Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2017
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Argomenti

Governare il vuoto

Luca Tentoni - 07.10.2017

Alle prossime elezioni siciliane e, in primavera, alle politiche (senza dimenticare le regionali in Lombardia e Lazio) assisteremo quasi certamente alla conferma di una tendenza all'astensionismo ormai consolidata. Come abbiamo già sottolineato in altre occasioni, la partecipazione elettorale va vista in funzione dell'importanza che il cittadino attribuisce sia al tipo di consultazione (nazionale, regionale, comunale, europea), sia all'oggetto del voto (nel referendum, il tema; nel voto nazionale o locale, la mobilitazione può essere frutto dell'offerta politica - 2006, 2008 - o del momento storico - 1948, 1976 - o dalla "contendibilità" di un comune), sia alla valenza che il "non voto" può assumere (nei referendum, per far mancare il quorum e impedire la vittoria dei "sì" abrogazionisti; alle elezioni, l'espressione di una protesta o della mancanza di offerte accettabili o, ancora, il segno del distacco e della disaffezione verso un partito, il sistema politico o l'intero quadro istituzionale). Quel 24,8% di astenuti alle elezioni nazionali del 2013 (al quale va aggiunto il 2,7% di schede bianche e nulle, per un totale di 12,9 milioni di voti non espressi: il 27,5% degli aventi diritto) ha un valore apparentemente minore del 52,6% che nel 2012 non è andato alle urne per il rinnovo dell'assemblea regionale siciliana (senza contare che l’astensionismo, nell’Isola, ha toccato quota 57,1% alle europee 2014, mentre nel leggi tutto

Il capo dei capi: Trump e la linea di comando nucleare statunitense

Dario Fazzi * - 07.10.2017

Qualche settimana fa si è spento nei dintorni di Mosca Stanislav Petrov, un ex ufficiale dell’aviazione sovietica che nel 1983 contribuì in maniera fondamentale ad evitare il possibile scoppio di una guerra nucleare. Mentre si trovava di guardia al sistema difensivo satellitare sovietico – quello che in pratica monitorava lo stato di allerta e operatività delle istallazioni nucleari statunitensi - Petrov scorse un segnale che lo avvisava dell’avvenuto lancio di ben cinque missili intercontinentali diretti verso l’Unione Sovietica. Era il 26 settembre e qualche settimana prima i russi avevano abbattuto un aereo di linea sudcoreano con a bordo un parlamentare statunitense. Una ritorsione americana, figlia dell’incidente e in linea con la retorica aggressiva di un presidente che aveva da poco pubblicamente definito l’Unione Sovietica come l’impero del male, era quindi del tutto plausibile. La linea di comando delle forze nucleari sovietiche, della quale Petrov costituiva un primo fondamentale tassello, avrebbe dovuto comunicare la notizia al segretario Andropov, sì da consentire ai vertici del Politburo di valutare le possibili reazioni alla minaccia, incluse quelle di tipo nucleare. Come raccontato in successivi diari e recenti volumi, Petrov decise tuttavia,e in maniera del tutto autonoma, di interpretare leggi tutto

Il revival neoborbonico: la parola agli storici

Fulvio Cammarano * - 07.10.2017

La questione del ritorno di nostalgie neoborboniche in alcune regioni del sud quest’estate, in Puglia ha preso le sembianze di una proposta di legge regionale per una giornata della memoria delle vittime meridionali dell’unificazione italiana. Si tratta di un progetto che va ben aldilà dei consueti e periodici revival destinati a riempire l’ozio estivo e poi a spegnersi con la chiusura degli ombrelloni. La stessa contingenza storica internazionale in cui ci troviamo, caratterizzata da tensioni nazionali centrifughe, ci costringe a guardare con molta attenzione ai numerosi risvolti di questo “ritorno ai Borbone”. Il versante storico, da cui  ha preso le mosse, è in fondo l’aspetto più semplice. Poiché per sostenere una causa risulta utile inventarsi dei nemici, i laudatores del Regno delle Due Sicilie hanno vita facile, in un Paese ormai assuefatto all’idea del dibattito pubblico come gara o duello, a presentare il vasto problema di quella che un tempo si chiamava questione meridionale, come il risultato dell’azione vessatoria dei Savoia. La violenta occupazione piemontese avrebbe cioè distrutto un sistema economico e sociale funzionante e competitivo a livello internazionale e sottomesso definitivamente il Meridione agli interessi del  “Nord”. E’ evidente che utilizzare un borbonismo mitologico come chiave di lettura introduttiva agli leggi tutto

Una campagna elettorale senza programmi?

