Rischio implosione
L’implosione viene definita un collasso verso l’interno esattamente al contrario dell’esplosione. E’ quanto sta rischiando in questi giorni la politica italiana, in una specie di coazione a ripetere quanto avvenne con Tangentopoli negli anni Novanta.
E’ l’effetto di una serie di pressioni circolari dall’esterno del sistema politico che scatenano il liberarsi di energie (malsane?) interne che mandano all’aria gli equilibri che si è tentato di costruire nell’ultima fase della nostra crisi politica. Che poi questa fase stesse forse per dare il via ad una sia pure al momento modesta inversione di tendenza è un fattore che rende il tutto ancora più drammatico.
Le pressioni esterne sono state più volte ricordate anche in questa sede: discredito dei poteri pubblici, specie quelli locali (drammatizzato dall’esplodere del marciume di “mafia capitale”); pressione pesantissima delle ondate migratorie che superano i limiti di ordinaria gestibilità; situazione internazionale precaria a cui si aggiunge un declino delle capacità stabilizzatrici dell’Unione Europea. Paradossalmente non si aggiungono, al momento, fattori di peggioramento della crisi economica, cosa che renderebbe il tutto ingestibile, perché al contrario una serie di eventi favorevoli consentono di sperare in una ripresa.
Il problema è come reagiscono a queste circostanze le forze politiche. Sappiamo tutti che questo contesto è favorevole al populismo, cioè ai venditori di rinascite a buon mercato affidate a progetti fantasiosi che appaiono, ma non sono risolutivi. Facciamo un esempio banale: le proposte di risolvere il dramma delle migrazioni dall’Africa con l’impianto di strutture di intervento ONU nei paesi di partenza. leggi tutto
Quando i politici scherzano col fuoco
Mentre scriviamo non sappiamo cosa Renzi dirà alla direzione del PD, mentre quando i nostri lettori avranno davanti questo articolo lo conosceranno. Di conseguenza non ci avventuriamo a fare congetture su quella che sarà la posizione del premier-segretario (i retroscena pubblicati sono molti, ma ci fidiamo il giusto), tentiamo piuttosto un’analisi del contesto in cui ci troviamo. Il quale contesto, lo diciamo subito, è molto preoccupante, ma lo è ancor di più se si prende in considerazione il cinismo suicida con cui ci speculano sopra troppi politici.
Partiamo come è ovvio dall’emergenza immigrazione. Si tratta di un esodo biblico, ormai questa è una analisi comune e condivisa. A noi come paese, per banali ragioni geografiche, tocca la sorte di essere il terreno di approdo di questa massa di disperati. L’Europa non è in grado di mettere in campo una risposta politica e sociale a questa emergenza e ciò può essere spiegato con varie ragioni, ma soprattutto con la paura dei governi di fronte ad opinioni pubbliche che di accoglienza (difficile) non vogliono sapere.
La campagna scatenata dalla Lega e dai suoi governatori di regione (a cui si è accodato subito il neoeletto Toti, dalla cui intelligenza politica ci si poteva aspettare qualcosa di meglio) è in questo contesto vergognosa. Non si tratta solo di rimarcare il populismo xenofobo di Salvini che trascina con sé i suoi compagni. leggi tutto
L’Università dimenticata
Va bene che la ministra Giannini sia impegnatissima con la riforma della scuola (peraltro con risultati poco brillanti), ma il suo disinteresse verso una regolare routine delle scadenze di vita dell’università italiana è veramente riprovevole. Dimostra, se ce ne fosse bisogno, che il Ministero funziona male, perché il primo requisito di una buona amministrazione è la capacità di gestire con regolarità le scadenze. Naturalmente si potrebbe aspettarsi qualcosa di più: che so, uno straccio di prospettiva strategica sullo sviluppo del nostro sistema di istruzione superiore, una qualche idea su come implementare le capacità del sistema di ricerca, un pensierino al tema del turn over dei docenti vista l’età media di questi.
Intanto però ci accontenteremmo di una gestione responsabile di alcune scadenze che non sono proprio cosette da nulla.
La prima è la valutazione del sistema della ricerca. Da mesi si vocifera nei corridoi che sta per partire la famosa valutazione ANVUR, i responsabili di questa agenzia ci informano negli incontri che dal loro punto di vista da tempo è tutto pronto, ma la valutazione non parte. Sappiamo tutti che contro questa modalità di valutazione ci sono molte opposizioni (corporative). Come sempre in Italia, la valutazione a parole la vogliono tutti, ma in concreto non ce ne è mai una che vada bene. leggi tutto
Regionali: transizione in corso
Come sempre i dati elettorali possono essere manipolati come si vuole, basta credere a qualche premessa di comodo. A guardare le cose con un certo distacco si capisce certamente di più.
