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28 gennaio 2023
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Regionali: transizione in corso

Paolo Pombeni - 02.06.2015
Raffaella Paita e Alessandra Moretti

Come sempre i dati elettorali possono essere manipolati come si vuole, basta credere a qualche premessa di comodo. A guardare le cose con un certo distacco si capisce certamente di più.

Come sempre la questione non può essere seccamente posta nei termini di decidere chi sia stato il vero vincitore, tanto meno in quelli relativi alla valutazione circa l’attuale gradimento di Renzi. Come è stato a suo tempo un errore immaginare che il risultato delle Europee, elezioni in cui tutti votano “in libera uscita”, certificassero il successo definitivo del nuovo premier, ora sarebbe un errore pensare che due sue oggettive sconfitte e cinque mezze vittorie preludessero al suo declino.

Innanzitutto bisogna tenere conto del dato ormai consolidato della fuga dalla politica: vota più o meno un elettore su due. Difficile capire chi si sia rifugiato nell’astensione consapevole, e dunque se si tratti di voti recuperabili e per quale partito. Certamente si è ristretto il voto di opinione, mentre, per converso, il voto dei “militanti” delle varie forze è divenuto più mobile: non si pensa più che bisogna restare nel proprio cerchio, magari turandosi il naso, ma si pensa sempre più di essere in diritto di “punire” la propria dirigenza. Il che potrebbe essere una buona notizia, non fosse che queste “punizioni” nascono più che da ragionamenti da veleni e pregiudizi.

Partiamo dall’analisi delle due sconfitte di Renzi. In Liguria non ha perso per la scissione di Pastorino (e Civati), ma per la scarsa simpatia di cui gode Raffaella Paita. Lo si vede facilmente: le liste collegate a Pastorino sommano il 6,58% dei voti, lui come candidato ha preso il 9, 4%, segno evidente che la fronda civatiana incide poco, mentre raccoglie un modesto 3% circa di scontento di elettori presumibilmente anti Paita, a cui il PD porta quasi tutti i voti raccolti (la altre due liste che la appoggiano sono frattaglie). In Veneto Renzi esce sconfitto non perché il PD avesse possibilità di vincere, ma perché la sua candidata Alessandra Moretti ha meno della metà dei consensi di Zaia e perché il PD ha meno voti della Lega e di gran lunga della lista personale di Zaia).

Nelle altre regioni sono di fatto mezze vittorie, perché i candidati vincenti non sono espressione del rinnovamento renziano: Rossi in Toscana è un suo avversario, così Emiliano in Puglia e lo stesso De Luca in Campania non è esattamente un portabandiera del renzismo.

Questo significa che Renzi rischia molto nell’ipotesi di elezioni nazionali? Il punto non è questo, sia perché le elezioni nazionali non sono alle viste, sia perché quelle hanno logiche di aggregazione diverse. Il misero risultato di FI (Toti è la classica rondine che non fa primavera: la sua vittoria assomiglia molto a quella di Guazzaloca a Bologna nel 1999 contro anche allora una candidata poco appetibile come era la Bartolini) non porta Berlusconi a voler andare presto alle urne. Salvini stesso non ha interesse a farlo: con l’Italicum rischia di portare al ballottaggio Renzi contro Grillo con la probabile vittoria del primo che si godrebbe il premio di maggioranza. Certo uno scioglimento anticipato della legislatura potrebbe offrire il vantaggio di dover rieleggere anche il Senato con una legge invece favorevole alla frammentazione, ma il guadagno non pare sufficiente.

Il problema che Renzi deve porsi è quello della sua debolezza nel disporre di una buona classe dirigente anche a livello territoriale. Al momento per vincere è costretto ad affidarsi all’usato sicuro delle vecchie classi dirigenti locali di diversa estrazione formatesi nel tramonto della prima repubblica. Dove crede di potersi affidare a qualche effervescente promosso dai talk show come ha fatto in Veneto non gli va bene. Tuttavia, come si è visto in Liguria, c’è poi il caso che le vecchie classi dirigenti non siano capaci di promuovere un ricambio in qualche modo credibile.

Se il problema di Renzi è dunque quello di ricostruire un PD all’altezza delle sue ambizioni riformatrici, che vanno pragmaticamente oltre i confini degli slogan della sinistra d’altri tempi, il problema del centro-destra è quello di ricostruirsi prima di venire cancellata dalla morsa del populismo congiunto di Salvini e Grillo. Il loro successo non si sa quanto sia definitivo perché al momento è molto figlio di due opposti (ma alla fine convergenti) sfruttamenti delle angosce che nascono da una crisi economica e di cambiamento sociale che ha dimensioni inaspettate. Se questo contesto conoscesse una evoluzione positiva è probabile che le due componenti finirebbero ridimensionate (ma è altrettanto probabile che, per un certo periodo almeno, questa non si verificherà).

Come tutte le transizioni dei sistemi politici i tempi sono lunghi e i percorsi tortuosi. Gli sviluppi dipenderanno dalla capacità dei vari attori di non farsi prendere la mano da narrazioni fantasiose di quel che è avvenuto. Tutto sommato i più realisti sono quelli del M5S che rifiutano di cambiare pelle, consapevoli che questo significherebbe la loro fine e non l’incremento del loro potenziale. Troppi altri si cullano nei sogni di rivincite che al momento non sono alle viste. Il vero problema che hanno tutti è recuperare almeno la metà degli astenuti, perché solo con un allargamento della platea del consenso possono uscire dall’impaludarsi delle strategie politiche nei tatticismi delle lotte fra opposte fazioni (di potere) che inquinano le attuali forze politiche.