Più che il passo cambia il contesto
Si è molto ironizzato sullo slogan del “cambio di passo” con cui Renzi ha voluto connotare la strategia del suo governo. Oggi a cambiare più che il passo dell’esecutivo sembra sia il contesto politico in cui si muove.
Per capire quanto sta avvenendo è opportuno tenere presenti due cose. La prima è un dato contingente, le prossime elezioni regionali. La seconda è un dato che sembrerebbe più strutturale, il mutamento complessivo del quadro politico.
Naturalmente i due aspetti sono intrecciati tra loro, perché il primo è preso come una verifica dello stadio del secondo, ma così è solo in maniera parziale, perché i fenomeni di cambiamento sono lenti, per quanto possano procedere per sussulti: ricordiamoci quanto è durata l’agonia della prima repubblica.
Le prossime elezioni regionali assumono sempre più un carattere di verifica della evoluzione degli attuali equilibri politici fra i partiti. Il PD ha due appuntamenti difficili, uno in Campania e uno in Liguria. I casi sono molto diversi, ma in entrambi c’è in gioco la strategia sul territorio del ristretto gruppo che tiene la segreteria del partito: nel primo si è già dovuto cedere agli assetti di potere locali, nel secondo si dovranno verificare le capacità della sinistra del partito e dei suoi alleati esterni di mettere in crisi scelte del renzismo ruspante. leggi tutto
Un sistema politico in evoluzione?
Gli studiosi di storia politica conoscono bene il fenomeno, ma per i testimoni contemporanei è difficile accettarlo: le evoluzioni nei sistemi politici sono lente e contraddittorie, ma soprattutto non lasciano immutati nessuno degli attori in campo.
Per analizzare quello che sta succedendo nel nostro paese bisognerebbe tenere presente questa banale verità. Stiamo infatti assistendo ad un riposizionamento complessivo degli attori politici, ad un ridimensionamento delle faglie di divisione ideologica, all’irrompere nel nostro scenario interno dei traumi di una transizione storica che ha dimensioni globali. Tutto questo dovrebbe far propendere per esaminare con cautela i cambiamenti che stanno avvenendo, ma anche per evitare di sopravvalutare le reazioni di assestamento che questi provocano.
Tutti registrano il mutamento del panorama politico, che si sta lasciando alle spalle non solo la geografia della prima repubblica con la sua tripartizione in cattolici, comunisti e laici, ma anche quella della seconda che l’aveva ridotta ad una bipartizione ancor più rozza fra berlusconiani ed antiberlusconiani. Non dovrebbe stupire che questo abbia comportato una bella confusione nell’uso delle tradizionali categorie “geografiche” della collocazione dei gruppi politici lungo l’arco destra, centro, sinistra. Essendo queste appunto collocazioni spaziali si possono riciclare all’infinito, ma per valutarle come significative occorrerebbe un punto di vista condiviso da cui osservarle, cosa attualmente del tutto assente. leggi tutto
Il sindacato è politico?
C’è una cosa su cui Landini ha incontestabilmente ragione: il sindacato è inevitabilmente un attore politico. Quel che si può e si deve discutere è di quale genere di attore politico si tratti.
Nel nostro paese la querelle ha una storia lunga. La famosa rottura dell’unità sindacale nel 1948 si consumò proprio, almeno ufficialmente, sulla questione se il sindacato dovesse o meno inserirsi attivamente nelle lotte politico-partitiche in senso stretto. L’anima comunista della CGIL, che era un pezzo strutturale del PCI, sosteneva ovviamente di sì. Coloro che diedero poi vita alla CISL, cioè la componente che veniva dal sindacalismo sociale cattolico, aveva una visione diversa e si ispirava, al netto di un po’ di retorica vetero-solidaristica, all’esempio del sindacalismo anglosassone (in specie statunitense), quello che vedeva nel sindacato la controparte all’organizzazione economico-industriale della produzione di ricchezza.
In realtà per tanti aspetti per lunghi anni i due spezzoni marciarono divisi e colpirono uniti, per usare un vecchio slogan. Era difficile fare politica a tutela del lavoro senza operare scelte di intervento nella politica economica, e questo cercarono di fare tanto i leader migliori della CGIL (Di Vittorio, Lama, Trentin, tanto per citare) quanto quelli della CISL (da Pastore a Carniti, anche qui tanto per citare). leggi tutto
Se dodici mesi vi sembran pochi …
Il governo Renzi ha compiuto un anno di vita e fioccano, come è inevitabile, i bilanci. Ci sembra si dividano lungo due linee: quelli che osservano che si è promesso molto, ma realizzato poco e quelli che invece sottolineano come comunque sia totalmente cambiato il panorama politico.
I secondi hanno un compito più facile nel sostenere le proprie ragioni, perché solo un cieco, per natura o per preclusione ideologica, potrebbe negare che il panorama che abbiamo di fronte sia completamente diverso. Non è ovviamente solo questione di “rottamazioni”, che pure ci sono state, ma più in profondità della trasformazione dei soggetti della nostra politica.
