Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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Capire il sistema elettorale britannico

Fulvio Cammarano * - 18.12.2019
Elezioni Gran Bretagna

Le recenti elezioni in Gran Bretagna sono state l’occasione per una riflessione anche sui sistemi elettorali e sulle loro conseguenze. L’uninominale britannico ha da sempre un forte fascino per tutti coloro che pensano in termini di “governabilità” perché, unitamente al tendenziale bipartitismo della tradizione anglosassone, favorisce l’immediata individuazione del premier e dell’esecutivo. Le elezioni del 12 dicembre 2019 però saranno anche ricordate come una versione di quella referendal theory enunciata alla fine dell’800 da Lord Salisbury. Nella sostanza il leader conservatore rinviava agli elettori la soluzione di conflitti istituzionali inestricabili, come quelli ad esempio che potevano scoppiare tra Camera dei Comuni e Camera dei Lord. Sarebbero state le urne, in modo improprio, a dipanare la matassa: a seconda di quale maggioranza veniva inviata alla Camera dei Comuni si sarebbe stabilito chi tra i litiganti avesse ragione o torto. È quello che è successo in queste settimane: di fronte all’irrisolvibile rebus della Brexit, con il conflitto tra Parlamento e Premier, c’è stato il ricorso “referendario” alle urne. E il verdetto elettorale è stato chiaro e forte: i risultati, rinviando alla House of Commons una solidissima maggioranza tory, hanno dato ragione al Primo ministro e torto al Parlamento. Per questo il nodo è stato sciolto: la Brexit si farà e Boris Johnson ha pieno mandato per agire in quel senso. I risultati tuttavia, se analizzati in dettaglio, non consentono però di dire che la questione sia stata chiarita sul versante del consenso. La frattura del 2016 (51,89% per il Leave e 48,11 per Remain) è rimasta tale e quale e anzi, a guardare i numeri e la proiezione dei voti ottenuti dai partiti in lizza, si è spostata leggermente a favore del remain, confermando l’intuizione di intendeva chiedere un altro referendum di verifica. I conservatori hanno ottenuto 13.966.565 voti mentre laburisti, nazionalisti scozzesi e liberali, insieme, 15.234.402. Se l’uninominale ad un turno non lascia scampo e indica con chiarezza il vincitore, diverso è invece il discorso se si guarda a queste elezioni in termini di “referendum”. Le cifre infatti confermano che, sul tema, il Paese rimane profondamente diviso sia pure a parti invertite (il 52,17% è per il Remain, 47,83 per il Leave) perché non è azzardato affermare che la stragrande maggioranza di chi ha votato conservatore o laburista o liberale o nazionalista, in un ipotetico referendum in cui si sarebbe dovuto scegliere tra rimanere in Europa o uscire, sarebbe stato coerente con lo spirito che ha caratterizzato questa elezione che era quello di prendere posizione pro o contro la Brexit.  Se Johnson rifletterà su questi dati, passata l’euforia per l’enorme successo in termini di seggi vinti, non potrà non muoversi con la necessaria cautela nel definire i termini della Brexit. La questione scozzese e quella irlandese inoltre sono scogli che non si superano facendo affidamento su una più o meno larga maggioranza parlamentare, ma ispirandosi alla complessa arte della politica senza la quale, a breve, la frattura che divide il Paese tornerà a manifestarsi in modo sempre più inquietante.

 

 

 

 

* Ordinario di storia contemporanea all’università di Bologna