Luddismo sociale?
Una volta nei sindacati e a sinistra tutti sapevano la storia di Ned Ludd, che nel 1779 sembra abbia guidato una rivolta di operai che sfasciarono delle macchine tessili, convinti che queste rubassero loro la possibilità di lavorare. Il termine “luddismo” passò così a definire tutte le manifestazioni in cui con rivolte irrazionali si sfasciano i prodotti dello sviluppo applicati all’industria nella illusione che questo possa riportare i lavoratori a godere dei vantaggi che si immaginano connessi alla situazione precedente.
Nei sindacati e a sinistra si spiegava con quella metafora che non ci si difende dal progresso, che certo può nell’immediato portare anche disagi, prendendosela con obiettivi irrazionali, perché invece bisogna adeguarsi e governare il cambiamento. Non è stato distruggendo i telai meccanici che gli operai hanno recuperato posti di lavoro.
Questa semplice lezione storica andrebbe rivisitata visto quel che sta succedendo di questi tempi. E’ inutile negare che la società italiana sia percorsa da correnti di ribellismo sociale il cui obiettivo è quello di “sfasciare”, metaforicamente ma troppo spesso anche materialmente, una situazione esistente nell’illusione che questo farà ritornare un mitico buon tempo antico. E’ un atteggiamento che coinvolge operai e giovani studenti, precari e garantiti, intellettuali e politici, tutti uniti dall’idea che si possa semplicemente fermare il mondo così come si sta evolvendo e instaurare una specie di età dell’oro in cui i problemi si risolvono semplicemente negandoli. leggi tutto
Emilia Romagna: una questione locale?
Domenica 23 novembre si vota anticipatamente in Emilia Romagna per il rinnovo del Consiglio e del Presidente dopo che Vasco Errani si è dimesso per correttezza istituzionale essendo stato condannato in appello per una vicenda legata ad un finanziamento erogato dalla regione a favore di una cooperativa presieduta da suo fratello (in primo grado era stato assolto).
Sono elezioni solo di interesse locale? La domanda è quanto mai pertinente. L’Emilia Romagna è stata in passato la regione-vetrina della capacità del PCI non solo di fare del “buon governo”, ma un governo innovativo ed inventivo. Di questa eredità il territorio è sempre stato fiero, anche se le sue capacità inventive sono appannate da decenni. Comunque è ancora la regione in cui la cooperazione è un colosso, in cui la sanità ha punte di eccellenza e in genere funziona bene, dove c’è un sistema universitario che vuol competere per l’eccellenza, dove ci sono enclave di industrie di avanguardia. Dunque ci sarebbero tutte le condizioni perché qui si assistesse a qualcosa che attira su di sé l’attenzione del paese.
Ci si aspetterebbe di vedere in questo passaggio se il ricambio di classe politica per fronteggiare una situazione di evoluzione storica complicata è avvenuto o meno; se ci sono “ricette” o più banalmente programmi significativi per fronteggiare la crisi attuale; se in presenza di una società che si presume molto civilmente politicizzata ci sarebbe stata la passione di vivere il momento elettorale come una occasione che la gente coglie per farsi sentire.
Ebbene, nulla di tutto questo sta avvenendo. La campagna elettorale, anche adesso a pochi giorni dall’apertura delle urne, è inesistente e priva di qualsiasi appeal. Le primarie per la selezione del candidato PD alla presidenza della regione si sono svolte tardivamente, dopo tira e molla poco edificanti, e si sono combattute all’insegna del preservare la continuità della “ditta” (questa è la regione di Bersani, di cui Errani era stretto collaboratore). leggi tutto
L’impasse della politica
Renzi vuole chiudere entro tempi relativamente brevi l’iter di almeno una parte delle riforme su cui ha scommesso per il successo della sua “svolta”, ma la partita si annuncia più difficile del previsto (e già nessuno l’aveva data per facile …). Al momento però sembra che l’orizzonte vada caricandosi di nubi più che di presagi di rasserenamento.
Non si capisce bene quanto fondamento abbiano i rumors su una crisi imminente della finanza pubblica per via del debito rilevante che grava sull’Italia, debito che, si sussurra, gli investitori internazionali non sarebbero più disponibili a sostenere. Al momento se ne parla a mezza bocca, a parte quelli che ci speculano sopra e che si lanciano volentieri in profezie catastrofiche, le quali però sembra lascino il tempo che trovano.
