contempo, conquistava posizioni di rilievo nelle istituzioni (come la presidenza della Camera, affidata alla giovane deputata Irene Pivetti). La Lega "di governo" durò poco, a livello nazionale (sette mesi con Berlusconi, più l'anno di appoggio a Dini) ma in ambito locale la presenza del Carroccio nelle amministrazioni comunali, regionali e provinciali - già forte a partire dal 1990 - divenne ancora più robusta e capillare. Paradossalmente, però, leggi tutto

Un anno dopo la sua elezione, Macron ha «rimesso in moto» la Francia. Con quali risultati?

Mathieu Gallard * - 19.05.2018

Un anno dopo l’elezione di Emmanuel Macron alla presidenza della Repubblica, i francesi tracciano un primo bilancio con luci e ombre del suo mandato; il nuovo Capo dello Stato ha tuttavia in questo momento una posizione migliore rispetto ai suoi immediati precedessori. La popolarità di Macron si attesta oggi fra il 40% (Ipsos) e il 50% (Harris Interactive), un livello storicamente medio. Inoltre, il barometro Kantar Sofres, che dispone di una ricca serie storica di dati, ha valutato nell’aprile 2018 il suo grado di consenso al 41%: nettamente meno di François Mitterand (58%) e allo stesso livello di Jacques Chirac (44%) nello stesso periodo dei loro mandati nel 1982 e nel 1996. Ma è nettamente migliore rispetto a Nicolas Sarkozy (32% nell’aprile 2008) o François Hollande (24% nell’aprile 2013). Macron, senza essere molto popolare, ha dunque interrotto il “trend” che vedeva, dopo Chirac, ogni presidente essere meno gradito dei suoi predecessori. Al di là della sua popolarità personale, i francesi sono divisi sul bilancio del suo operato: se il 55% lo giudica attualmente negativo, il 45% lo trova positivo [salvo indicazione contraria, i risultati dei sondaggi si basano su un’inchiesta Ipsos per CEVIPOF, Le Monde e la Fondation Jean Jaurès, condotta online fra il 25 aprile e il 2 maggio 2018 in un campione di leggi tutto

Le democrazie e il nuovo "cleavage"

Luca Tentoni - 12.05.2018

Nei sistemi democratici si è ormai creata una nuova contrapposizione, un "cleavage" che supera - ma in parte potrebbe anche riassumere - le quattro fratture classiche dell'elettorato delineate a suo tempo da Stein Rokkan: fra Stato-Chiesa, centro-periferia, borghesia-classe operaia, élites urbane-élite rurali. Le "nouveau clivage", come lo definisce Jérôme Forquet nel suo recentissimo volume (Ed. Cerf, Paris, 2018), è il protagonista di tre consultazioni popolari storiche come quella del 2016 sulla Brexit, l'elezione di Trump negli Usa, la vittoria di Macron in Francia. In questi casi, ma anche in altre elezioni europee, come per esempio le austriache, è emersa una distanza fra quelle che potremmo definire due "agglomerazioni elettorali": la prima, formata dagli sconfitti della mondializzazione e da chi teme l'aumento dei flussi migratori; la seconda, costituita dagli abitanti delle metropoli "globalizzate" e dai ceti che un tempo si sarebbero definiti "affluenti". Sebbene per certi aspetti questo nuovo "cleavage" sembri riportarci a vecchie contrapposizioni fra classi e ceti, la questione non è semplice. Lo si potrebbe constatare anche esaminando i dati delle recenti elezioni italiane (che Fourquet non ha incluso nel suo studio), sebbene nel nostro paese ci siano peculiarità che rendono meno netta la demarcazione che invece si nota nelle tre consultazioni esaminate dallo studioso francese. leggi tutto

Cinquant'anni fa il "maggio francese"

Giulia Guazzaloca - 05.05.2018

Cinquant’anni fa la Francia tornava ad essere teatro della «rivoluzione»; non c’erano i sanculotti, gli anti-borbonici, i «banchetti» operai, ma Parigi era di nuovo invasa da migliaia di manifestanti al grido di «liberazione» e «contestazione». Liberazione dall’autorità e dalle gerarchie all’interno della famiglia, dell’università e dei luoghi di lavoro; contestazione dei partiti tradizionali e delle strutture della democrazia rappresentativa, delle discriminazioni legate alla razza, al sesso, alla classe sociale, degli stili di vita imposti dalla nuova società dei consumi. Quel maggio a Parigi costituì l’apice e il simbolo della ribellione giovanile; probabilmente senza il «maggio francese» il Sessantotto e l’immagine che ne è giunta fino a noi non sarebbero stati gli stessi. Fu a Parigi infatti che il movimento di contestazione studentesca apparve più simile ad una vera e propria «rivoluzione»: i giovani divennero il detonatore del malcontento della società tutta, scioperi, cortei, occupazioni e barricate arrivarono a paralizzare il paese e a far vacillare il sistema della Quinta Repubblica.

Tutto era partito da Nanterre, l’ateneo alle porte di Parigi, già scosso da incidenti e proteste nell’autunno precedente, dove nacque il «movimento del 22 marzo» guidato da Daniel Cohn-Bendit. La miccia che fece esplodere leggi tutto

Questione di leadership e questione generazionale

Michele Marchi - 21.04.2018

Nello spazio di due giorni Macron ha parlato nell’emiciclo di Strasburgo ed è poi volato a Berlino per un bilaterale con Angela Merkel, finalmente alla guida del nuovo governo con fatica emerso dal voto del settembre scorso. Parigi-Strasburgo/Bruxelles-Berlino, questo è senza dubbio il triangolo del potere europeo, ma questo è soprattutto il triangolo nel quale si giocherà il delicato futuro dell’Ue da qui al voto europeo della prossima primavera.

Che i passaggi del 17 e del 19 aprile fossero due momenti intermedi, in vista del (si spera) decisivo Consiglio europeo di fine giugno, tutti ne erano consapevoli. Oggi sappiamo anche che quel delicato summit europeo avrà un importante “antipasto”, dieci giorni prima, nell’annunciato Consiglio dei ministri congiunto franco-tedesco del 19 giugno. Eppure da Strasburgo e da Berlino qualche indicazione interessante è già emersa.

Angela Merkel era obbligata, per ragioni di politica interna (pressioni bavaresi e sommovimenti interni alla CDU), a raffreddare gli entusiasmi dell’inquilino dell’Eliseo. Lo ha fatto, come al solito, alla maniera della Cancelliera, invertendo l’ordine delle priorità europee: immigrazione, politica estera comune e sviluppo dell’Unione economica e monetaria (più unione bancaria). Queste, in ordine di importanza, le necessità secondo Berlino. Per Parigi, come è noto, tutto dipende al contrario leggi tutto