Come sempre la questione non può essere seccamente posta nei termini di decidere chi sia stato il vero vincitore, tanto meno in quelli relativi alla valutazione circa l’attuale gradimento di Renzi. Come è stato a suo tempo un errore immaginare che il risultato delle Europee, elezioni in cui tutti votano “in libera uscita”, certificassero il successo definitivo del nuovo premier, ora sarebbe un errore pensare che due sue oggettive sconfitte e cinque mezze vittorie preludessero al suo declino.
Innanzitutto bisogna tenere conto del dato ormai consolidato della fuga dalla politica: vota più o meno un elettore su due. Difficile capire chi si sia rifugiato nell’astensione consapevole, e dunque se si tratti di voti recuperabili e per quale partito. Certamente si è ristretto il voto di opinione, mentre, per converso, il voto dei “militanti” delle varie forze è divenuto più mobile: non si pensa più che bisogna restare nel proprio cerchio, magari turandosi il naso, ma si pensa sempre più di essere in diritto di “punire” la propria dirigenza. Il che potrebbe essere una buona notizia, non fosse che queste “punizioni” nascono più che da ragionamenti da veleni e pregiudizi. leggi tutto
La piccola ripresa e i grandi problemi
La relazione del governatore di Bankitalia Visco è stata letta come un piccolo assit al governo perché certificava un’inversione di tendenza con un avvio di ripresa economica che si riteneva probabile continuasse anche nei prossimi mesi. Indubbiamente il fatto che un uomo prudente come Ignazio Visco si sia speso per infondere un po’ di speranza nel nostro sistema è significativo oltre che positivo e non può sfuggire che anche in questo caso il corollario sia stato l’invito ad andare avanti con le riforme.
La ripresa è un evento piuttosto complicato, che non si può misurare solo con alcuni dati statistici sull’andamento dell’economia e sul mercato del lavoro. Non che questi siano indicatori da sottovalutare, tutt’altro, ma sono indicatori che segnalano la necessità di far qualcosa di decisivo per consolidare la timida inversione di tendenza.
Il tema di fondo è ancora una volta la possibilità di stabilizzare ed espandere una certa fiducia verso il nostro futuro. Non è un qualcosa che si può affidare semplicemente agli aruspici dei risultati elettorali, anche se indubbiamente l’evoluzione del nostro sistema politico, tutta scossoni e impennate, è un fattore che aiuta scarsamente. Infatti l’eccesso di concentrazione sulle contorsioni dei partiti, che peraltro hanno generato più che drammatizzazione del presente fuga dalla politica, fa perdere di vista il contesto assai difficile in cui il nostro paese deve muoversi. leggi tutto
Oltre le elezioni regionali
Sulle prossime elezioni regionali si è scritto di tutto. Ci sono analisi molto serie che cercano di capire (come quelle che Luca Tentoni con generosità propone il sabato sulle nostre pagine) e ce ne sono altre che definire partigiane sarebbe un eufemismo. Poca attenzione però sembra si voglia dedicare al fatto che, comunque vadano, queste elezioni rappresentano solo una fetta per quanto importante del paese e sono state sin troppo determinate da dinamiche locali poco collegate con disegni di respiro nazionale.
Certo quest’ultimo dato è già rilevante, perché mostra quanto i partiti siano ormai un misto tra vertici votati alla leadership televisiva verso la platea nazionale e strutture territoriali molto chiuse nel circuito di lotte di potere locali. Se questo è vero, la lezione che si potrà trarre dall’esito delle urne andrà soppesata con cautela: non sarà infatti capace di dirci quanto il paese si senta o meno coinvolto nella scommessa riformatrice che, pur con tutti i limiti del caso, il governo Renzi vuole rappresentare.
Il problema che il governo ha infatti di fronte non è quello di occupare o meno una serie di poltrone alla guida di alcune regioni (certo il potere locale non guasta, ma altrettanto non basta), ma quello di costruire un largo consenso circa il suo progetto riformatore, perché senza quello nessuna legge potrà diventare efficace. leggi tutto
L’eclissi della politica
Ad osservare l’andamento attuale dello scontro politico c’è poco da rallegrarsi: sembra infatti che qualsiasi principio di razionalità stia andando a farsi benedire. I cosiddetti “realisti” ci invitano a tenere conto del fatto che siamo in piena campagna elettorale ed alla vigilia di elezioni che sembrano assumere maggior significato ogni giorno che passa. Dovremmo dunque ritenere normale che tutti si permettano ogni genere di colpo basso in considerazione della rilevanza della posta in gioco.
Francamente non la pensiamo sia così. Condurre una opposizione al governo scatenata sulla base di richiami alla più volgare demagogia non è buona politica, anzi non è politica proprio per nulla. Sostenere per esempio che il governo deve ridare ai pensionati tutto quello che disinvoltamente viene definito “maltolto” è irresponsabile, perché qualsiasi persona assennata sa che questo porterebbe ad un baratro finanziario in cui quello che oggi viene elargito, domani sarebbe divorato dalla catastrofe economica che ne deriverebbe. Dire che Alfano è un ministro fallimentare perché si è scoperto che un clandestino approdato via barconi tempo fa in seguito si è unito ai terroristi di Tunisi è pura speculazione. A prescindere che la polizia lo ha individuato ed arrestato, non si vede come il ministro potesse evitare un incidente di quel tipo.