Al netto di questa incognita, rimane però il fatto che si scontrano tre fattori: la necessità di portare a termine due riforme improrogabili (la legge di stabilità, senza la quale si andrebbe all’esercizio provvisorio, prospettiva destabilizzante, e la legge sul lavoro), lo scoglio della riforma elettorale, l’improvvida apertura semi-ufficiale della campagna per la successione a Napolitano.
Legge di stabilità e Jobs Act confliggono con la riforma elettorale perché si sovrappongono in questo ultimo scorcio d’anno. Si tenga conto che in una politica ormai usa ai ricatti reciproci, avere tre leggi così importanti che vanno in parallelo significa esporsi a condizionamenti incrociati continui. leggi tutto
Ma esiste il centro in politica?
Mentre siamo impegnati a discutere quando Napolitano lascerà il Colle, come se non sapessimo che dipende da due variabili, la sua salute e la situazione politica che si lascerà alle spalle, sembra torni centrale il tema della legge elettorale. Questione importante, non c’è dubbio, e ricchissima di aspetti tecnici in cui è anche facile perdersi, ma anche un tema alla base del quale dovrebbe stare un rapporto con la realtà dello spettro politico con cui ci si vuole misurare.
Ora quello italiano è in profonda evoluzione ed è un punto che ci pare meriterebbe più considerazione di quella di cui è oggetto. In estrema sintesi esistono due quadri politici in un sistema elettorale competitivo: uno che è fondato sulla raccolta di gruppi “di interesse” ciascuno in un proprio partito; l’altro che vede i partiti come larghe coalizioni di interessi diversi che si compongono attorno a dei punti comuni.
Nella tradizione italiana postbellica, sino agli anni Ottanta del secolo scorso (all’incirca), prevaleva il secondo modello, in cui i centri di aggregazione comune erano, almeno per convenzione, degli universi sub-culturali (cattolici, laici, socialisti, comunisti,ecc.). Non che mancassero gli “interessi”, ma si suddividevano secondo quelle linee: tipicamente avevamo sindacati cattolici, social comunisti, laici; cooperative lungo le tre direttrici; associazioni degli studenti universitari organizzate più o meno così; e via elencando. Certo all’età d’oro che durò, sempre all’incirca, fino a fine anni Sessanta, seguì un ventennio di declino, ma fu un fenomeno lento e, ammettiamolo, distruttivo più che semplificatorio. leggi tutto
Il senso della misura non guasta …
Non per fare quelli che l’avevano detto, ma noi il rischio che Renzi finisse vittima di quella che abbiamo chiamato “la sindrome di Napoleone” l’avevamo scritto in uno dei primi numeri di “Mente Politica”. E’ quanto rischia di accadere con l’accelerazione che il premier ha dato alla rappresentazione di uno scontro virtuale (e neppure tanto) col resto del mondo. Passi per il confronto duro col sindacato, che però non andrebbe rimesso in scena e drammatizzato ad ogni occasione; passi per le denunce varie di boicottaggio alla sua opera di riformatore. La sua intemerata contro Bruxelles e la nuova Commissione Europea è però apparsa come una mossa azzardata e poco utile.
Speriamo che la Mogherini, adesso che è là, spieghi a Renzi che con queste mosse si sta mangiando il credito che si era guadagnato, perché appare invece che un coraggioso, ma consapevole riformatore, un don Chisciotte populista che non esita a speculare sull’antieuropeismo serpeggiante nel suo paese. L’Italia non ha certo bisogno di questo, soprattutto perché è bene non si illuda che in uno scontro di quel tipo troverebbe chissà quali sostegni nei partner. Junker non è Barroso e la situazione economica è talmente seria che di tutto c’è bisogno tranne che di perdere in credibilità con i mercati internazionali. leggi tutto
L’importanza e il condizionamento dei simboli
Sul fatto che l’ormai ultrafamoso articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori sia un “simbolo” più che un vero problema politico-legislativo in sé sono d’accordo quasi tutti. Su cosa ciò significhi e su quali condizionamenti ponga alla fase attuale della vita del paese i pareri sono più che divisi.
