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Oltre le elezioni regionali

Paolo Pombeni - 26.05.2015
De Luca, Renzi, Paita

Sulle prossime elezioni regionali si è scritto di tutto. Ci sono analisi molto serie che cercano di capire (come quelle che Luca Tentoni con generosità propone il sabato sulle nostre pagine) e ce ne sono altre che definire partigiane sarebbe un eufemismo. Poca attenzione però sembra si voglia dedicare al fatto che, comunque vadano, queste elezioni rappresentano solo una fetta per quanto importante del paese e sono state sin troppo determinate da dinamiche locali poco collegate con disegni di respiro nazionale.

Certo quest’ultimo dato è già rilevante, perché mostra quanto i partiti siano ormai un misto tra vertici votati alla leadership televisiva verso la platea nazionale e strutture territoriali molto chiuse nel circuito di lotte di potere locali. Se questo è vero, la lezione che si potrà trarre dall’esito delle urne andrà soppesata con cautela: non sarà infatti capace di dirci quanto il paese si senta o meno coinvolto nella scommessa riformatrice che, pur con tutti i limiti del caso, il governo Renzi vuole rappresentare.

Il problema che il governo ha infatti di fronte non è quello di occupare o meno una serie di poltrone alla guida di alcune regioni (certo il potere locale non guasta, ma altrettanto non basta), ma quello di costruire un largo consenso circa il suo progetto riformatore, perché senza quello nessuna legge potrà diventare efficace.

Su questo terreno Renzi non ha molti alleati, anzi ne ha davvero pochi. Ogni giorno sorgono nuovi ostacoli sul suo percorso: la Consulta fa una sentenza che lo obbliga ad una spesa per cui non ha le risorse; i sindacati, e in specie la CGIL, lo hanno eletto loro nemico pubblico numero 1; sulla riforma della scuola sconta l’opposizione delle cospicue minoranze rumorosissime di insegnanti e studenti; della riforma della pubblica amministrazione non se ne sa più nulla, viste le molte opposizioni che ha raccolto nelle fila della burocrazia. L’elenco potrebbe ovviamente continuare. Quantomeno andrà ricordato che, chiuse le urne domenica prossima, dovrà prendere a mano la questione della riforma del Senato, cioè una patata bollente che per ora non si è provveduto a raffreddare.

Al momento sembra che tutti aspettino i risultati di quelle votazioni quasi fosse un responso della Sibilla Cumana, ma come nell’improbabile parallelo appena accennato, si tratterà in larga parte di responsi ambigui. Il calcolo di chi guadagna e chi perde i ruoli di “governatore” è buono per impressionare l’opinione pubblica, non per trarre auspici sull’andamento reale della pubblica opinione quanto a fiducia nella politica.

Come interpretare infatti l’astensionismo? Domenica 24 maggio ci sono stati i ballottaggi per i sindaci in Trentino con basse percentuali di partecipazione (appena sopra il 50%). Eppure siamo in una provincia con una tradizione di alto civismo, i ballottaggi avrebbero dovuto catalizzare i pro e i contro, persino le condizioni atmosferiche non sono state tali da invogliare la gente a disertare i seggi per le scampagnate. Dunque la disaffezione dalla politica è un problema e per ora sembra favorire chi si presenta fuori dai partiti (le liste cosiddette “civiche”).

Il tema non è affatto irrilevante, perché i problemi con cui il nostro paese continua a doversi misurare sono piuttosto seri. Per ora non c’è ancora una ripresa economica così forte da mettere al riparo da quelle che possono essere conseguenze poco gradevoli delle agitazioni in corso. L’Italia ha bisogno di essere percepita come credibile a livello internazionale, perché è da troppi punti di vista un paese “di frontiera”. Non c’è solo la questione dell’immigrazione che preme sulle nostre coste e che comunque costituisce un problema notevole. C’è lo spettro di cosa potrebbe succedere alle economie più deboli se la Grecia facesse default come purtroppo non si può escludere. Per ricordare solo un aspetto: i 40 miliardi di euro che la Grecia ci deve passerebbero dall’iscrizione in bilancio come “credito” (per quanto difficilmente esigibile) a quella come “debito”. Significa che bisognerebbe trovare altre risorse per tappare quel buco divenuto ufficiale altrimenti addio alla nostra credibilità sui mercati e comunque al sottrarsi a procedure di infrazione da parte di Bruxelles.

Renzi non può sperare semplicemente in un buon risultato alle regionali, magari combinato con una debacle del centro-destra di Berlusconi e compagni, come sufficiente a consentirgli il passo avanti ulteriore di cui ha bisogno. Innanzitutto ha un problema, che non si risolverà a breve, con la sinistra del suo partito. In secondo luogo dovrà tenere conto del risultato che raccoglierà nelle urne NCD. Se come è probabile non sarà esaltante, potrebbe trovarsi a governare con un partner molto stizzito e piuttosto instabile. In terzo luogo se, come anche qui è probabile, i grillini andranno bene (si parla di tenuta, ma anche di incremento del M5S), dovrà porsi il problema di come arginare l’ondata populista, visto che anche la Lega è poi accreditata di buone possibilità di affermazione.

E’ il piano di Renzi per gestire la fase che si aprirà con la prossima estate ciò che interesserebbe conoscere, ma su questo per il momento siamo ancora alle cortine fumogene.