Paolo Pombeni - 04.10.2017

Siamo da tempo di fatto in campagna elettorale e quel che assolutamente manca sono i programmi. Almeno se alla parola vogliamo dare un significato pieno, non accontentandoci di considerare programmi quelli che sono generici libri dei sogni o promesse/premesse di tipo banalmente ideologico. In questo caso qualche soggetto, a cominciare dai Cinque Stelle può pretendere di averne già uno, ma vari non ce l’hanno neppure a prendere per buone quelle accezioni di cui sopra.

Ciò di cui si discute sono leggi elettorali, con relative possibili manipolazioni dei voti, e coalizioni verso cui spingere dosando il bastone del “altrimenti non andrete mai al governo” con la carota del “se vi coalizzate vi premiamo anche”. Poi c’è qualche rodomontata tipo Di Maio che minaccia i sindacati di riformali lui quando andrà al governo, oppure le solite tiritere su chi è davvero di destra o di sinistra, chi è populista e chi no, chi è capace di cogliere al volo le domande della sua “gente” e chi invece si limita a frequentare le proprie cerchie ristrette, quale che sia il nome che vogliamo dare loro.

Eppure il paese ha più che bisogno di programmi seri attorno a cui coagulare, anche dialetticamente, l’opinione pubblica. Non che manchino leggi tutto

In ginocchio. Il football americano e Donald Trump davanti alla questione razziale

Claudio Ferlan - 04.10.2017

Tra le voci di protesta contro la politica di Donald Trump negli Stati Uniti degli ultimi giorni si sta levando molto forte quella degli sportivi professionisti, in particolare dei giocatori di football. 

 

Una risposta unanime

Durante un comizio in Alabama, venerdì 22 settembre il presidente, con la diplomazia che gli è propria, si è rivolto ai proprietari delle squadre NFL (National Football League) invitandoli a licenziare quei “sons of a bitch” che si inginocchiano durante l’esecuzione dell’inno nazionale e mancano di rispetto al Paese. Il riferimento è al gesto di protesta, meglio sarebbe dire di sensibilizzazione, inaugurato nel 2016 da Colin Kaepernick, al tempo quarterback dei San Francisco 49ers. Figlio di una coppia mista, adottato da genitori bianchi e benestanti,Kaepernick mise il ginocchio a terra durante l’inno per denunciare l’eccessiva brutalità usata troppo di frequente dalla polizia contro gli afro-americani. Diversi suoi colleghi ne hanno imitato il gesto, accendendo così l’ira di Trump al momento della ripartenza della stagione agonistica. Le parole del presidente sembrano non aver suscitato l’effetto (da lui) sperato: giocatori, proprietari e gran parte dei tifosi si sono uniti nella risposta, leggi tutto

22 anni dopo Dayton: Bosnia Erzegovina, il Paese che non c'è

Simona Silvestri * - 04.10.2017

La guerra è finita, andiamo in pace? A guardare la Bosnia Erzegovina di oggi la risposta è tutt'altro che positiva, nonostante le due decadi trascorse da quel 21 novembre 1995, quando gli Accordi di Dayton posero fine a uno dei conflitti più sanguinosi dalla Seconda guerra mondiale, dando il via a uno tra i fallimenti più clamorosi della politica internazionale del Novecento.

Quel giorno, sotto la supervisione delle potenze mondiali, Slobodan Milošević, Franjo Tuđman e Alija Izetbegović – presidenti dei tre gruppi nazionali coinvolti nel conflitto, serbo, croato e bosgnacco - misero la parola fine a cinque anni di violenza e sangue, aprendo la strada a una pace fallace e problematica.

Oggi la Bosnia Erzegovina paga ancora a caro prezzo le decisioni di Dayton, a cominciare dalla suddivisione del Paese sulla base dell'appartenenza nazionale, che di fatto accettò, ratificandoli, i risultati della pulizia etnica realizzata tra il '91 e il '95. Da un punto di vista politico, i veri vincitori di Dayton furono quei partiti nazionalistici causa della guerra, usciti dal conflitto rafforzati e trasformatisi rapidamente in classe dirigente senza colpo perire. Un gruppo dirigente senza troppi scrupoli, che ha saputo sfruttare a suo favore l'ingestibilità amministrativa della struttura tentacolare costruita dagli Accordi, che all'interno di leggi tutto

Riflessioni sulla riforma elettorale

Luca Tentoni - 30.09.2017

La nuova proposta di riforma elettorale per Camera e Senato torna ad assegnare una certa quota di seggi (circa il 37%, contro il 75% del Mattarellum) in collegi uninominali col plurality system, in ciascuno dei quali il candidato che arriva al primo posto è eletto. Non si tratta di un ritorno al maggioritario, perchè il meccanismo è di impianto proporzionale: il fatto che non ci sia scorporo dei voti utilizzati dai vincitori nei collegi uninominali è l'indizio che il fine dell'introduzione di questa quota di posti assegnata col "sistema inglese" è solo quello di dare un piccolo premio ai partiti che riescono a coalizzarsi e ad imporsi in un certo numero di realtà locali. Il nuovo Rosatellum non è il sistema tedesco, dunque (puramente proporzionale per chi supera lo sbarramento del 5%) e neppure il Mattarellum (il difetto del quale, a nostro modesto parere, era proprio la quota proporzionale, che "annacquava" l'effetto della competizione maggioritaria uninominale). È, più semplicemente, un modo per introdurre l'apparentamento di partiti (per vincere nei collegi) e nel contempo consentire la competizione fra le liste (per il 63% dei seggi). Un compromesso per superare il blocco delle posizioni dei partiti circa l'attribuzione di un premio di maggioranza: il Pd voleva continuare ad assegnarlo al primo partito, leggi tutto

