Ultimo Aggiornamento:
18 aprile 2026
Iscriviti al nostro Feed RSS

L'Europa e Trump

Paolo Pombeni - 28.01.2026
L'Europa e Trump

I fuochi pirotecnici di Trump continuano a costituire una grossa incognita per il futuro degli stati europei, sia come singoli, sia come associati nella UE. Interpretare le uscite del presidente americano è un’impresa pressoché impossibile, tanto sono in continuo cambiamento e contraddittorie fra loro (fino al punto da far sospettare sulla sua salute mentale…). Tuttavia i leader europei devono di necessità fare i conti con questo inaspettato politico a cui si potrebbe applicare il ritratto feroce che venne fatto per Bismarck: un giocoliere con tre palle di cui una sempre in aria.

Per chi governa il problema è come affrontare il rapporto con un personaggio che sta distruggendo i rapporti con l’Europa e non si capisce bene a qual fine. Indubbiamente interpreta un sentimento isolazionista che in America è sempre esistito e che oggi, anche per i tempi di crisi globale che stiamo affrontando, guadagna un maggiore consenso fra quella parte di popolazione che è incerta sul proprio futuro. Tuttavia per lisciare il pelo a questi sentimenti non ci sarebbe bisogno di spingersi in scontri che non hanno un senso compiuto.

Prima la politica folle sui dazi (rientrata abbastanza rapidamente, ma la cui ripresa è continuamente minacciata), poi la pretesa di annettersi la Groenlandia dove in termini di presenza militare gli USA hanno fatto e possono fare ciò che vogliono, infine l’attacco a freddo alla presenza di militari europei in Afghanistan accusati di non avere mai voluto impegnarsi in prima linea, tutto ha suscitato reazioni anche in ambienti che si potevano presumere simpatetici col trumpismo.

Le esternazioni sui militari europei hanno indignato tutti, anche perché quei soldati hanno pagato in termini di vite umane (53 i caduti italiani, più di 400 quelli inglesi) e sono intervenuti in sostegno degli USA attaccati da Bin Laden e alleati annidati in Afghanistan (un caso di applicazione del famoso articolo 5 del trattato Nato a sostegno di Washington). Altrettanto impopolare il neo imperialismo contro la Danimarca: non si sono pronunciati solo leader delle sinistre, ma anche quelli delle destre. Bardella e Le Pen in Francia hanno avuto parole durissime, non meno di quelle di Macron; così anche la AfD tedesca che Trump e Vance avevano blandito più volte; lo stesso ha fatto Farage in Gran Bretagna.

In Italia la premier Meloni, che pure si è sempre vantata di un rapporto amichevole con Trump tanto da essere accusata dall’opposizione di essere al suo servizio, ha criticato il tycoon sostenuta da Crosetto e Tajani. Era poi scivolata su una battuta maldestra che avrebbe voluto essere spiritosa (ma diamogli il Nobel per la Pace se riesce a far cessare la guerra in Ucraina -sottinteso è quasi impossibile), ma che è stata subito strumentalizzata dalle opposizioni per mostrare che il suo servilismo non ha confini. Se i politici pensassero un attimo prima di parlare non sarebbe male, ma non si usa più.

Detto tutto questo, aggiungendoci che l’invenzione del Board of Peace è una sceneggiata poco credibile, che Putin continua a prendere per il naso negoziando mentre sgancia tonnellate di bombe, rimane che i leader europei sono in una posizione difficilissima. Va bene sostenere che si deve attrezzarsi per fare a meno dello scudo militare americano, ma ci vorranno anni e intanto come si fa a difendersi dai non pochi neo imperialismi che ci assediano? I legami economici non si recidono in una notte: sostituire quelli con Washington con accordi con Pechino è rischioso non poco, visto che al momento i cinesi, ridimensionati molto sul mercato americano, stanno espandendo moltissimo la loro presenza in quelli europei.

C’è il problema non indifferente di capire quanto Trump potrà reggere con la politica dissennata che sta applicando. Indubbiamente sembrano esserci i prodromi per un cambiamento notevole del sistema politico statunitense, ma non si riesce a comprendere per quanto potrà durare e se il tycoon porterà fino in fondo i suoi piani. Per ora i famosi “contrappesi” (checks and balances) del costituzionalismo americano non sembrano in grado di fare da argine, ma bisognerebbe capire quanto le classi dirigenti di quel Paese sono disposte a non contrapporsi ad una svolta che non è affatto in grado di fare i loro interessi profondi.

Gli oroscopi sul futuro a questo punto si accavallano. Si va da chi vede una discesa verso una sostanziale dittatura trumpiana (si parla addirittura di abolizione delle elezioni di midterm e di ricandidatura, costituzionalmente vietata, per un terzo mandato) a chi immagina lo scoppio di una guerra civile per fermare l’estremismo del presidente e della sua corte. In mezzo metteteci tutte le variazioni possibili. Quel che è certo è che siamo di fronte ad una crisi di sistema che investe quella che al momento è ancora la potenza più forte del mondo: una sua entrata in una spirale di lotte intestine che ne bloccherebbero la capacità di presenza esterna significherebbe lo scatenarsi di tutte le avventure imperialistiche che potete facilmente immaginare.

Come si troverebbe a muoversi l’Europa in uno scenario del genere? Crediamo che siano gli incubi generati da riflessioni sul contesto che abbiamo rozzamente schizzato ciò che assilla le leadership europee dotate di senso della storia e della realtà. Non se ne parla, perché sarebbe destabilizzante sull’opinione pubblica e incentiverebbe le lotte fra le fazioni nei diversi stati del nostro continente e anche fuori (pensate al Canada), ma forse sarebbe più saggio cominciare a far presenti le asperità di questo passaggio, sia pure evitando inutili allarmismi e intemerate populiste di qualsiasi genere.