Ultimo Aggiornamento:
23 marzo 2019
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Argomenti

La gestione politica del disincanto

Luca Tentoni - 09.03.2019

Si è detto e si è scritto molto, nell'anno trascorso dalle ultime elezioni politiche, del valore che - nella raccolta dei consensi - può assumere l'evocazione o il riconoscimento delle paure degli italiani. Ciò vale anche per le evoluzioni dei sondaggi. Tuttavia, con particolare riguardo alla volatilità elettorale e alla diminuzione complessiva dell'affluenza alle urne (la Sardegna è una piccola eccezione alla regola) c'è forse da porre attenzione ad un altro fattore che permette la "libera uscita" (in taluni casi, definitiva) di quote consistenti di voti. Ci riferiamo alla categoria del disincanto. Durante la Prima Repubblica questo effetto colpiva soprattutto l'elettorato d'opinione, che non si poteva definire disincantato ma selettivo nelle scelte. Certo, il brusco calo della Dc nel 1983 e quello - meno consistente, ma rilevante - del Pci nel 1979 rappresentarono esempi di reazione negativa ad un'offerta politica che risentiva di un logorio (i comunisti avevano pagato l'alleanza con la Dc nel triennio '76-'79) o di un mutamento interno non accettato da alcuni settori dell'elettorato (la svolta di De Mita, che mandò "in libera uscita" milioni di voti soprattutto verso il Pri, il Pli e il Msi). Però il luogo in cui la "libera uscita" diventò disincanto fu (ed è) la Seconda Repubblica. Raggiunse il massimo nel biennio 1992-1994, incoraggiato leggi tutto

Il ritorno dell'asse destra/sinistra

Fulvio Cammarano * - 09.03.2019

Da quanti anni sentiamo dire che Destra e Sinistra non significano più nulla politicamente? Molti, sinceramente, le ritengono categorie superate, inadatte a rappresentare i problemi del presente. A tale convinzione si sono un po’ alla volta adeguate anche quelle forze politiche che tradizionalmente si richiamavano a ideali un tempo nitidamente percepiti come di destra e di sinistra. Nel giro di pochi anni, in particolar modo dopo la fine della cosiddetta Prima repubblica, tutte le formazioni politiche hanno preso le distanze da questi due grandi concetti valoriali, convinte che la fase post-ideologica seguita alla caduta del muro di Berlino consentisse di scavalcare le antiche barriere e dunque di ottenere consensi in ambiti di elettorato sempre meno “protetti” ideologicamente. La fine della guerra fredda, d’altronde, aveva favorito l’idea che l’opinione pubblica dovesse essere attirata in un modo più pragmatico, con strumenti retorici che facessero riferimento allo svecchiamento e all’efficienza del sistema, all’insegna di quella ‘terza via’ che, con accenti diversi, Clinton negli Stati Uniti e Blair in Gran Bretagna stavano portando avanti, come modello politico più consono al nuovo contesto della ‘fine della storia’. L’operazione fu, in Italia, paradossalmente rallentata proprio dall’irrompere sulla scena politica di Silvio Berlusconi il quale riuscì a leggi tutto

È primavera, svegliatevi bambine…

Stefano Zan * - 09.03.2019

A un anno esatto dalla cocente sconfitta del 4 marzo 2018 arrivano i primi segnali di timido risveglio delle opposizioni al governo. Le elezioni in Abruzzo e Sardegna hanno segnalato una prestazione decorosa del centro sinistra. Le primarie del PD sono andate oltre le più rosee aspettative. La manifestazione dei sindacati, quella di Milano contro il razzismo, altre manifestazioni locali (Sì Tav), le prese di posizione degli industriali, gli ultimi sondaggi, nel loro insieme, segnalano che un’opposizione esiste e che dopo mesi di torpore e smarrimento si sta appunto risvegliando. Stiamo parlando di timido risveglio perché i numeri parlano ancora di distanze siderali, ad esempio, tra PD e Lega. Ma come per il declino anche per la crescita e il successo esiste un effetto trascinamento che rapidamente può rendere più forti e consistenti segnali apparentemente deboli. Le prossime scadenze elettorali, le europee ma, soprattutto, le regionali di Piemonte ed Emilia-Romagna certificheranno se ci troviamo di fronte ad un timido occasionale rimbalzo oppure all’inizio di una rimonta più consistente.

I dati di contesto ci dicono che la Lega mantiene inalterato il suo consenso tra il 30 e il 35%. Calano visibilmente i 5 Stelle che ormai sono in una conclamata situazione di crisi e declino al leggi tutto

Primarie PD: Adesso verrà il bello

Paolo Pombeni - 06.03.2019

È comprensibile che si parli di riscossa dell’elettorato PD: intanto perché dopo aver temuto che non si sarebbe arrivati al milione di votanti, si è raggiunto il traguardo di circa 1,6 milioni; in secondo luogo perché il vincitore, per quanto pronosticato, ha raccolto circa il 66% dei consensi, mostrando che nel “popolo dei gazebo” c’è una notevole compattezza nelle scelte (lasciando del tutto a margine i suoi competitori, espressione ciascuno di lobby interne al partito).