Non parliamo degli attacchi alla riforma della scuola, che sono zeppi di luoghi comuni e vuoti di qualsiasi seria proposta alternativa. Ascoltare dalla Gruber il segretario della CGIL-Scuola che sfornava una banalità dietro l’altra è stato realmente uno choc: non si pensava che il sindacato di Di Vittorio, Lama e Trentin si fosse ridotto così male. leggi tutto
Renzi alla prova della scuola
I suoi nemici sperano che la scuola sia la Waterloo di quello che vedono come una specie di nuovo piccolo Napoleone. Forse anche Renzi si vede così, ma pensa piuttosto, per continuare con questi improbabili paragoni, che possa essere la sua Austerliz. Di fatto è un terreno su cui si misura il rapporto profondo fra riforme e paese.
Il paese è in questo caso rappresentato da tre componenti: gli insegnanti, le famiglie, gli studenti. Ciascuna di esse è in realtà un agglomerato ed è anche fatica considerarle in una prospettiva unitaria, ma emblematicamente possiamo farlo per tentare di capire. Sono esse che si misurano con il problema di riformare un sistema, quello dell’istruzione, sul cui stato di salute assai malandato convengono tutti. Peccato che non appena si tenta di mettere mano ad una qualche riforma il solito timore della scelta inutile fra la padella e la brace blocchi ogni capacità di ragionare.
Gli insegnanti rappresentano in questo frangente l’universo più difficile da conquistare. Sono contemporaneamente vittime di una situazione di estrema difficoltà ed oggetto di una solidarietà sociale del tutto pelosa. La situazione difficile è data, oltre che da un sistema retributivo certo poco adatto a sostenere il ruolo che si continua a dire essi dovrebbero rivestire (da cui, per esempio, una forte femminilizzazione della professione, leggi tutto
Le riforme della scuola comma 22
Molti ricordano il famoso paradosso inventato nel 1961 dal romanziere Joseph Heller in Catch 22, secondo cui un regolamento di guerra contemplava il seguente passaggio: “Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo”. E’ il classico esempio della decisione trappola.
Ebbene sembra che questo sia il prototipo che si deve applicare al dibattito sulla riforma della scuola. Da un lato infatti sembra ci sia una generale domanda di rimettere in sesto un sistema che fa acqua da quasi tutte le parti: docenti malpagati e frustrati, alunni che fanno fatica ad applicarsi, programmi farraginosi, edilizia scolastica poco decorosa e avanti con l’elenco. Dal lato opposto ogni volta che si è provato a riformare, gli esiti non sono stati esattamente brillanti: aggravio del burocratismo, soluzioni cervellotiche, richiesta di assunzione di compiti impossibili.
Il risultato è che nel campo della scuola domina la più grande schizofrenia immaginabile. Mancano i centri dirigenti, perché una “catena di comando” nelle scuole non esiste più da tempo, sicché non si sa chi possa assumersi l’onere di guidare la barca. Non appena però, come nel caso della riforma progettata, leggi tutto
Dopo l’Italicum
Il cosiddetto Italicum ora è legge a tutti gli effetti, ma, perdonateci il gioco di parole, adesso si comincerà a valutare che effetti è in grado di produrre. Ce ne sono di due tipi: quelli immediati per le modalità con cui è stato approvato; quelli che arriveranno quando verrà realmente messo alla prova in una tornata elettorale.
Sul primo fronte fioccano le previsioni di “Vietnam parlamentari” con bellicose dichiarazioni di personaggi che pensano di guadagnare così una centralità politica che non hanno. Quelli che la possiedono pur essendo in minoranza sono al momento piuttosto cauti. Far saltare il governo non sarebbe in questo momento produttivo per molti: non certo per il centro-destra che è in uno stato semi-confusionale, ma neppure per i nostalgici del radicalismo di sinistra (per non dire dei vecchi equilibri) che non si vede bene come potrebbero, in caso di elezioni a breve, gestire un passaggio con la normativa prevista dalla sentenza della Consulta: si tratterebbe di un autentico salto nel buio sia per la natura proporzionalistica di questa normativa, sia per il fatto che essa si applicherebbe, con effetti ancora meno prevedibili, al Senato che continuerebbe ad esistere.
Certo agli avversari di Renzi non mancano spazi in cui infilarsi. Le riforme, si sa, toccano tante situazioni acquisite, di cui tutti si lamentano, temendo però che ogni cambiamento peggiori le cose per cui meglio stare come si è. Lo si è visto chiaramente nello sciopero della scuola, dove è stato un tripudio di slogan vecchi e vuoti, ma che hanno ancora una buona presa sociale. leggi tutto