Possiamo cominciare dal PD. Oggi non è più quel partito a conduzione ex-PCI con qualche cooptazione da altre forze confluite come, nonostante la buona volontà di Veltroni, era stato sino all’era Bersani. Il ricambio generazionale ha significato la perdita di quella tradizione (anche con ciò che di positivo conteneva), pur se è difficile oggi dire se essa sia stata sostituita da una nuova “fisionomia politica”. Il PD attuale è un sistema di correnti con una personalizzazione spinta della leadership: in questo somiglia alla vecchia DC, che però non è mai riuscita ad avere un solo leader (neppure ai tempi di De Gasperi, perché Dossetti gli disputò il posto con una sua credibilità). La differenza col vecchio partito egemone è che quello, almeno nella sua età d’oro, aveva correnti con radici nei territori e, in genere, con qualche capacità di elaborazione di visioni politiche (senza esagerare su questo punto). leggi tutto
Una politica ancora sospesa nel vuoto
Ci si interroga se le due crisi che si sono affacciate con prepotenza sulla scena politica, quella libica e quella greca, siano o meno in grado di imprimere una svolta all’impasse in cui sembrava essere precipitata la nostra politica dopo le baruffe della scorsa settimana alla Camera. Si tratta ovviamente di due fenomeni molto diversi fra loro, a cui forse sarebbe da aggiungere la crisi ucraina, non fosse che da quest’ultima l’Italia sembra più lontana.
Entrambe le crisi hanno un certo impatto sull’opinione pubblica. Gli avvenimenti in Libia preoccupano come è ovvio sia per il concretizzarsi di una minaccia jihadista alle porte di casa nostra, sia per la possibilità che quanto sta accadendo accentui la pressione delle ondate migratorie sulle nostre coste. Non è dunque solo per comprensibili motivi geostrategici e per reminiscenze storiche che il nostro governo non può rinunciare ad avere un ruolo importante in questo contesto.
I partiti sembrano avere colto la situazione e difatti, pur con accenti e retoriche diverse, tutti stanno attenti a non apparire come coloro che boicottano l’unità nazionale di fronte ad un pericolo largamente percepito. Naturalmente non possiamo sottovalutare il peso e l’impatto dei vari “distinguo” che vengono proposti: nessuno vuole che Renzi tragga giovamento da questa emergenza e dunque spesso si mettono in campo ragionamenti che non sono fondati. Nonostante questo la necessità di gestire la crisi creatasi con gli ultimi avvenimenti in Libia ha ridato forza e centralità al governo ed ha messo in difficoltà i suoi avversari. leggi tutto
Cambia la situazione?
Sino a due giorni fa sembrava che la situazione politica italiana si andasse incancrenendo su uno scontro frontale fra PD e FI innescato dalle impuntature di un Berlusconi in cerca di affermazioni. Ovviamente in questo scontro si erano subito buttati tutti quelli che ambivano a far saltare la leadership renziana: la Lega, il M5S, i dissidenti PD e via dicendo. Come talora accade in politica, un evento inaspettato, almeno in queste proporzioni, ha al momento cambiato il quadro di riferimento.
Ci riferiamo ovviamente a quanto sta avvenendo in Libia. La minaccia di avere sulla famosa “quarta sponda” (un nome preso dalla storia coloniale italiana che alla maggior parte della gente non dice nulla, perché non lo studiano neppure più a scuola) una forza organizzata legata al cosiddetto califfato islamico è un dato preoccupante. Chiama in causa il ruolo dell’Italia ed ha una forte presa sull’opinione pubblica scossa da quanto avvenuto a Parigi e a Copenhagen.
Un mondo politico che sembrava tutto intento ad azzuffarsi in parlamento ha nella sua maggioranza capito che era suicida rompere la solidarietà nazionale su un tema che tocca facilmente le corde sensibili dell’opinione pubblica. Il più veloce a capire il cambio di clima è stato Berlusconi, che ha intuito che si presentava l’occasione per uscire dal vicolo cieco in cui era andato a cacciarsi. leggi tutto
Una nuova fase per la politica italiana?
Vale la pena di interrogarsi se effettivamente quanto è successo con l’annuncio della rottura del patto del Nazareno da parte di Berlusconi apra una nuova fase nella politica italiana. Fare l’oroscopo al futuro della nostra politica è un esercizio da chiromanti, e dunque tutto va trattato con cautela. Tuttavia se non succederanno eventi non prevedibili è possibile azzardare qualche linea di interpretazione.
Al momento tutto ruota attorno all’evidente crisi della leadership di Berlusconi. Come si è già avuto modo di notare, l’ex cavaliere non aveva motivo di considerare la designazione di Mattarella al Quirinale come un atto ostile verso il centrodestra, perché il personaggio rispondeva sostanzialmente ai “paletti” che aveva fissato: non un leader della sinistra, un politico ma non schierato. Ciò che Berlusconi ha considerato inaccettabile per lui è che non gli sia stato consentito di negoziare il nome e di apparire di conseguenza come un riferimento “imprescindibile” nella gestione del quadro politico.
