Ultimo Aggiornamento:
18 settembre 2019
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In difesa della “società aperta”: la Central European University (CEU)

Carola Cerami * - 28.08.2019
CEU

Il sociologo Ralph Dahrendorf, nella raccolta di saggi La società riaperta, ci ricorda che le “società aperte”, sono quelle che consentono il tentativo e l’errore, il cambiamento e l’evoluzione. Società pluraliste, in grado di ampliare le opzioni, dotate di una sana e robusta società civile capace di esprimere sé stessa attraverso il “caos creativo” delle associazioni, delle istituzioni religiose, delle forme artistiche, delle istituzioni educative e sportive, ambientali e di volontariato. Società che promuovono e tutelano la libertà di stampa e i diritti umani e permettono la migliore espressione della cittadinanza.

La difesa della società aperta, e con essa l’aspirazione alla formazione di “menti libere, in una società libera”, ha costituito la missione prioritaria della Central European University (CEU), sin dalla sua creazione nel 1991. La CEU deve le sue origini non soltanto al filantropo statunitense-ungherese George Soros (allievo di Karl Popper alla London School of Economics and Political Science e attivo sostenitore dei valori della “società aperta”), ma anche, e soprattutto, alla partecipazione di studiosi di fama internazionale, fra questi si ricordano Ernest Gellner e Alfred Stepan (primo Rettore). La CEU è stata fondata con l'obiettivo di incoraggiare, attraverso l'educazione, il processo di transizione democratica nell'Europa centrale e orientale. L’idea era quella di fornire un'educazione avanzata nelle scienze sociali e umane, favorire un intenso scambio di studiosi e studenti tra l'Europa orientale e occidentale e contribuire all'obiettivo di promuovere e favorire l’aspirazione alla “società aperta” nelle ex società comuniste. Da allora, la CEU ha consolidato la sua reputazione di università internazionale, capace di attrarre studenti di talento e laureati provenienti da tutta Europa e dal mondo, divenendo un punto di rifermento accademico e culturale nel cuore dell'Europa. Eppure, nonostante indiscutibili meriti accademici, la Central European University accreditata negli Stati Uniti e in Ungheria, con sede a Budapest, è stata pesantemente attaccata dall’attuale governo ungherese, guidato dal ministro populista di destra Victor Orbán. Dopo una lunga battaglia legale, la CEU, a partire dal prossimo settembre, sarà costretta a trasferire buona parte della propria attività a Vienna, fuori dall’Ungheria. Il trasferimento arriva dopo anni di contrasti con il governo, e al di là delle dispute legali, il nucleo dell'attacco è l'affermazione che la CEU sia un'istituzione politica mascherata da università, individuando in George Soros il nemico per eccellenza. Come scrive il rettore e storico Michael Ignatieff: “L'affermazione è falsa, come attestano le agenzie di accreditamento che ispezionano il nostro insegnamento e la nostra ricerca, ma gli attacchi sono inevitabili, dal momento che la missione dell'università - promuovere i valori di una società libera - è destinata a creare sospetti e critica presso i governi che non rispettano tali valori. La vicenda della CEU segna un momento buio per la libertà accademica.” Più esplicitamente, il politologo Cas Mudde ribadisce che con questa azione l'Ungheria si unisce ad un crescente gruppo di paesi autoritari che (a tutti gli effetti) hanno chiuso università indipendenti, tra cui la Bielorussia, la Russia e la Turchia.

In Italia la vicenda è stata dimenticata in fretta. Eppure, essa merita maggiore attenzione di quanta ne abbia ricevuta. Le tensioni tra la CEU e la destra ungherese risalgono al primo governo di Viktor Orbán fin dal 1998-2002, e sono un riflesso del crescente potere della politica di destra radicale. Del resto, i valori promossi dalla CEU sono in antitesi al disegno populista di destra promosso da Orbán. Il primo ministro ungherese continua a radicalizzare il suo progetto di trasformare l'Ungheria da una democrazia liberale in uno "Stato illiberale". Orbán sta portando avanti un attacco a tutto campo contro la società civile indipendente del paese: dal mondo accademico, ai media, alle ONG, alle istituzioni culturali ed educative. È però inquietante osservare che tale retorica non sia più limitata all’Ungheria, e gli attacchi contro i media indipendenti e le ONG stanno diventando una tendenza globale, si stanno diffondendo con modalità simili in tutto l’Occidente, nell'Europa centro-orientale, così come in Italia. Una sorta di “contro rivoluzione illiberale” che sta attaccando alle radici l’essenza più profonda dei valori della “società aperta”, il concetto di pluralismo delle identità e delle opinioni. La crisi dei rifugiati del 2015 ha aperto un nuovo tipo di opportunità per questa strategia, alimentando paure sociali, chiusura delle frontiere (e dei porti) e fomentando l’odio per “l’altro da sé”. 

La tattica è quella di delegittimare le ONG, i giornalisti, i media, le istituzioni culturali indipendenti e, più in generale, tutte le espressioni del dissenso. Dietro queste campagne di diffamazione illiberale, c'è un attacco mortalmente serio alle istituzioni democratiche e all’idea di una società libera e pluralista.

La vicenda della Central European University si inserisce in questo clima. Nel frattempo, la risposta della CEU è stata una rinnovata riflessione sul concetto di "Open Society". Nel corso del 2017 e nel 2018, l’università ha invitato studiosi di tutto il mondo a unirsi in una serie di conferenze e dibattiti sull’argomento. Il risultato di questo lavoro è stato pubblicato in un volume collettaneo dal titolo Rethinking Open Society. New Adversaries and New Opportunities

La domanda chiave alla base della ricerca è: perché i valori chiave della società aperta – libertà, giustizia, tolleranza, democrazia e rispetto per la conoscenza – sono oggi sotto attacco in tutto il mondo? Perché la società chiusa sembra oggi prevalere sull’aspirazione alla società aperta?

La società aperta è esigente, essa non offre facili e immediate semplificazioni, ma richiede la complessità. I suoi ideali possono sembrare impegnativi, essa ci chiede di rispettare la dignità degli altri (specialmente di coloro con i quali potremmo non essere d'accordo), 

di esercitare la pienezza del senso della cittadinanza, di non trascurare il ruolo inclusivo della comunità e di fare delle scelte basate sulla ricerca del dubbio piuttosto che sull’oscurantismo del dogma. Proprio per queste ragioni, in questo complesso momento storico, abbiamo bisogno di leader politici capaci di difendere, senza incertezze e ambiguità, i valori della “società aperta” e di affrontare, senza rigurgiti nostalgici, le sfide della modernità: l’innovazione e l’evoluzione, la conoscenza e la competenza, ma anche la solidarietà e l’inclusione. Senza trascurare, la presenza vigile di una società civile, informata e indipendente, che non perda di vista la centralità dell’importanza dell’educazione, della ricerca accademica e scientifica, così come della libera espressione del dissenso, della difesa del pluralismo, dei diritti umani e delle minoranze.

 

 

 

 

*Storica delle relazioni internazionali e autrice del libro “Turchia e Guerra Fredda. Il cambio di metodo e la transizione degli anni Settanta (1973-1980)”, Mondadori, Milano, 2019.