Ultimo Aggiornamento:
14 dicembre 2019
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Nuovi modelli di modernità

Fulvio Cammarano * - 31.08.2019
Macron e Bolsonaro

La Destra utilizza da sempre i detriti e le macerie degli tsunami del capitalismo fuori controllo per costruire il proprio, efficace, messaggio politico. Inutile ricordare come la crisi economica seguita al crollo di Wall Street del 1929, innestata sui catastrofici accordi di Versailles, abbia improvvisamente trasformato la folkloristica e minoritaria narrazione nazista in un affascinante e del tutto comprensibile linguaggio di rinascita nazionale. Non c’è bisogno di analisi troppo sofisticate per capire come anche oggi, mutatis mutandis, gran parte del successo della destra "sovranista" italiana (da sempre fisiologicamente presente con sigle e nomi diversi in quasi tutti i Paesi) sia dovuto alla capacità dei suoi leader di portare avanti - sulle devastazioni della crisi finanziaria del 2008 amplificate dalla totale impreparazione delle classi dirigenti a gestire i grandi flussi migratori - una discorso egemonico tutto incentrato su sicurezza e identità nazionale. È in quel messaggio che oggi i settori di opinione pubblica meno sensibili ai temi della libertà e dei diritti individuano una nuova, vera, modernità, quella del "popolo contro la casta", del recupero delle gerarchie in cambio di sicurezza. Non è dunque un caso che l’Italia, con la sua lunga storia di indifferenza per le questioni delle libertà e dei diritti (alimentata sino alla metà del secolo scorso anche da gran parte della Sinistra), si sia mostrata particolarmente recettiva a un simile messaggio. Si è molto insistito, negli ultimi anni, per spiegare la forza della Destra, sugli errori del Partito Democratico, ma in realtà bisognerebbe andare più in profondità. Siamo infatti un Paese che, di fronte alle trasformazioni e alle difficoltà economiche, non ha mai considerato il tema delle libertà un pilastro della cultura civica nazionale come si è visto nell’indifferenza popolare per il problema dell’estensione del suffragio e in occasione dell’avvento del regime fascista. Sperare, ora, di riuscire ad invertire rapidamente la stagione dell’attenzione del Paese al messaggio della destra è un’illusione perché significa immaginare che le cause profonde che l’hanno prodotta possano essere rimosse con la buona volontà e un po’ di raziocinio. Bisogna invece essere consapevoli che l’opinione pubblica si forma, nelle sue convinzioni più profonde, anche attraverso la forza attrattiva di grandi modelli culturali che riescono ad imporsi a livello sovranazionale come interpreti della modernità. Tra XVIII e XIX secolo fu il costituzionalismo a dilagare in gran parte dell’Occidente come insostituibile linguaggio del "nuovo", una valanga che spazzando l’ancien régime avrebbe condotto tutti verso un mondo migliore. Nell’800, accanto all’irraggiungibile modello anglosassone, detentore del segreto, costruito nei secoli, di come si possa coniugare libertà individuale e solidità delle comunità, crebbe quello tedesco che invece appariva alla portata di tutti, capace come era di integrare la novità della Costituzione nel solco di una tradizione fatta di efficienza, sviluppo economico e autorità. In fondo Berlino sembrava la prova di come si potesse diventare ricchi e potenti mostrando i muscoli e le capacità organizzative, senza bisogno di ampliare la sfera delle libertà politiche, sino ad allora invece considerate criterio indispensabile per salire sul convoglio della modernità. Alla fine della Seconda guerra mondiale toccò all’American dream (in secca alternativa all’ideale sovietico) indicare la strada di cosa fare per essere moderni, anche in virtù del suo ruolo nella Guerra, ma soprattutto nella ricostruzione post-bellica. Guardiamoci attorno: l’America trumpiana di oggi non sembra una meteora e lavora per favorire e mettersi alla testa delle politiche sovraniste e populiste in tutto il mondo, mentre gli altri "oggetti" a vario titolo di "desiderio" e di ammirazione più o meno legati all’idea di successo (nell’economia, nella potenza militare, nell’efficienza) sono la Cina in cui non sono garantiti diritti umani e libertà politiche e la Russia dove, come si sa, è molto difficile organizzare un’opposizione e un'alternativa a Putin. L’Europa, che avrebbe dovuto rappresentare il faro della cultura delle libertà, è stata ridotta al lumicino soprattutto da classi dirigenti non all’altezza delle grandi speranze germogliate a Ventotene nel 1941, nel momento più buio della storia mondiale. Non è d’altronde un caso che tale fallimento sia considerato uno dei principali motivi del successo del sovranismo. Per sconfiggere la Destra dunque non sarà sufficiente per la Sinistra sfruttare, come è accaduto in queste settimane, i passi falsi degli avversari per andare in un modo o nell’altro al governo: tutto ciò è un palliativo tattico, contingente. Dal punto di vista strategico in Italia sarà in realtà difficile invertire la forza attrattiva della Destra se non si esce dalla fase attuale, se cioè a livello internazionale non si impone un nuovo, attrattivo, modello di modernità, magari al momento non alle viste.  Gli intellettuali in questo hanno una responsabilità speciale: invece di crogiolarsi nel consueto ruolo di narratori/descrittori delle crisi, dovrebbero lavorare per rendere più agevole, se ce ne saranno le condizioni, l’addensamento di un nuovo immaginario di modernità. Inutile provare ad ipotecare il futuro. Tuttavia, per provare a fare un esempio, non ci si può nascondere che sta avanzando la questione non più eludibile dello stato, non dell’Unione, ma del pianeta. La questione della vita sempre più difficile (da diversi punti di vista) sulla Terra renderebbe, in prospettiva,  certamente obsoleti e patetici tutti i discorsi sulle patrie asserragliate costringendoci (come spesso accade di fronte alle emergenze) a ripensare le priorità, ma soprattutto, quello che conta, introdurrebbe inevitabilmente un nuovo immaginario politico internazionale in cui la biopolitica si appresta a diventare una questione davvero strategica che non potrà più essere delimitata da antichi criteri di sovranità (il conflitto di questi giorni tra Bolsonaro e Macron sugli incendi della foresta amazzonica ci sta mostrando come la sovranità può essere contestata in nome dell’interesse planetario). Avremmo, a quel punto, bisogno di codici e linguaggi diversi che però non potranno più fare troppo affidamento sulla tradizionale politica degli interessi contrapposti a confronto. Si potrebbe infatti prefigurare per la prima volta nella storia dell’umanità che alla "mors tua" non corrisponda più la "vita mea" con tutto quello che ne consegue nella responsabilità di fare programmi politici mettendo finalmente gli esseri umani (quelli reali, non l’umanità) al centro di qualsivoglia progetto di futuro.

 

 

 

 

* Ordinario di storia contemporanea all’università di Bologna