Ultimo Aggiornamento:
18 gennaio 2020
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La piccola Italia nella tempesta mediorientale

Paolo Pombeni - 08.01.2020
Qassem Soleimani

L’Europa non sta facendo una gran figura nella crisi mediorientale, acuitasi dopo la decisione di Erdogan di mandare truppe turche direttamente a sostegno di Tripoli e dopo quella di Trump di uccidere il generale dei pasdaran iraniani Qassem Soleimani. L’Italia però la sta facendo peggiore, non tanto per l’incapacità di avere un ruolo in questa complicatissima contingenza (inutile chiedere l’impossibile), ma per l’incapacità di capire che a fronte dell’evoluzione nel teatro mediorientale deve porsi con serietà il problema di rafforzare il prestigio del proprio sistema politico.

È una domanda da fare senz’altro alla coalizione che regge il Conte 2, ma dalla quale non può essere esentata l’opposizione, perché il “sistema” dovrebbe essere qualcosa che interessa tutti. Purtroppo il tema non viene minimamente affrontato. Non bastano certo le generiche prese di posizione del premier o quelle ancor più generiche del ministro degli esteri: sono frasi di vuoto buonismo che potrebbe esprimere chiunque. Quanto all’opposizione siamo poco distanti: al massimo c’è il solito Salvini che corre a schierarsi con Trump, tanto per fare un altro po’ di campagna elettorale.

La compagine governativa sembra concentrata soltanto sui suoi problemi interni, peraltro senza alcuna capacità di affrontarli seriamente. La faccenda della prescrizione naviga sempre nella nebbia. Non si capisce come mai, nonostante molto autorevoli prese di posizione di costituzionalisti che sottolineano l’insostenibilità della norma, non si riesca a convincere il ministro Bonafede e i Cinque Stelle ad accettare una revisione, né sembri possibile che il PD ponga in modo ultimativo la questione. I cinici ci spiegano che i pentastellati non possono rinunciare alla loro bandierina (contrattata cogli ambienti del giacobinismo giudiziario) e il PD non se la sente di mettere a rischio il governo, perché non si sa bene cosa potrebbe venire dopo. Andrebbe loro obiettato che non è così che si fa una politica seria e che questo poi prima o poi si paga.

Del resto è un tripudio di prese di posizione senza senso compiuto. Prendete la battaglia che Di Maio e soci stanno facendo per togliere ai Benetton la concessione di una parte rilevante della rete autostradale. Viene giustificata con la tragedia del ponte Morandi e con mancanze nella manutenzione. Ma si tratta di responsabilità che la magistratura sta accertando anche sul piano penale, dove la responsabilità è personale: non ha senso imputarla a degli azionisti, anziché a dei manager individuati con precisione, altrimenti si fa la solita replica delle invettive sessantottesche in quel caso contro gli Agnelli. Soprattutto si deve mettere la massima attenzione a muoversi con strumenti giuridici precisi, senza cambiare le norme in corso d’opera: ne va della credibilità del nostro paese, che non può permettersi di far fuggire gli investitori.

Stiamo parlando di due esempi macroscopici, ma tanti altri se ne potrebbero citare. La vicenda della banca popolare di Bari è un altro caso in cui si fa un polverone coinvolgendo anche la Banca d’Italia, anziché interrogarsi seriamente su come si sia affermato un sistema creditizio in cui hanno potuto prosperare istituti legati ai notabilati locali senza competenze all’altezza dei tempi (e che si sono rivelati anche piuttosto rapaci).

Basta parlare con personalità rilevanti delle classi dirigenti per sentire una certa disperazione per una politica incapace di ragionare almeno sul medio periodo. C’è una inquietudine diffusa per la possibilità che si riaccenda la crisi economica internazionale e questa per un paese che non esce dalla sua stagnazione com’è l’Italia è una prospettiva più che inquietante. Soprattutto perché sembra si sia orientati a rinviare la “verifica” (che già non sarà gran cosa) a dopo la scadenza del 26 gennaio, cioè delle elezioni in Emilia e Calabria. Perdere un mese in queste condizioni è veramente insensato.

I partiti di governo devono però arrovellarsi sulla riforma elettorale, con la solita illusione che una nuova legge in quel campo possa fare il miracolo di dare al paese quella stabilità che non riesce a trovare. Pur agendo in un mezzo buio (non sappiamo ancora che fine faranno i referendum proposti, quello dei 64 senatori contro la riduzione del numero dei parlamentari e quello di Calderoli per introdurre con un colpo di mano un sistema maggioritario semplice), sembra che PD e M5S possano convergere su un proporzionale con sbarramento al 5%. Una trovata per impedire un sistema maggioritario che non va bene ai Cinque Stelle che non vogliono coalizzarsi (e che si teme avvantaggerebbe Salvini che la sua coalizione l’ha già fatta), ma soprattutto per evitare che una eventuale coalizione di centrosinistra da fare dopo le elezioni debba mettere insieme una marea di sigle come fu ai tempi dei due governi Prodi. Comprensibile sul piano dei tatticismi machiavellici, ma è tutt’altro che garantito che questo produrrebbe quella stabilizzazione degli attuali partiti “maggiori” che ci si attende: anche il 5% è una soglia che può incentivare la discesa in campo di molte formazioni.

Per favorire una stabilizzazione c’è una sola via, per quanto difficile: proporre e realizzare interventi efficaci per uscire dalla nostra stagnazione, ormai troppo lunga. Attorno a chi potesse seriamente proporre e portare avanti politiche di questo genere si può aspettarsi che si raggruppi un paese che vuole ormai uscire dalle difficoltà dell’ultimo decennio.