Non per sminuire il significato di questi dati, ma per il realismo che fa bene alle analisi politiche quando non hanno parti al cui servizio schierarsi, vale però la pena di guardare un po’ più a fondo in quanto è avvenuto nelle cosiddette primarie dello scorso 3 marzo.

Il primo realistico dato è che la riscossa non si sa quanto sia in grado di rilanciare lo spazio politico del PD. I numeri hanno una loro logica. Alle elezioni nazionali del 4 marzo 2018 il partito raccolse 6.134.727 voti il che corrispondeva al 18,7% dei consensi. Quelli che sono andati ai gazebo rappresentano intorno ad un quarto del risultato alle politiche e dunque è prematuro sostenere che quel 1,6 milioni di elettori sia sufficiente a far uscire il PD dalla sua condizione di difficoltà. Sostenere che adesso si sono leggi tutto

Se l'autonomia produce disuguaglianze

Francesco Provinciali * - 06.03.2019

Forse ha ragione chi sostiene che – tra tutti i temi sul tappeto della politica del cambiamento – quello delle autonomie risulta essere tra i più gettonati e spinosi.

Sono le stesse forze che spingono verso la difesa dei confini nazionali, il sovranismo e le autarchie degli Stati e il populismo della tutela degli interessi generali, lottando per smantellare privilegi antichi e moderni in nome di un egualitarismo sociale che tolga ai ricchi per dare ai poveri,  che nello stesso tempo si danno un gran daffare per concedere ad alcune regioni un regime di autonomia istituzionale, legislativa ed amministrativa che crei circuiti interni del “dare” e dell’”avere” ed ipotizzi in fatto e in diritto una sorta di tassonomia gerarchica che le differenzi tra loro e dal resto dell’Italia.

Il tema dell’autonomia è legato alle alterne vicende del nostro Paese, nel suo scomporsi e ricomporsi, poiché nei flussi della Storia ora si va nella direzione dell’unità nazionale ora in quello opposto della tutela e della rivendicazione dei particolarismi locali.

Al divario nord-sud e al cronico problema del sottosviluppo del Mezzogiorno sono state dedicate leggi e norme mirate, ministeri ad hoc, pagine di letteratura, di cinema e di costume.

Una deriva che ha radici leggi tutto

Volatilità elettorale e crisi delle appartenenze

Luca Tentoni - 02.03.2019

Talvolta, per prefigurare scenari politici, si fa ricorso ad un passato anche remoto. Nel Novecento le subculture politiche territoriali hanno lasciato una profonda impronta nella società, tanto da riemergere carsicamente - soprattutto nel caso di quella socialcomunista - dopo il ventennio fascista. Eppure, se si vanno a guardare le stime sulla composizione dell'elettorato della provincia di Vicenza nel 1946 (elezioni per la Costituente, referendum istituzionale), rapportata con quello del 1921 (elezioni politiche) elaborate a suo tempo da Allum, Feltrin e Salin ("Le votazioni del 1946 a Vicenza", in "Il triplice voto del 1946", ed. Liguori, 1989) si nota che su cento aventi diritto al voto alle prime elezioni libere dopo il fascismo solo 22 erano elettori anche venticinque anni prima. Nel frattempo, la cancellazione (per morte o emigrazione) della metà degli elettori 1921, unita all'afflusso di chi nel frattempo aveva maturato i requisiti per votare (neoiscritti, immigrati, giovani, pari a circa il 25%) e naturalmente l'aggiunta delle donne (ammesse a votare per la prima volta proprio nel '46 e rappresentanti il 53% del corpo elettorale) aveva drasticamente mutato il quadro. Eppure, con solo un quarto o poco più degli elettori del 1946 "ereditato" dal 1921, le tendenze politiche non mutavano. Resistevano, nonostante quella fascista non fosse stata una semplice "parentesi". Così, quel 49,9% ottenuto dal leggi tutto

Aspettando Godot

Stefano Zan * - 02.03.2019

La politica italiana sembra entrata in una sorta di limbo che durerà fino al 26 maggio, data delle elezioni europee quando, secondo tutti gli osservatori, il quadro politico cambierà radicalmente.

Una serie di considerazioni mi inducono a ritenere che non sarà così. Vediamo con un certo ordine.

Nel corso dell’anno intercorso dalle elezioni ad oggi Salvini ha portato a casa 6 regioni (con il centro destra) e un consenso popolare, a scapito di Forza Italia e dei 5 Stelle, che tutti i sondaggi  stimano tra il 30 e il 35%.

I 5 Stelle hanno perso circa il 10% del consenso a livello nazionale e nelle elezioni regionali hanno ottenuto risultati di gran lunga inferiori alle attese. La situazione di difficoltà è talmente evidente che hanno avviato un processo di riorganizzazione interna che mette in discussione alcuni dei loro capisaldi storici.

