Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
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Renzi alla prova della scuola

Paolo Pombeni - 16.05.2015
Matteo Renzi

I suoi nemici sperano che la scuola sia la Waterloo di quello che vedono come una specie di nuovo piccolo Napoleone. Forse anche Renzi si vede così, ma pensa piuttosto, per continuare con questi improbabili paragoni, che possa essere la sua Austerliz. Di fatto è un terreno su cui si misura il rapporto profondo fra riforme e paese.

Il paese è in questo caso rappresentato da tre componenti: gli insegnanti, le famiglie, gli studenti. Ciascuna di esse è in realtà un agglomerato ed è anche fatica considerarle in una prospettiva unitaria, ma emblematicamente possiamo farlo per tentare di capire. Sono esse che si misurano con il problema di riformare un sistema, quello dell’istruzione, sul cui stato di salute assai malandato convengono tutti. Peccato che non appena si tenta di mettere mano ad una qualche riforma il solito timore della scelta inutile fra la padella e la brace blocchi ogni capacità di ragionare.

Gli insegnanti rappresentano in questo frangente l’universo più difficile da conquistare. Sono contemporaneamente vittime di una situazione di estrema difficoltà ed oggetto di una solidarietà sociale del tutto pelosa. La situazione difficile è data, oltre che da un sistema retributivo certo poco adatto a sostenere il ruolo che si continua a dire essi dovrebbero rivestire (da cui, per esempio, una forte femminilizzazione della professione, forse oggi meno forte di qualche tempo fa), al fatto di avere caricato la scuola di un compito educativo difficilissimo da gestire nell’attuale crisi di identità e di appartenenza delle giovani generazioni.

Come mostra il fenomeno piuttosto degenerato delle gite scolastiche, di cui ci si accorge quando arriva sulle cronache qualche tragedia, il “governo” delle classi è in molti casi un’impresa difficile. Ma questa non è che la fase ultima di un problema di sbandamento educativo che inizia dalle scuole elementari: a maestri e professori si chiede contemporaneamente di supplire ad una educazione alla socialità che famiglie e contesto non riescono più a garantire e di misurarsi con programmi di insegnamento mastodontici, cervellotici, che non lasciano margini perché gli insegnanti possano occuparsi con i tempi dovuti a curare un progresso di apprendimento armonico e misurato sulle esigenze anche dei più deboli (la rivolta, poco sensata in sé, contro i testi Invalsi nasce anche da questi sentimenti e frustrazioni).

Al tempo stesso l’opinione pubblica coccola gli insegnanti deprecandone la condizione infelice, ma in generale, perché poi in particolare non è disposta a dare loro nessun effettivo potere né pensa lontanamente a come risolvere in positivo i problemi denunciati.

Questo ha allargato lo spazio di agitazione di sindacati e pasdaran della classe insegnante, grazie alla tolleranza verso queste proteste da parte di chi pensa che tanto meglio che qualcuno faccia caos piuttosto che essere vittime di ministri e ministeri che hanno continuato ad inventarsi rivoluzioni impossibili (e non parliamo della solita Gelmini, perché Berlinguer non ha scherzato!) rivoluzioni che non hanno creato più che altro confusione. In un sistema poi in cui la manipolazione di qualsiasi criterio è all’ordine del giorno, l’idea ora di premiare il merito spaventa moltissimo: quelli che il merito ce l’hanno perché pensano che a loro non verrà riconosciuto, quelli che non fanno nulla perché temono che magari proprio per alcuni di loro arriverà la “patente” pirandelliana di fannullone.

Le famiglie, che poi rappresentano, intendendo il concetto in forma allargata, la società nel cui interesse si vorrebbe fare la riforma, non sanno sostanzialmente che pesci pigliare: in genere non si fidano degli insegnanti, pochissimo (per non dire per nulla) dei presidi, e temono che la riforma finisca, come quelle precedenti, per rendere ancor più difficile il loro rapporto con la scuola, perché alla fine tutto si scaricherà su una organizzazione che i ragazzi già vivono male, sicché alla fine arriverà tutto a complicare la vita familiare.

Gli studenti sono la parte più francamente incredibile in questa vicenda. L’idea che chi deve imparare spieghi cosa sarebbe bene imparare e cosa no e dia giudizi generali sull’educazione che riceve mentre essa è in corso è una specie di contraddizione in termini. Non che i ragazzi non possano dare dei riscontri utili e non di rado interessanti. Ciò che è assurdo è farne un totem e rifiutarsi al coraggio di dire che la maggior parte degli slogan a cui gli adulti (genitori e insegnanti in primis) li stanno assuefacendo sono aria fritta e pregiudizi vuoti nel senso tecnico del termine.

Non ci vuol molto a capire che da questo punto di vista la scuola è lo specchio delle contraddizioni di questo paese. Stupisce che Renzi, persona abile a cogliere gli umori dell’opinione pubblica, non si sia attrezzato per questa prevedibile emergenza e non pensi ad una campagna di legittimazione della riforma che sia all’altezza di queste difficoltà. Occorre molta “autorevolezza” per rimettere in sesto un sistema educativo scassato come il nostro e questa non può essere affidata al carisma di un uomo solo, che per di più lo deve spendere sui fronti più diversi a cominciare dal tenere sotto controllo il suo partito, dove proliferano quelli che farebbero patti anche col diavolo pur di buttarlo giù.