Ultimo Aggiornamento:
15 luglio 2026
Iscriviti al nostro Feed RSS

Un mondo sempre più in tensione

Paolo Pombeni - 07.01.2026
Discorso Mattarella

L’aveva detto Mattarella nel suo messaggio di fine anno: “il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante [sottolineiamo il termine] il rifiuto di chi la nega perché si sente il più forte”. Ciò senza sorvolare sul fatto che “abbiamo di fronte problemi vecchi e nuovi accresciuti dall’incertezza del contesto internazionale” e che “siamo in tempo in cui tutto diventa globale e interdipendente”. Nel precedente discorso agli ambasciatori aveva anche sottolineato come “l’epoca di transizione in cui ci troviamo presenta pericoli che dobbiamo saper tempestivamente riconoscere” e “a stagliarsi all’orizzonte c’è il rischio di un generale arretramento della civiltà”.

Quel che è successo in Venezuela il 3 gennaio colora drammaticamente le considerazioni del nostro Presidente. Siamo infatti di fronte ad un nuovo capitolo di quel ritorno all’imperialismo come cultura dominante nelle relazioni internazionali che è stato il cruccio di tutti gli osservatori nell’anno appena concluso. Si tratta, dobbiamo dirlo, di una tematica estremamente difficile da dominare che la rincorsa agli slogan ad effetto che dominano nella comunicazione dei politici e nelle analisi dei talk show non aiuta certo a capire.

C’erano già due scenari molto complicati. Il primo era la questione ucraina dove il mese scorso si è continuato a dire che si era vicini alla sistemazione, se non alla pace, per constatare poi che la Russia di Putin non ha alcuna disponibilità a cooperare per quel risultato. Il secondo è quel che avviene a Gaza e in Medio Oriente. Nella Striscia il processo di stabilizzazione si è arenato: Hamas non viene disarmata, i paesi che hanno sottoscritto gli accordi di Trump non si impegnano a farlo, Netanyahu è ben contento e opera per radicalizzare la situazione (si veda la sua politica in Cisgiordania). Per il presidente americano si tratta di due sostanziali sconfitte di immagine.

Ci si chiederà cosa c’entri questo con il Venezuela. Per capirlo bisogna tenere presenti alcuni elementi. Innanzitutto nell’area la penetrazione russa, anche via Cuba, e poi quella cinese. Una strategia di presenza in America Latina che è chiaramente orientata a far pressione su Washington, per spingerla a distrarsi dal contrasto ai piani espansivi di Mosca e Pechino: se venite a sfidarci nel nostro territorio imperiale, dicono Putin e Xi Jinping, noi possiamo provare a farlo nel vostro. In secondo luogo c’è l’appoggio che il Venezuela di Maduro fornisce all’Iran garantendogli i rifornimenti di petrolio: un sostegno indispensabile per gli ayatollah nel fronteggiare una crisi economica (inflazione al 40%) che porta la popolazione alla rivolta come si sta vedendo. E a Teheran sta riprendendo una politica di sostegno all’islamismo radicale tanto contro Israele quanto contro i governi arabi moderati, politica che sarebbe bloccata se la rivolta avesse successo.

È probabile che il gruppo dirigente intorno a Trump (molti commentatori ne individuano il capo nel segretario di Stato Marco Rubio) abbia ritenuto utile battere il classico pugno sul tavolo, chiarendo a Mosca e a Pechino che, sì gli USA non vogliono più fare i poliziotti del mondo (il conservatorismo MAGA non lo vuole), ma sono sempre militarmente molto efficienti e in grado di intervenire con una forza impressionante per i loro nemici.

Poi certo c’è la questione della droga, che viene ritenuta una scusa da osservatori in cui prevale la pregiudiziale anti-americana, mentre è una faccenda molto seria. I cartelli latino-americani sono potenze economiche notevoli e dispongono sempre più dei mezzi per contrapporsi ai governi dei loro paesi, a volte anche con vere e proprie battaglie aperte come si è visto in Messico, ma non solo. La crescita del potere di questo crimine organizzato e il disastro che portano nella salute pubblica e nell’equilibrio sociale degli USA è abbastanza preoccupante. Non si capisce perché non ce ne rendiamo conto in Italia, dove abbiamo sperimentato quanto siano invasivi i poteri di criminalità organizzata come la Mafia e la Ndrangheta.

Naturalmente la scelta di Trump e dei suoi di esibire il colpo di forza per scombinare una costellazione di sfide è più che discutibile: se mandi al diavolo gli equilibri del diritto internazionale, poi non potrai lamentarti se lo stesso fanno i tuoi competitori. Per dirla brutalmente, questa rincorsa alle prove di forza se non verrà ridimensionata sfocerà nello scoppiare di conflitti la cui estensione e portata va da preoccupante a disastrosa.

In questo contesto si pone il tema di cosa possono fare l’Europa e l’Italia. Faccenda più che spinosa, perché per entrambe realisticamente è impossibile rompere con gli USA al prezzo di diventare una preda alla mercé di tutti gli imperialismi, visto che le sue capacità di difesa militare non sono ottimali e che di questi tempi contare sullo scudo del diritto internazionale non offre certezze. D’altra parte non possono neppure sdraiarsi sulla politica di un personaggio come Trump del tutto imprevedibile e poco disponibile a mettersi a ragionare del futuro in un’ottica di realismo.

Ciò significa purtroppo navigare a vista. Tornando ai discorsi di fine anno del presidente Mattarella, vorremmo richiamare due punti. Il primo è l’invito a prendere coscienza che “la situazione internazionale imprevedibile – e, per qualche aspetto, sorprendente – provoca disorientamento. L’inquietudine del pessimismo che ne deriva non deve indurre a ritenere ineluttabile il processo che vede l’ordine geopolitico che avevamo contribuito a costruire mostrare crepe”. Il secondo è l’esortazione ad essere fedeli alle scelte sul piano internazionale che “hanno coerentemente rappresentato - e costituiscono [sottolineatura nostra: è importante] – le coordinate della nostra azione internazionale: l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica”. E, niente affatto di passaggio, ha sottolineato l’importanza di investire nella difesa, per quanto non sia un tema popolare.

Una classe politica ed una classe dirigente all’altezza del tornante storico in cui viviamo dovrebbe ascoltare questa voce anziché rincorrere le sceneggiate che procurano facili like.