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Rischio implosione

Paolo Pombeni - 11.06.2015
Populismo

L’implosione viene definita un collasso verso l’interno esattamente al contrario dell’esplosione. E’ quanto sta rischiando in questi giorni la politica italiana, in una specie di coazione a ripetere quanto avvenne con Tangentopoli negli anni Novanta.

E’ l’effetto di una serie di pressioni circolari dall’esterno del sistema politico che scatenano il liberarsi di energie (malsane?) interne che mandano all’aria gli equilibri che si è tentato di costruire nell’ultima fase della nostra crisi politica. Che poi questa fase stesse forse per dare il via ad una sia pure al momento modesta inversione di tendenza è un fattore che rende il tutto ancora più drammatico.

Le pressioni esterne sono state più volte ricordate anche in questa sede: discredito dei poteri pubblici, specie quelli locali (drammatizzato dall’esplodere del marciume di “mafia capitale”); pressione pesantissima delle ondate migratorie che superano i limiti di ordinaria gestibilità; situazione internazionale precaria a cui si aggiunge un declino delle capacità stabilizzatrici dell’Unione Europea. Paradossalmente non si aggiungono, al momento, fattori di peggioramento della crisi economica, cosa che renderebbe il tutto ingestibile, perché al contrario una serie di eventi favorevoli consentono di sperare in una ripresa.

Il problema è come reagiscono a queste circostanze le forze politiche. Sappiamo tutti che questo contesto è favorevole al populismo, cioè ai venditori di rinascite a buon mercato affidate a progetti fantasiosi che appaiono, ma non sono risolutivi. Facciamo un esempio banale: le proposte di risolvere il dramma delle migrazioni dall’Africa con l’impianto di strutture di intervento ONU nei paesi di partenza. Uno sguardo realistico farebbe subito notare che: a) ottenere dall’ONU un impegno in questo senso è quantomeno problematico; b) anche una volta impiantati questi centri di accoglienza dei disperati rimarrebbe il problema che poi di fatto bisogna tenerli lì non si sa per quanto e a fare che cosa; c) sarebbe comunque necessario ottenere il permesso dei paesi in cui si impiantano questi centri il che, viste le loro condizioni (pensiamo per esempio alla Libia) appare piuttosto improbabile.

Ovviamente queste obiezioni non servono a bloccare i venditori di fumo del populismo, perché essi fanno appello non alla razionalità della gente, ma al loro desiderio di immaginarsi che il problema si può risolvere facilmente.

Il tema a questo punto è invece quello di come reagiscono forze politiche che dovrebbero essere maggiormente responsabili all’assedio combinato dei fattori esterni che abbiamo menzionato e dei populismi. Qui il panorama si divide nettamente in due campi: da un lato gli sconfitti nella transizione che si è recentemente realizzata nel nostro sistema politico, dall’altro coloro che più che essere i vincitori di questa battaglia sono al momento solo coloro che hanno iniziato a marginalizzare i vecchi poteri.

Nei primi prevale il rancore per essere stati messi fuori gioco, per cui sono animati sono da un desiderio di vendetta a tutti i costi verso i nuovi dominatori della scena politica. Vale per Berlusconi e i leader tradizionali del centro-destra, ma vale specularmente per i rottamati e rottamandi del vecchio centro-sinistra. Ciascuno di questi due sottogruppi non a caso pensa di sfruttare a proprio vantaggio i rispettivi populismi, vedi il rapporto ambiguo fra FI e Lega o quello fra minoranze PD, M5S e sindacalismo radicale.  Il loro problema principale è che sono capaci solo di sprigionare energia distruttiva, perché non sono in grado di proporre alternative credibili e soprattutto non hanno alcun disegno riformatore che poggi su basi realistiche, capaci di tenere conto del delicatissimo contesto in cui si sta operando.

Nei secondi si riscontra la difficoltà di proseguire nella spinta aggregatrice, che è la sola che può trasformare la vittoria in alcune battaglie nella vittoria della guerra. Tutte le gestioni di una transizione hanno bisogno di realizzare un consenso di vasta portata, che è la sola arma decisiva negli scontri sia con le paure circa il futuro sia con le resistenze di tutti quei soggetti che vedono messo in pericolo lo status acquisito.

E’ qui che Renzi e il suo gruppo dirigente incontrano al momento le difficoltà maggiori. Impegnati su troppi fronti non hanno ben deciso né con chi venire a patti (per cui talora ondeggiano pericolosamente in negoziati fra tribù contrapposte), né come recuperare il rapporto con quella parte, purtroppo molto ampia del paese che della politica non si fida più. Così finiscono per subire imboscate parlamentari e per essere costretti ad alzare il tono delle polemiche nella speranza che la logica del “nemico alle porte” costringa a più miti consigli quanti tutto sommato non possono permettersi il salto nel buio.

Si tratta però di un equilibrio molto precario che, come dicevamo all’inizio, comporta il rischio altissimo di una implosione del sistema, perché ormai basta il cedimento di una componente (per esempio l’area centrista) per far crollare tutto.

 Del resto non è che l’edificio si manterrà in piedi puntellandolo qua e là alla disperata e senza un chiaro disegno ricostruttivo.