Ultimo Aggiornamento:
15 maggio 2021
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Un passo avanti verso la Terza Repubblica?

Paolo Pombeni - 10.11.2015
Matteo Salvini a Bologna

Su cosa sia veramente successo con la manifestazione leghista del 8 novembre a Bologna si discute già e si discuterà ancora per un po’ di tempo. Si sommano elementi simbolici, strategie politiche precise e l’avventurismo politico tipico di questi tempi. Tutto sommato però azzardiamo si possa pensare ad un deciso passo avanti verso la terza repubblica.

L’elemento simbolico è di rara complessità. Il primo livello, quello più semplice, è la decisione di portare il leghismo nel cuore della “città rossa”. Naturalmente si potrebbe discutere su quanto Bologna oggi sia adatta ad incarnare ancora quel simbolo, soprattutto nella declinazione che ne da il lepenismo di Salvini, ma a sostenerlo nella sua rappresentazione ci pensano gli “antagonisti”, che peraltro non sono bolognesi, ma legati alla sua natura di città universitaria che calamita giovani da tutta Italia. Poi però Bologna è, ad un livello di simbologia più raffinata, la città di Prodi e dunque dell’Ulivo. Accanto a questi simboli legati alla location, come si usa dire oggi, ci sono i simboli dell’evento: l’accorrere di Berlusconi e della Meloni alla corte di Salvini, davanti alle sue truppe schierate, a cui i due non possono portare che qualche battaglione di complemento (magari ancora attardato a fare il saluto fascista – liturgia estranea al Salvini lepenista).

La strategia politica, se si può usare un termine così forte per una visione che tanto forte non pare, è quella di dare il proprio contributo alla formazione di un bipolarismo italiano finalmente definito. Il vecchio, che era quello berlusconismo/antiberlusconismo, era un bipolarismo spurio, perché consentiva che sotto le due bandiere vivessero coalizioni eterogenee in cui nessuna componente rinunciava a continuare nelle sue tradizionali vocazioni di collocamento sociale. Adesso Renzi ha sparigliato le carte e col suo progetto di egemonia sul fronte che scommette sul cambiamento chiama per forza in causa la dialettica di chi teme quel cambiamento. Si potrebbe dire che era così anche col cambiamento di Berlusconi e con quello della coalizione di sinistra, ma adesso c’è una novità: Renzi sta riuscendo nell’impresa di coagulare attorno alla sua leadership, riconosciuta come tale, un vasto aggregato in cui non c’è più spazio per capetti e centurioni delle vecchie milizie. In conseguenza anche la destra deve compattarsi e Salvini si offre come l’unico vero anti-Renzi disponibile.

Si dirà: ma ci sono anche i Cinque Stelle. E’ vero, ma si tratta di un’alternativa ad oggi ancora molto ambigua, che fra il resto se riuscisse nel suo intento sarebbe alternativa ad entrambi gli schieramenti, mentre se non ci riesce, come è probabile, finirà per spezzarsi in due, almeno quanto ad elettorato, con una parte che finirà in braccio a Salvini ed un’altra che verrà attratta da Renzi.

Quello a cui si punta oggi è esattamente la verifica di come si potrà risistemare il bipolarismo italiano. E’ qui che c’è la forte componente avventurista, perché il gioco così come viene condotto ora dalle forze contrarie ad una stabilizzazione politica dopo la fine dei grandi partiti storici passa per uno scontro all’ultimo sangue che punta a non fare prigionieri. Per questo Salvini ha esplicitamente dichiarato dal palco di Bologna che l’obiettivo è far perdere Renzi alle amministrative per andare poi, ovviamente, alle elezioni anticipate, perché coi numeri parlamentari di oggi un ribaltone pro-leghista è impossibile.

Condurre la battaglia con quest’ottica è fortemente irresponsabile perché comporta la perdita quasi certa delle nostre possibilità di ripresa economica: il paese non può sopportare una campagna elettorale permanente di qui all’autunno 2016, perché questi sono i tempi inevitabili, né si può pensare che un terremoto a livello delle amministrazioni locali di centri nevralgici del paese ci aiuti a raggiungere traguardi di risanamento economico.

C’è da valutare che il terreno delle elezioni amministrative è il meno favorevole alla battaglia di Renzi. Con un PD insidiato dalle intemerate della vecchia sinistra, con alleati centristi che nelle città hanno presenze risicate, il segretario-premier, che per di più è indebolito dalla sua inclinazione a quella che in uno dei nostri primi articoli chiamammo “la sindrome di Napoleone”, combatte ad armi impari, perché i suoi avversari sono coalizzati, anche contro la loro volontà, dalla rappresentanza degli spiriti protestatari di tutti quelli che sono colpiti o che hanno paura di essere colpiti in questa situazione, in cui la crisi si assesta, ma che chiaramente non ci farà tornare ai bei tempi andati.

Renzi non potrà fare a meno di “metterci la faccia”, ma senza che, almeno al momento, sia chiaro a copertura di chi deve giocare questa partita, perché in elezioni fortemente personalizzate come quelle per i sindaci, il suo traino non può funzionare al punto da tirarsi dietro un peso morto.

Ecco perché con la sfida di Salvini a Bologna è iniziata la terza repubblica, cioè quel sistema politico che va definitivamente verso una configurazione bipartitica, anche se qualche “contorno” potrà sopravvivere. Certo non è ancora chiaro quali saranno le due componenti superstiti, perché l’incognita Cinque Stelle ha ancora qualche possibilità di mangiarsi la posizione della destra lepenista alla Salvini o di distruggere per un bel po’ la tradizione di governo della sinistra italiana.