Ultimo Aggiornamento:
27 luglio 2022
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Le amministrative e la crisi dei partiti

Paolo Pombeni - 24.11.2015
Alessandro Sallusti

Quel che sta accadendo in vista delle prossime elezioni amministrative di primavera è emblematico della crisi in cui versano i partiti politici italiani, almeno quelli che hanno le loro radici nel sistema politico della prima repubblica. Se si eccettuano le due formazioni che non sono inquadrabili in quell’orizzonte, la Lega Nord e il Movimento Cinque Stelle, tutti gli altri si trovano in notevoli difficoltà ad indicare veri candidati per il governo delle grandi città.

Non è un fatto da sottovalutare, perché la tradizione politica italiana ha sempre visto nei maggiori “municipi” uno dei fulcri del sistema, magari raramente per il lancio di personalità destinate poi ad importanti carriere nazionali, ma più spesso per elevarli a laboratori degli sviluppi futuri ed a vetrine dei loro modelli di raccolta del consenso. E’ stato così specialmente per la sinistra, che aveva in quegli ambiti la possibilità di mostrare la sua capacità di essere alternativa di governo, ma anche la vecchia DC aveva una sua robusta tradizione municipale.

Oggi è sotto gli occhi di tutti quanto i grandi partiti siano spiazzati dall’incombere di queste competizioni e quanto siano timorosi di vedersi scavalcati dalla concorrenza proprio di Lega e M5S.

Ciò potrebbe apparire più facilmente spiegabile per il vecchio blocco berlusconiano, perché si tratta di una ulteriore prova della sua crisi irreversibile. Berlusconi è costretto ad ammettere che gli piacerebbe avere candidati attraenti come i giovani leader grillini, mentre nel toto-nomi insegue invano figure non facilmente inquadrabili e soprattutto prive di quelle qualificazioni politico-amministrative che sono necessarie per rianimare un consenso in costante caduta. La stessa proposta di candidare a Milano un giornalista/polemista come Sallusti è significativa: certo si tratta di un personaggio “televisivo”, ma appunto è un uomo da talk show che non si sa quanto potrebbe essere efficace nella gestione di problemi complessi come quelli di una grande metropoli. Comunque a Milano un candidato sembra almeno esserci, mentre altrove non è neppure alle viste.

Sembra che la strategia  di FI sia più che altro quella di mettere all’angolo il PD, il resto non conta, nella speranza che tanto i conti si faranno alle prossime politiche e allora, con anche il pasticcio che si pensa deriverà dalle amministrative, il vecchio centro destra potrebbe rilanciarsi. Con chi non si sa, ma non sembra essere un problema che Berlusconi si pone e men che meno sa come risolvere.

Il PD peraltro appare nelle stesse difficoltà. Anche a casa sua mancano i candidati autorevoli che possano trasmettere il messaggio della rivoluzione renziana. La causa è la pessima gestione del partito che Renzi ha consentito concentrandosi solo sul suo ruolo personale al centro del sistema, sicché gli mancano i canali di formazione di una nuova classe dirigente, mentre a quella vecchia non può fare ricorso perché pensa che così rianimerebbe solo il correntismo interno, del resto mai domato.

La vicenda di Napoli è emblematica. Bassolino ritorna in campo per non vedere andare allo sbando quel che il vecchio PCI aveva costruito in tanti anni, ma il terrore che questo terremoti i nuovi equilibri del PD campano non consente di lasciargli via libera. Così si pensano rimedi che sono dettati solo da paranoia, come il divieto di partecipazione alle primarie di ex sindaci, con l’eccezione però della riconferma di quelli in carica, cioè norme la cui natura di ad personam è tanto evidente da renderle ridicole.

In generale domina l’assunto che la soluzione migliore sia candidare persone prese al di fuori del personale politico formato dai partiti. Al di là della questione in sé, non si ragiona su due banali problemi. Il primo è se poi questi personaggi possano, in caso di successo alle elezioni,  davvero contare sull’appoggio dei consiglieri comunali che i partiti faranno eleggere, perché a questo “contorno” essi certo non rinunciano. Non ci pare un problema secondario, considerando anche che in genere in caso di sconfitta questo tipo di personaggi svanisce e ciò non giova alla presenza politica del partito che li aveva candidati. Il secondo problema è che governare una città non è un’impresa da nulla: bisogna contare su una burocrazia efficiente e creativa e questo non è facile da avere dopo anni di reclutamento in quelle posizioni di personale “raccomandato” e dopo anni di demotivazione di quelle componenti delle amministrazioni che invece avrebbero saputo dare contributi interessanti.

La mitologia per cui tutto può risolversi con le primarie si è dimostrata infondata. Ai cittadini si può certo chiedere di validare delle scelte, ma queste devono nascere da qualche parte e soprattutto devono avere delle fondazioni solide. Se i luoghi in cui si selezionano i candidati da selezionare con le primarie sono inadeguati e se la fondazione di una candidatura è solo o il richiamo che uno può fare proponendosi come “personaggio”, o l’occasione per fare un dispetto ai propri alleati, andiamo decisamente male. Purtroppo temiamo che al momento come alternative non ci sia molto di più, salve sempre lodevoli per quanto rare eccezioni.

Rivitalizzare i partiti da qui a febbraio, scadenza vera per mettere in campo le candidature, è una missione impossibile. Dunque bisognerà escogitare qualcosa d’altro.