Forza Italia, che ha dimezzato i suoi consensi, e Fratelli d’Italia abbaiano contro il governo nazionale ma non mordono sui governi locali e non fanno saltare la mitica alleanza di Centro Destra.

Il PD, fermo nei sondaggi e con qualche recupero nelle elezioni regionali, non ha ancora concluso il suo congresso.

Alle elezioni europee non si aspettano sorprese almeno per quanto riguarda la Lega.

A breve ci sono le lezioni leggi tutto

Perché il populismo deve essere combattuto

Carlo Marsonet * - 02.03.2019

Mi si perdonerà se spesso si va a toccare lo stesso argomento, ma, oltre che centrale nel panorama politico attuale, è soprattutto un elemento che, per chi ha a cuore la libertà individuale di scelta e quindi la società aperta, va contrastato sul piano delle idee. Si tratta, come si capisce dal titolo di questo breve commento, del fenomeno populista. Non sono tra quelli che vede populismo dappertutto. Intendiamoci, esso è verosimilmente un elemento significativo – ed è diventata una vera e propria moda parlarne, vista la miriade di analisi più o meno pregnanti dello stesso – della politica dei nostri tempi; tuttavia, spesso si cade nell’errore di tacciare di populismo qualcuno che non la pensa come noi, anziché andare a vedere (e soprattutto comprendere) cosa esso sia davvero. È indubitabile che alcuni fattori tipici dei nostri tempi (si veda i social network e, in generale, la “rete”) favoriscano l’emergere chiassoso e frastornante di aspre critiche (meglio, improperi) che, dal basso, si infrangono contro élite e, in generale, contro chi è percepito “altro” dal “popolo”. In altri termini, questi strumenti, impiegati senza freni ed umiltà, non hanno fatto altro che dare ulteriore corda a quel processo di eguaglianza delle condizioni, allevato dalla democratizzazione, che conduce all’appiattimento generale leggi tutto

Canne al vento

Paolo Pombeni - 27.02.2019

Poiché si parla di Sardegna, a vedere i risultati della tornata delle elezioni regionali ci è tornato alla mente il titolo di un famoso romanzo di Grazia Deledda: Canne al vento. La ragione è molto semplice: il panorama che abbiamo davanti è quello di una frammentazione molto alta con ben 24 liste che hanno raccolto voti. Anche considerando scarsamente significative le ultime quattro legate a candidati-presidente poco rilevanti, che peraltro nel complesso hanno raccolto circa l’8% dei voti, rimangono pure sempre 20 liste che si sono mosse a sostegno dei tre candidati principali.

Ora, prima di affrontare il tema di chi ha vinto e chi ha perso, c’è da chiedersi come potranno esprimere una linea politica i due blocchi principali, vista la loro composizione interna. Il vincitore Solinas è appoggiato da 11 liste. Quella che viene presentata come prevalente, cioè la Lega rappresenta qualcosa meno del 12% dell’oltre 47% raccolto dalla coalizione. Il Partito Sardo d’Azione, storica sigla forse non proprio coerente con la sua storia, ha quasi il 10%. Curiosamente Solinas appartiene ad esso, anche se è al contempo parlamentare della Lega, sicché si può anche chiedersi a quale forza risponderà nella vita concreta della politica regionale. Aggiungiamoci che FI e FdI sono due altre componenti con un loro peso leggi tutto

La destra che non c'è ancora

Francesco Provinciali * - 27.02.2019

La destra italiana durante il periodo della democrazia bloccata della cd. Prima Repubblica, viveva di sfumature nostalgiche in cui esauriva il suo collocarsi: figure retoriche di stile come la triade Dio-Patria-Famiglia erano eredi di una visione della società e dello Stato legata all’ordine, alla disciplina, alle rigide gerarchie, ai dogmi culturali mutuati dal regime. Da quando, dopo la rottura dello stallo centrista, emerse il bipolarismo come espressione della democrazia dell’alternanza né destra  sinistra hanno saputo esprimere modelli economici e sociali sostenibili ma neppure definiti per identità, proprietà, differenza, tipicità.

Nessuna forza politica ha saputo immaginare un archetipo di società proponibile, dal presente verso il futuro, così come in Europa l’assenza di valori fondativi condivisi, di una Costituzione comune, di istituzioni in cui i cittadini comunitari potessero riconoscersi con spiccato senso di appartenenza, ha reso l’UE un’entità ibrida, fragile e indefinita. La fase storica del dopo-tangentopoli reca i tratti somatici del trasformismo parlamentare del primo 900. In particolare in un Paese fondamentalmente conservatore come l’Italia colpisce l’assenza di una destra popolare, liberale, conservatrice ed europea. Le elezioni del 4 marzo u.s. sono il discrimine tra una destra ideologica minoritaria e l’esplosione, sincrona ad altri paesi europei, di movimenti capaci di rompere gli

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