Ultimo Aggiornamento:
28 marzo 2020
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Lo scetticismo dei paesi verso il partner economico cinese

Francesco Cannatà * - 26.02.2020
Ludovic Orban

Il mondo guarda alle mosse del partner economico cinese con diffidenza. Un umore che non ha nulla a che fare con le difficoltà dovute al corona virus ma che i modi opachi con cui il paese ha mosso i primi passi alla lotta contro l’infezione ha però giustificato. Già prima dell’esplosione del virus, gli Stati Uniti avevano avviato una guerra commerciale con Pechino. Limitandosi al nostro continente, la Germania aveva iniziato a elevare i livelli di controllo del commercio estero con l’Impero di mezzo. Con la durezza dei nuovi approcci normativi, Berlino vuole allontanare dal paese centro-europeo gli investitori asiatici meno desiderati. Ma è soprattutto nell’Europa orientale che il calo di prestigio del colosso asiatico è impressionante. Anche qui i finanzieri del lontano oriente, spesso caratterizzati per la loro vicinanza allo Stato, sono sempre meno graditi. L’acquisto di immobili e fabbriche, la costruzione di ponti e centrali energetiche, in una parola la componente economica del progetto Nuova via della seta, nei partner/sudditi est-europei risveglia l’impressione di un piano dalle venature egemoniche e imperiali. Tra questi paesi il primo ad appiccare il fuoco alle polveri dei dissidi con Pechino è stata la repubblica Ceca. Ossia lo Stato che finora sembrava quello meglio disposto a rapporti più che amichevoli con la Cina. Invece da qualche tempo tra Praga e Pechino il litigio ha preso il posto della distensione. Apparentemente il nucleo dello scontro riguarda le relazioni che il paese mitteleuropeo trattiene con Taiwan.  Ma è probabile che la vera disputa tocchi quello che il presidente ceco Zeman, ritiene essere il deludente impegno economico cinese. Modesto, secondo Zeman, il miliardo di euro di investimenti diretti impegnati da Pechino in Cechia. Risorse che inoltre si riversano nel settore immobiliare, senza toccare il lavoro industriale. Risultato dello scontro: i cechi diserteranno il vertice dei paesi europeo-orientali in programma ad aprile in Cina.
Anche tra Budapest e Pechino i rapporti volgono al peggio. In Ungheria, dove gli investimenti diretti di Pechino raggiungono i 5 miliardi di euro, non è ancora partito il progetto del collegamento ferroviario tra la capitale magiara e Belgrado. Il contributo asiatico, un miliardo di euro, non si è visto. Secondo i media ungheresi anche Viktor Orban potrebbe evitare il summit primaverile con Pechino.
Altrettanto difficili si annunciano i rapporti con Bucarest. Il capo del governo romeno, Ludovic Orban, il mese scorso ha seppellito il piano della compagnia energetica cinese CGN con cui l’azienda si apprestava a costruire due reattori atomici sulle rive del Mar Nero. Anche qui secondo i media il pensiero del premier è che “il partenariato non decolla”. Cosi Bucarest, oltre ad essere alla ricerca di nuovi investitori e partner, ha preferito stipulare un accordo di stretta cooperazione nucleare con Washington. Al di là però di questa contingenza, se si guarda alle cifre complessive, si riceve un quadro meno offuscato dei rapporti tra Cina ed Europa orientale. Infatti negli scorsi anni il gigante asiatico, grazie agli acquisti fatti, ha immesso nell’economia europeo-orientale più denaro di qualsiasi altro paese. È questo almeno quanto si evince dal report del forum giuridico-economico CMS. Secondo il servizio di informazioni EMIS, nel 2019 la liquidità iniettata da Pechino nelle vene della regione è stata pari a 6,4 miliardi di euro, il doppio rispetto all’anno precedente. Allo stesso tempo il numero delle transazioni effettuate, 26, è basso. Finora la presenza economica cinese nella regione non ha fatto che crescere. Gli scorsi anni Pechino è stato infatti “il maggior investitore nell’Europa emergente”, una sigla che comprende anche Russia e Turchia, scrive CMS. Ma se si guarda ai 5,3 miliardi di euro previsti dal progetto russo di trasformazione del gas allo stato liquefatto, l’impegno di Pechino non appare imponente. Se a questo si aggiunge il fatto che nel 2019 il livello cinese di acquisti è crollato a un terzo rispetto l’anno precedente passando, nella classifica dei compratori, dalla prima alla decima posizione, si capisce la delusione est-europea. Nel 2019 nella regione Emerging Europa, per l’acquisto di imprese e titoli sono state compiute operazioni pari a 72 miliardi di euro, il 10% in meno rispetto l’anno precedente. In termini di transazioni, la classifica vede al secondo posto gli USA con 5,8 miliardi di euro, e al terzo il Giappone con 2,9 miliardi. La Germania si trova in sesta posizione con 1,4 miliardi dietro l’Austria e davanti il Sud Africa. Il report di CMS conclude che l’interesse straniero nella regione non calerà. Gli investitori strategici come quelli finanziari non vogliono perdere le occasioni date dalla privatizzazione delle grandi aziende pubbliche nei settori economici tradizionali o dalla possibilità di sostituirsi ai fondi di Private-Equity o a quella di impegnare capitali in start-up innovative dei settori in crescita. Gli analisti relativizzano pure i valori negativi delle transazioni dell’anno precedente. In realtà, erano queste ad aver raggiunto negli ultimi anni livelli eccezionali per la regione. Ora i numeri si sono normalizzati ed “evolvono verso un livello sostenibile”. A trainare la domanda sono i settori immobiliare ed edilizio. Subito dopo vengono telefonia e informazione tecnologica: 300 bilanci d’esercizio per oltre 12 miliardi di euro. Questo, più l’aumento del numero e il valore delle transazioni da un quarto a 1,8 miliardi di euro, il maggior livello dal 2013, rende l’idea dell’ampiezza dei margini futuri di sviluppo della regione. Senza dimenticare le capacità tattiche degli uomini di Pechino. Se nei vertici la Cina tratta i paesi est-europei come un blocco sollecitandone la vanità, le trattative sono sempre bilaterali cosicché i rapporti di forza sono favorevoli al colosso asiatico. Ma anche questa arma potrebbe spuntarsi rapidamente.

 

 

 

 

* Dottore di ricerca in Storia dell’Europa orientale e autore di Nel Cuore d’Europa, Textus 2019.