Ultimo Aggiornamento:
03 agosto 2019
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Crisi DB segnale per la Germania

Gianpaolo Rossini - 10.07.2019
Commerzbank

Deutsche Bank (DB) è la maggiore banca tedesca e la sua lunga crisi sembra mettere a nudo alcuni degli errori della politica economica tedesca del nuovo secolo, spesso considerati con indulgenza dalle autorità economiche e monetarie europee. Ma quali sono le ragioni dei conti in rosso di DB quando è ancora calda la crisi fotocopia della Commerz Bank, seconda banca tedesca? Le debolezze di DB sono almeno due. Attività di trading-investimento in titoli esteri. Tassi d’interesse negativi sui Bund, titoli del debito pubblico teutonico, che si scaricano su tutta l’economia e in particolare su banche e assicurazioni.

Gli eccessivi e rischiosi investimenti in titoli e derivati della DB sono figli della grande disponibilità di risparmio che non trova impieghi in Germania.  Due decenni di cospicuo surplus del conto corrente della bilancia dei pagamenti con l’estero ne sono fonte e specchio. Quando in un mercato (ad esempio Usa) si esporta a lungo più di quello che si importa si finisce per acquistarne attività finanziarie. Il cronico surplus con l’estero di Berlino non solo ammorba i rapporti economici globali, in particolare con gli Usa, ma richiede al sistema bancario di investire capitale all’estero anche in forme rischiose. Un caso? DB perde in un solo colpo oltre un miliardo di euro in una operazione su bond americani in cui è coinvolto il vecchio Warren Buffett. Dove nasce l’eccesso di risparmio tedesco che danneggia le banche ed è alla base degli squilibri commerciali? In buona parte dalla politica fiscale, ossessionata dallo Schwarze Null (deficit pubblico zero) che genera nel 2018 un surplus di bilancio pubblico pari al 1.5% del Pil sdraiato a fianco di un surplus con l’estero a quasi l’8% (quello della Cina è tra 1.5 e 2% del Pil). La rigida politica fiscale figlia di una impostazione legalista (di cui è prova la forte presenza di giuristi nelle stanze dei bottoni del potere economico pubblico tedesco) aggiunge al già eccessivo risparmio privato quello pubblico esasperando gli squilibri finanziari con l’estero e stressando le banche. Commerz e DB sono vittime di queste politiche fallose. Ma se in autunno arriverà la prevista decisione Usa sui dazi avremo un’altra vittima: l’intera Ue che pagherà il costo con minori esportazioni, Italia in primis, dell’esagerato squilibrio tedesco.

Una seconda ragione delle perdite delle grandi banche tedesche sono i bassi tassi d’interesse scesi a livelli mai visti, negativi fino a dieci anni. Per avere un’idea rispetto al passato, durante la grande depressione degli anni ‘30 del secolo scorso, i tassi sui titoli pubblici non vanno mai in zona negativa (neppure quelli a 3 mesi mentre quelli a 20 anni sono vicini al 2%). Un sano mercato di eurobonds migliorerebbe oggi il panorama dei tassi, ma Berlino non li vuole perché caricherebbero sui tedeschi i costi di politiche fiscali non abbastanza severe di Italia e altri. Certo gli eurobonds farebbero aumentare i tassi tedeschi e diminuire quelli sui titoli italiani e degli altri periferici affetti dagli spread. Ma questo non implica alcun esborso dei cittadini tedeschi a favore dell’Italia. Aumenterebbero gli interessi che banche e consumatori tedeschi percepiscono sugli eurobonds emessi da Berlino fornendo una boccata di ossigeno al sistema finanziario (banche e assicurazioni) tedesco che eviterebbe così di caricarsi eccessivi rischi.

La crisi di DB è l’occasione, anche se tardiva, per la Germania di riconsiderare politiche sbagliate e dinieghi ingiustificati. I contribuenti teutonici (e non solo) eviterebbero di pagare per salvare le loro banche e il sistema finanziario sarebbe più stabile. E i cittadini europei potrebbero allontanare la minaccia di dazi Usa figli dell’esagerato surplus tedesco.