C’è da comprendere questa posizione. Effettivamente la sua leadership è apparsa sempre più acciaccata, da tempo non è in grado di proporre un qualunque disegno per il futuro del paese (tale non può essere considerata qualche richiesta di salvaguardia del suo residuo potere), il suo partito è in fibrillazione perenne vittima dei vari intrighi fra i suoi pretoriani, i sondaggi gli mettono davanti prospettive assai poco favorevoli. Quel che si capisce meno è come pensi di risalire la china affidandosi ad un abbraccio stentato con il leader della Lega Matteo Salvini. leggi tutto
Bipartitismo troppo imperfetto?
Quando nel 1966 Giorgio Galli pubblicò il suo famoso libro sul bipartitismo imperfetto, nella scienza politica dominava ancora l’idea che il sistema politico “migliore” vedesse il confronto fra due sole componenti, in senso lato una più conservatrice e l’altra più progressista. I modelli erano ovviamente quelli inglese e americano, ma anche la Germania ci si avvicinava.
Oggi la paradigmaticità di quel modello non è più accettata e anche Gran Bretagna e Germania non hanno più un sistema bipartitico. L’Italia è stata a lungo una eccezione, si fa per dire, con un modello multipartitico che resisteva, ma, come appunto diceva allora Giorgio Galli, da un certo punto di vista si poteva dire che il modello era implicitamente e imperfettamente quello bipartitico, almeno quanto a formazioni dominanti: da un lato la DC che estendeva la sua egemonia fino ai limiti di una destra estrema marginale, e dall’altro il PCI che, controllando la sinistra estrema, arrivava sino a tentativi di ipoteca sulla sinistra socialista e laica.
Nella cosiddetta Seconda Repubblica il sogno di arrivare se non ad un bipartitismo almeno ad un bipolarismo è stato dominante e ci si è anche illusi di esserci andati vicino: da un lato l’egemonia berlusconiana che aveva ricompattato in qualche modo il centro destra, dall’altro gli eredi del vecchio PCI che si erano aggregati tanto quasi tutta la sinistra più estrema quanto la antica tradizione della sinistra cattolica e di parte di quella socialdemocratica. leggi tutto
Adesso viene il difficile
Come i contorcimenti della classe politica nel 2006 hanno portato all’elezione imprevista di Giorgio Napolitano, così altri contorcimenti della politica hanno portato all’elezione, meno imprevista, di Sergio Mattarella. Napolitano esordì con un discorso d’investitura il 15 maggio 2006 in cui si augurava che un mandato che era iniziato con una nuova legislatura «aperta nel segno di un forte travaglio», sapesse svilupparsi in condizioni in cui «più chiara appare l'esigenza di una seria riflessione sul modo di intendere e coltivare in un sistema politico bipolare i rapporti fra maggioranza e opposizione». Possiamo chiederci se più o meno siamo ancora lì.
In realtà le cose sono diventate più complesse. Questa volta c’è un vincitore acclamato dell’operazione, ed è Matteo Renzi. Molti speravano che uscisse dalla prova quanto meno acciaccato e che la sua leadership venisse ridimensionata. In fondo così era stata letta da alcuni anche la candidatura di Mattarella: non un uomo suo, né un personaggio malleabile; una offa gettata alla minoranza del PD; un compromesso moderato che avrebbe potuto andare bene anche al centro-destra. Invece la stupidità e la pochezza politica dei suoi avversari hanno cambiato segno a quella scelta. leggi tutto
Quale prova per il Quirinale
Sembrava da qualche segnale che la partita del Quirinale potesse sdrammatizzarsi, ma rapidamente tutto torna a complicarsi. Renzi ricompatta il suo partito attorno al nome di Mattarella e per il momento tutti applaudono. Naturalmente per buona parte è un gioco tattico. Quando affermava che le elezioni del successore di Napolitano non potevano trasformarsi in un referendum sulla sua leadership, diceva qualcosa che tutti nel PD non potevano fare a meno di condividere: ed infatti tutti si sono affrettati a dire che certo è così, nessuno pensava di mischiare battaglia sulle riforme istituzionali col voto per il Colle. Poi cosa succederà è tutto da vedere, perché è chiaro che quelli che hanno anche solo un minimo di coscienza politica non possono certo dire pubblicamente che ambiscono ad azzoppare il proprio partito.
Quel che accadrà davvero non si riesce ancora a capire. C’è veramente un clima strano, perché tutti si trincerano dietro identikit del tutto astratti ed ideali (chi potrebbe essere contro un candidato che sia un politico sperimentato, ma capace di essere un saggio timoniere estraneo alle inclinazioni di favorire qualche partito?), ma nessuno osa puntare su un nome da sottoporre appieno al vaglio pubblico su quell’idealtipo. Adesso c’è Mattarella che è senz’altro un politico sperimentato, ma che come “grande timoniere” è tutto da sperimentare e come reputazione internazionale non è esattamente al top. leggi tutto