Semplificando, ma non troppo, una parte dei sindacati e l’autoproclamatasi rappresentanza della “vera sinistra” ne ha fatto il simbolo della tutela della dignità del lavoratore come persona. Se si ammette che a qualcuno il lavoro possa venire tolto senza “giusta causa” se ne fa una merce soggetta agli umori di chi la può “comperare”. Ovviamente in astratto il ragionamento non fa una grinza (ci si potrebbe chiedere perché allora il principio non debba valere dove non ci sono più di 15 dipendenti, ma lasciamo perdere).
Sul fronte opposto si obietta che le relazioni industriali sono così complesse nella società moderna che non considerare l’impiego di forza lavoro come una delle variabili del processo produttivo è illusorio. In tempi di cicli produttivi altalenanti, la possibilità di impiegare e disimpiegare risorse per il lavoro sembra necessaria. Se non lo si fa, si condanna il sistema o a contenere l’investimento in forza lavoro per non trovarsi in futuro gravati di costi non più sostenibili, o a fuggire verso lidi dove quella flessibilità sia presente. Ed anche in questo caso il ragionamento non fa una grinza. leggi tutto
Il deficit di cultura politica che mette in difficoltà il paese
Può sembrare uno sfizio da intellettuali, ma il deficit di cultura politica che affligge il dibattito pubblico è un problema serio, perché quella non è roba da studiosi, ma sono i codici attraverso cui si comunica e ci si capisce.
Prendiamo un caso recente. Renzi propone quella che dovrebbe essere una banalità assoluta: un governo non negozia le leggi col sindacato, ma col parlamento da cui dipende. Apriti cielo: arrivano subito le reprimende sull’autoritarismo e la democrazia in pericolo. Eppure un tempo, neppure troppo lontano, avevamo sentito critiche feroci al ritorno al corporativismo, proprio perché le politiche economiche e sociali venivano contrattate colle rappresentanze di interessi (sindacati, confindustria, cooperative, ecc.) anziché col parlamento.
Abbiamo già avuto modo in questa sede di denunciare le sciocchezze sull’allarme suscitato dalla denominazione di partito “nazionale” perché si sostiene ricordi quello fascista. Nessuno che si sia alzato a dire in una sede con un po’ di audience che, veramente, già nel 1905 era nata una “Lega Democratica Nazionale” fondata da Romolo Murri e compagni, ed era un’espressione del movimento cattolico. Questo anche senza andare ad esempi più importanti fuori d’Italia che abbiamo già avuto modo di ricordare.
Giusto negli ultimi giorni ci sono state le polemiche contro le condizioni particolari in cui è avvenuta la deposizione del presidente Napolitano nel processo sulla presunta trattativa stato-mafia. Abbiamo sentito giornalisti vari tuonare che quanto avveniva era roba Terzo Mondo. Ovviamente pochi hanno obiettato che, veramente, tutti i sistemi costituzionali, tutelano in modo particolare le supreme cariche rappresentative come è quella del Presidente della Repubblica, perché non si può consentire che vengano trascinate nell’agone della polemica di parte. leggi tutto
C’è una svolta della Leopolda?
Al netto della incontestabile abilità retorica di Matteo Renzi nell’inventare immagini efficaci, si può vedere come una svolta nella politica italiana quanto è successo a seguito della manifestazione della CGIL e della convention della Leopolda ? Che questo sia accaduto almeno a livello tendenziale sembrerebbe fuori dubbio.
Quel che si è confrontato in questa occasione non è certo uno scontro fra una visione “di sinistra” ed una visione “di destra” sul futuro del maggior partito della politica italiana. Quelle sono categorie buone per lo show televisivo, non per l’analisi della nostra fase politica.
In realtà si è avviato uno scontro sul modello di governo che deve avere la nostra democrazia, ossia se si debba continuare nel sistema del “governo di direttorio” che è quello immaginato di fatto dal nostro sistema costituzionale, o se si possa passare ad un governo di partito fondato sulla concorrenza elettorale.
