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La lezione inglese

Paolo Pombeni - 18.12.2019
Boris Johnson

Ci si interroga sul significato più generale che possiamo dare a quanto si è verificato nella tornata elettorale in Gran Bretagna. Iniziamo col dire che, complice il fatto che di problemi a casa nostra ne abbiamo in dose sufficiente, questa volta di interpretazioni degli eventi britannici che miravano a dare spiegazioni in sintonia con i desiderata italiani ce ne sono state poche. La nostra destra fa fatica ad assimilarsi al pur scoppiettante Boris Johnson. Va tenuto presente che appiattirsi su di lui avrebbe significato esprimersi in senso anti europeista, cosa che, almeno formalmente, nessuna delle tre forze politiche che la compongono vuole fare (la tesi ufficiale non è per l’uscita dalla UE, ma per la sua “radicale riforma”). Così non si è di fatto andati oltre un generico apprezzamento per il prevalere di un vento di destra.

L’incerto e confuso centro nostrano non aveva modo di trarre fasti auspici: i liberali britannici, che si poteva presumere avrebbero profittato della svolta a sinistra del Labour non hanno ottenuto da essa la spinta per un significativo salto di posizione.

La sinistra che aveva promosso Jeremy Corbyn ad idolo dei nuovi fasti del para-marxismo del XXI secolo ha dovuto registrare che aveva scambiato i suoi sogni per realtà. Una proposta decisamente ancorata in sostanza al programma laburista del 1945-50 non ha sedotto gli inglesi, come allora accadde quando il famoso programma “Let’s face the future” sconfisse la proposta di ricostruzione da potenza ancora imperiale che avanzava Winston Churchill, il pur popolarissimo vincitore della sfida con Hitler.

Il fatto è che proprio le elezioni britanniche hanno mostrato tutto il problema del nuovo secolo, dubbioso da ogni punto di vista su cosa possa riservargli il futuro.

La proposta di Johnson, ridotta ai minimi termini, era banalmente questa: se non vogliamo perdere il nostro status dobbiamo essere in grado di fare da soli, cioè svincolati dall’appartenenza ad un sistema in cui dobbiamo adattarci a tenere conto delle esigenze degli altri. Si è portato dietro metà dell’elettorato, perché in termini di voti questo è il risultato. L’altra metà non ha votato per lui, anche se non si è compattata su un solo partito, perché il bipartitismo anche da quelle parti appartiene al passato. Poi il sistema maggioritario semplice ha fatto in modo che uno con la metà dei voti potesse stravincere, ma questo è un altro paio di maniche.

Chi non ha optato per la scelta dei conservatori, non necessariamente si contrappone a quell’analisi. Magari è convinto che si potesse andare avanti in collaborazione con l’ambito europeo, lungo una storia che a dire il vero non aveva diminuito di molto le libertà d’azione di Londra, ma piuttosto aveva offerto ottime occasioni di vantaggio: certo più per le aree urbane e sviluppate che per il paese profondo, come mostra la geografia elettorale. Tuttavia anche gran parte di questa popolazione ritiene che il “far da sé” sia una chiave essenziale per rispondere ad una crisi largamente percepita. Essa si è espressa in due diverse direzioni, entrambe di un certo interesse.

La prima è il successo travolgente dello Scottish National Party della Surgeon. Va letto come la rivendicazione di una libertà d’azione della Scozia fuori del quadro del “Regno Unito”. Del resto anche la prevalenza dei partiti irlandesi su quelli “unionisti” nell’Ulster conferma questo sentimento di scarsa fiducia verso la capacità di Londra di governare il futuro dell’UK. Insomma anche in questo caso il messaggio è: lasciate che il nostro futuro ce lo governiamo noi da soli. È chiaro che per realtà che sono geograficamente circoscritte l’Unione Europea assume un altro significato rispetto a quello che ha per i grandi stati: è la garanzia (ipotetica in verità) di poter gestire la propria limitatezza profittando del quadro para-confederale della UE. Del resto qualcosa di simile si vede in tutti i movimenti secessionisti, a partire dai catalani.

La seconda direzione in cui si è cercato di incanalare la preoccupazione del futuro è quella presa da Corbyn. Si è rivelata minoritaria, ma non così marginale. Significa che nel moto di ritorno al passato che interessa l’Europa di oggi c’è ancora uno spazio non così piccolo per la nostalgia della vecchia ricetta “socialista” di metà Novecento. Quel che va sottolineato è che torna con forza la fiducia nello “stato” come entità a cui affidare il compito di combattere ad un tempo le diseguaglianze sociali e le disfunzioni di un sistema economico che non si è mostrato in grado di rispondere alle esigenze delle persone.

Eppure sull’efficienza della mano pubblica i dubbi erano cresciuti a dismisura negli ultimi decenni, né si vede dove starebbe quella “cultura” che nel secondo dopoguerra fu il vero asse portante di quel fenomeno di “programmazione” che consentì lo sviluppo dell’Europa. La debolezza di Corbyn e dei suoi seguaci sparsi nel continente sta proprio nel rievocare la antica ricetta socialista senza tenere conto del travaglio da cui era nata e della ricchezza di elaborazione culturale che la animava. Priva di quella è un mantra senza alcuna efficacia.

Allora si capisce bene perché quell’appello non sfondi al di là di chi sogna utopie o di chi rimane nonostante tutto fedele alle tradizioni. Più forza ha la proposta semplificatrice dei neo conservatori alla Johnson: torniamo indietro, ma lasciando tutto com’è. Oppure quella di chi pensa di sottrarsi al quadro complessivo rilanciando la propria piccola patria.