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24 luglio 2021
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Una politica sospesa

Paolo Pombeni - 10.12.2015
Matteo Salvini e Matteo Renzi

Forse qualcuno l’avrà notato, anche se non se ne parla molto: la politica italiana è in una fase di stanca. Per carità, imperversano i talk show, Salvini è dovunque, qualche battaglia interna ai partiti raggiunge sempre le pagine dei giornali, ma è quasi impossibile dire che oggi le questioni politiche tengano banco.

Non mancherebbero gli argomenti a cominciare dalla politica economica, visto che siamo entrati nella sessione di bilancio e c’è da approvare la legge di stabilità. I tecnici talora richiamano la nostra attenzione su qualche passaggio, magari anche significativo come è il caso della questione del salvataggio delle quattro banche andate a rotoli e della tutela da dare o da negare ai risparmiatori coinvolti. Eppure anche in questo caso non c’è, salvo eccezioni si capisce, alcuna riflessione che coinvolga la pubblica opinione al di là del solito generico buonismo: come si può lasciar distruggere il patrimonio di risparmi di tanta gente che si è semplicemente fidata della sua banca? Il tema non è piccolo e ha un risvolto elettorale, tanto che il ministro Padoan per spiegare all’estero l’abbandono del principio economico corrente (chi acquista capitale di rischio deve sapere quel che fa) ha parlato di “aiuti umanitari” ai piccoli risparmiatori.

Se non ci siamo distratti, ben pochi parlano del tema di come punire un sistema di piccole banche che mungono la clientela locale con management e azionisti senza adeguate competenze e che dunque avranno pure delle responsabilità. Certo ci sono azioni in corso, spinte alle fusioni (ben contrastate per altro), imposizioni di controlli sulla capitalizzazione, ma non si va oltre l’intervento tecnico che rimane sotto traccia. Un dibattito serio su come ristrutturare un sistema del credito che ha un alto numero di piccoli e medi istituti che sono figli di un localismo radicato in tempi passati non ha raggiunto la dimensione di una grande questione davanti all’opinione pubblica.

Del resto sembra che i temi nodali non interessino la politica. La sempiterna questione di cosa sia una politica di sinistra, così come di cosa significhi una destra di sistema (preferiamo questa dizione a quella ambigua di “destra moderna”), è robetta da slogan, che guarda più ai totem del passato che ai problemi posti dalla transizione che ci ha portato nel ventunesimo secolo.

Si potrebbe pensare che in questi casi si tratti di temi troppo “alati” (mettiamola così) mentre i cittadini sono interessati alla vita che li tocca più direttamente. Purtroppo quel che sta avvenendo nella preparazione, ormai ravvicinata, delle prossime elezioni amministrative smentisce questa percezione. Nella questione dell’individuazione delle candidature per il governo delle città è tutta una questione di nomi a cui non si sa bene quali contenuti corrispondano. Eppure i governi municipali sono assediati da una miriade di problemi, la crisi delle convivenze urbane non è difficile da percepire, il problema della riforma profonda delle burocrazie pubbliche è stato oggetto in passato di una certa attenzione.

Si capisce che individuare un candidato di forte personalità sia un momento importante, ma non tutto può ridursi a questo. Mettere in campo progettualità forti significherebbe incidere anche in assenza di vittoria del proprio candidato. Per riandare ad un duello mitico quando la candidatura del DC Dossetti fu sconfitta a Bologna da quella del sindaco uscente, il comunista Dozza, il “libro bianco” che lo sconfitto aveva elaborato con una squadra di tecnici come progetto elettorale fu in buona parte fatto progressivamente proprio dal vincitore. Perché questa è la vera democrazia: non è solo questione di chi vince e di chi perde nel consenso popolare, ma è questione di chi porta idee che poi nella dialettica diventano azioni condivise.

Di tutto questo c’è scarsa traccia nella politica attuale. Eppure è un problema che dovrebbe preoccupare, perché solo da una sana competizione dialettica che concorre ad individuare soluzioni possibili per i problemi in campo si genera quel consenso politico che non è il generico “vogliamoci bene”, ma la convinzione che, tutto sommato, si sta procedendo a risolvere, almeno parzialmente, qualche criticità che la situazione attuale ci mette davanti.

L’assenza di questo contesto determina una fuga dalla partecipazione che dovrebbe preoccupare. I sondaggi ci danno un tasso di astensionismo che non flette dal 40% e se ci aggiungiamo gli indecisi e quelli che dichiarano di votare scheda bianca passiamo la metà dell’elettorato. Che non si tratti di dichiarazioni fatte a vuoto lo dimostrano l’andamento registrato in non poche fra le ultime tornate elettorali. Di questa preoccupazione non c’è traccia nel discorso pubblico dei partiti, ma temiamo ce ne sia molto poco anche nelle considerazioni che si fanno nelle sedi ristrette.

L’impressione è che l’astensionismo sia dato per perso, almeno nella sua dimensione di massa, e che ci si concentri nella conquista dello zoccolo duro dei votanti, convinti che sia fatto in parte da una componente più o meno di “fan” delle diverse ideologie (o delle loro parodie attuali)  e in parte di ceti legati al traino di vari interessi di categoria da intercettare, magari grazie alla cooptazione di persone espressive di questi ambienti.

Uno scenario non esaltante, anche se vanno evitati i catastrofismi di maniera, senza però sottovalutare che una politica stagnante può diventare l’incubatore di un futuro poco allettante.