Vediamo di spiegarci. Il nostro sistema è stato sempre fondato su governi di coalizione. La scelta in questo senso venne fatta da De Gasperi nel 1948 quando pur disponendo la DC di un cospicuo successo elettorale egli volle un governo di coalizione associandosi alcuni partiti minori, alcuni collocati sulla sua destra, altri sulla sua sinistra. A Dossetti che avrebbe voluto una DC che trasformasse il successo elettorale nella presa in carico totale del governo del paese, lo statista trentino oppose il ragionamento che la DC aveva sì una imponente adesione nelle urne, ma non rappresentava appieno le classi dirigenti del paese, per cui doveva accettare di coinvolgerle nel governo attraverso i cosiddetti “partiti minori”. Molti osservatori dell’epoca, non scevri di pregiudizi anticattolici, plaudirono alla scelta “anti-integralista” del vincitore del 18 aprile 1948. leggi tutto
L’Europa e il monito di Napolitano
Non sappiamo se il contenzioso che sembra aprirsi fra Roma e Bruxelles sulla nostra legge di bilancio sarà proprio una tempesta in un bicchier d’acqua. Ieri sera sembrava già chiusa con un compromesso, ma vedremo. Certamente è una mossa che mostra da un lato una struttura tecnocratica della UE piuttosto ottusa, e dall’altra un premier italiano abilissimo a cogliere in ogni occasione la palla al balzo per consolidare la sua presa sull’opinione pubblica.
Sul primo versante c’è da notare che, in un’Europa dove la stima verso la UE non è esattamente ai massimi, i suoi uffici e vertici dovrebbero andarci cauti nell’apparire ottusi censori delle sovranità nazionali. Non sappiamo se davvero Katainen e i suoi pensino di compiacere la Merkel con i loro rilievi, facciamo loro sommessamente notare che i più gelosi custodi delle esclusive sovranità nazionali perché derivanti da veri mandati “democratici” (che ai funzionari di Bruxelles mancano) sono i giudici della Corte Costituzionale tedesca. Ora è facile rilevare che sulla politica di bilancio nazionale le competenze dei parlamenti nazionali eletti sono più “esclusive” (se ci si passa il pasticcio linguistico) di quelle dei ragionieri della Commissione (chiedano parere a Karlsruhe se hanno dubbi …).
Certo ci sono i trattati, i vincoli accettati da tutti, ma ci sono anche le situazioni storiche concrete e la necessità di poter contare sulla legittimazione popolare. Il presidente Barroso conclude non brillantemente una presidenza che brillante non è mai stata e dunque era pretendere troppo che si accorgesse del mutato clima. Sembra che Junker ne sia consapevole e fra sei giorni vedremo se è vero. leggi tutto
Un dibattito sfuocato
Che senso ha questo gran dibattere (si fa per dire) sulla “forma partito” in atto nel PD in un momento in cui il paese è alle prese con problemi assai seri circa il suo futuro? In realtà la questione del “partito” è un argomento per parlare d’altro e cioè per affrontare da un’ottica particolare il tema del mutamento degli equilibri del sistema sociale con cui si misura non solo il PD, ma tutta la nostra classe politica.
Se ci fosse un po’ di cultura storica, si vedrebbe subito che il modo di porre la questione è bizzarro, fatto per lo più da gente che, nelle direzioni di partito come sugli organi di stampa, ha un’idea piuttosto confusa della materia del contendere. Eppure ci sarebbe da imparare a mettere a fuoco l’argomento. Vediamo qualche punto.
Cominciamo col “partito pigliatutto” (catch all party nella formulazione originale), tradotto, ci sembra da Fassina, col peggiorativo “acchiappatutto”. Si è scritto che è la formula del partito americano. In realtà è una definizione resa corrente dal politologo Otto Kirchheimer a metà anni Cinquanta del secolo scorso per spiegare perché in Germania la CDU di Adenauer vinceva a man bassa e la SPD restava al palo. Spiegava Kirchheimer, che era riparato negli USA durante il nazismo, che i socialdemocratici volevano restare un partito di classe e dunque erano chiusi in un recinto, fra il resto obsoleto, mentre la CDU si allargava a comprendere tutti gli strati sociali, consapevole che una società moderna non rispondeva più ai canoni della sociologia scolastica marxista. leggi tutto