Tiro al piccione sull’università

Michele Iscra * - 30.09.2017

La incredibile vicenda dell’incriminazione di un cospicuo numero di docenti di diritto tributario accusati di avere manipolato dei concorsi (che poi come vedremo concorsi non sono) è diventata l’occasione per il consueto tiro al piccione sull’università italiana e sulle pratiche familistiche e corruttive che vi allignano.

E’ abbastanza curioso che quelli che parlano nella maggioranza dei casi non sappiano esattamente di cosa si discute. Infatti l’accusa di manipolazione di un giudizio non riguarda il concorso per la copertura di un posto, ma i giudizi di abilitazione che danno solo un diritto astratto a poter concorrere in seguito per la copertura di un posto. Insomma, per i non specialisti, sono qualcosa come una laurea, che non da alcun posto, ma solo la possibilità di concorrere poi per ricoprirne uno.

Quando è stato introdotto questo meccanismo c’è stato un dibattito se le commissioni potevano abilitare tutti quelli che lo meritavano o se dovevano avere a disposizione un numero limitato di abilitazioni da distribuire. Proprio per evitare che scattasse il vizietto per cui in presenza di numeri limitati si poteva avere la tentazione di darli ai “propri” lasciando fuori magari altri più bravi si è opportunamente optato per non porre limiti: per abilitare i propri non leggi tutto

Choc Germania

Paolo Pombeni - 27.09.2017

Che le elezioni tedesche avrebbero potuto rappresentare un tornante lo si diceva da molte parti. Per lo più però ci si aspettava un tornante positivo: una buona riconferma di Angela Merkel che la incoronasse guida, insieme a Macron, della riscossa dell’Unione Europea. Qualche calo del suo partito era atteso, così come una non brillante performance socialdemocratica e un certo successo dell’estrema destra. Non però nei termini in cui tutto è accaduto, cioè una pesante perdita della CDU/CSU che va sotto di più di 8 punti, una debacle della SPD che si ferma ad un risultato al 20,5%: per entrambi il peggior risultato dal dopoguerra. In contrapposizione il nuovo partito populista, Alternative für Deutschland, balza al 12,6% e diventa il terzo partito al Bundestag.

Ma se si vuole vedere la realtà fino in fondo non bisogna fermarsi a questi dati. Teniamo conto che una volta di più dal dopo unificazione la Germania si conferma come un sistema saldamente multipartitico, con buona pace di quei politologi che quasi fino agli anni Novanta esaltavano il sistema quasi bipolare della BRD coi suoi tre partiti storici, i due grandi CDU/CSU e SPD, e il piccolo partito liberale FDP sempre sull’orlo di non superare la soglia di sbarramento leggi tutto

Alcatraz, il presidio del Red Power Movement

Daria Reggente * - 27.09.2017

“Desideriamo essere giusti e uomini d’onore nei nostri accordi con gli abitanti caucasici di questa terra, e proponiamo qui il seguente trattato:

Acquistiamo la detta isola Alcatraz per ventiquattro dollari in perle di vetro e tessuto rosso, condizione precedentemente stabilita dall’uomo bianco per l’acquisto di un’isola simile circa 300 anni fa.”

Una frase, riportata nel libro “Scritti e racconti degli indiani-americani” di Shirley Hill Witt e Stan Steiner, emblematica non solo per chi l’ha pronunciata e per coloro ai quali era destinata, ma anche per noi, visibile richiamo di un fatto storico ben noto a tutti.

 

Fu il 1969 quando l’isola di Alcatraz, nota ai più per essere stata una delle prigioni di massima sicurezza più temute e raccontate della storia, assunse una connotazione del tutto inaspettata: essa divenne il terreno e il simbolo di una protesta che la storia americana non dovrebbe dimenticare.

Il 9 novembre del 1969 un gruppo di 78 nativi americani sbarcò sull’Isola dei gabbiani, deciso ad appropriarsi di quel territorio, e di farlo con una tale potenza simbolica da innescare una vera e propria catena di eventi in un’America già scossa dal moto sessantottino.

Incoraggiati dalle proteste che stavano prendendo massicciamente piede nel paese (dalla battaglia per i diritti civili leggi tutto