L’Italia e la questione ucraina
Siamo in una settimana molto importante, se non decisiva, per quanto riguarda il ruolo dell’Europa (e dunque anche dell’Italia) nella questione ucraina. Si sa che Trump vorrebbe, per ragioni di immagine, poter festeggiare il Natale con un accordo che metta fine alla guerra guerreggiata, ma constatiamo che non sembra facile dal momento che Peskov, il portavoce di Putin, ha affermato una volta di più che la Russia vuole la pace e non si accontenta di una tregua, cioè di un cessate il fuoco. Se questo continuasse a significare che lo zar vuole la vittoria alle sue condizioni, non ci sarebbe molto da sperare, ma siccome si fanno filtrare speranze per dei passi avanti nei negoziati e lo dice anche Trump può anche darsi che qualcosa si stia muovendo.
Certamente c’è una atmosfera da fiato sospeso in vista del Consiglio europeo del 18-19 dicembre. A Berlino sono in corso negoziati che coinvolgono sia gli americani che gli ucraini sotto l’egida dei volonterosi che questa volta vedono presente anche la nostra Presidente del Consiglio. I messaggi di speranza lanciati dai vari interlocutori prima e durante l’incontro serale del 15 dicembre possono far parte della liturgia diplomatica, che non vuole diffondere pessimismo specie in un momento così delicato. Un indizio un po’ più preciso, per quanto non poco ambiguo è il documento predisposto da Giorgia Meloni in vista del dovuto intervento parlamentare prima della sua partecipazione al Consiglio europeo.
Qui ci sono due aspetti da mettere in luce. Il primo è la riaffermazione dell’impegno italiano nel sostegno all’Ucraina. Difficilmente la premier poteva desistere da questo, visto che non solo è il suo impegno ormai di lungo corso, ma che quasi in contemporanea il presidente Mattarella, parlando al nostro corpo diplomatico, ha ribadito la condanna netta del neo imperialismo russo. Il secondo è però l’ambiguità con cui viene ora declinato quell’impegno. Ci sono due interpretazioni, complementari fra loro. La prima è che non si è voluto rompere con Salvini 8ma neppure con Conte), che a sua volta non può e non vuole rompere, ma deve salvare la faccia: si glissa sulla questione della prosecuzione del sostegno militare con l’invio di armamenti, parlando genericamente di “sostegno multidimensionale” che non si sa esattamente cosa possa significare. La seconda è che si vuole evitare di apparire come istigatori degli ucraini alla prosecuzione della guerra nel momento in cui si pensa convenga spingerli all’accettazione di compromessi poco piacevoli (come vorrebbe Trump, ma come sembrano suggerire anche i partner europei che intravvedono possibilità di tregua). Ovviamente Meloni non vuole l’accusa di essere “guerrafondaia” nel momento in cui si arrivasse a breve alla tregua/pace di compromesso.
Ma la questione non si ferma qui, perché anche se i negoziati si concludessero in quel modo positivo (ce lo auguriamo per il martoriato popolo ucraino), rimarrebbe comunque sul tappeto il tema di come l’Europa (UE + Gran Bretagna) dovrebbe aiutare Kiev su due fronti: innanzitutto la ricostruzione, in secondo luogo la sua sicurezza e sono due aspetti trattati nelle proposte di soluzione europee. Sono due aspetti che richiedono risorse economiche di cui l’Europa non dispone facilmente, perché la ricostruzione costa una fortuna (e non si può lasciare che se ne approprino con vari escamotage USA e Russia) e perché anche il sostegno alla sicurezza militare dell’Ucraina implica esborsi, in quanto un adeguato sistema di difesa ha costi notevoli e garantire tutto solo con la promessa di un intervento europeo a sostegno in caso di attacco serve relativamente: se le forze armate di Kiev non fossero in grado di fermare una invasione al suo inizio, come è avvenuto nel 2022, un intervento degli alleati una volta che i russi avessero occupato gran parte del territorio ucraino significherebbe dover dichiarare guerra a Mosca e sappiamo cosa significa.
Di questo contesto si discuterà al Consiglio Europeo, probabilmente cercando di tenere i termini reali del dibattito non troppo evidenti per evitare allarmismi nelle opinioni pubbliche del nostro continente. Qui la posizione di Meloni si fa complicata. L’Italia non è in condizione di impegnarsi a spendere molte risorse, sia per questioni di equilibrio di bilancio (non possiamo permetterci di tornare a fare deficit, tanto più con in vista le rate di pagamento per il prestito del PNRR), sia per questioni di mancanza di solidarietà fra le forze politiche: dalla Lega, a M5S, ad AVS, e anche parte del PD c’è un ampio fronte populista che rifiuta un coinvolgimento in un piano di pace per la frontiera europea se comporta sacrifici finanziari.
Fra questi rientra senz’altro la scelta eventuale di usare gli asset russi congelati, perché significa dare garanzie a fronte di una eventuale azione legale russa contraria (si dice che la quota di penale richiesta al nostro paese potrebbe essere di 25 miliardi) e perché comunque ci sarebbe da far fronte alle annunciate ritorsioni russe. Potrebbe essere molto meno rischioso per l’Italia se si scegliesse di finanziare il sostegno a Kiev con l’emissione di euro bond, ma anche questo presenta diverse incognite: non si sa se sarebbe possibile farlo con una decisione non all’unanimità (che è certa), non si sa che ricadute avrebbe una decisione del genere sulle economie europee sotto attacco da tanti che, per usare un eufemismo, non ci amano. Di nuovo, Mattarella ha appena alzato la voce per denunciare quanti vorrebbero la disgregazione della UE, e l’attacco alle basi economiche dell’unione fra gli europei è un’arma potente in questa direzione.
Siamo di fronte ad un passaggio molto importante nell’opera di ridisegno degli equilibri internazionali, e la tenuta o la crisi dell’Unione Europea è un punto nodale. L’Italia, piaccia o meno, non può tirarsi fuori da questa contingenza e dunque sarebbe opportuno che trovasse gli strumenti per costruire, in rapporto a questo, la necessaria solidarietà nazionale.


