Ultimo Aggiornamento:
28 marzo 2020
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Gran Bretagna: un exit tira l’altro

Fulvio Cammarano * - 22.01.2020
Henry e Meghan

E’ possibile che in futuro gli storici che si occuperanno delle vicende del Regno Unito chiameranno questo secondo decennio del XXI secolo “the age of Exit”. Come è noto, infatti, è imminente la complicata e molto divisiva fuoriuscita  della Gran Bretagna dall’Unione Europea, avviatasi con il referendum del 2016, a cui si potrebbe aggiungere una possibile defezione del sistema universitario britannico dal progetto dello “scambio Erasmus”, vale a dire dal programma di mobilità studentesca tra Atenei, varato dall’Unione Europea nel 1987. Non è finita: come in una sorta di gigantesca matrioska, l’exit britannica potrebbe nasconderne un’altra, quella della Scozia, sempre più attratta dall’idea di approfittare dell’uscita di Londra dall’Europa per imporre quella di Edimburgo dal Regno Unito. Dentro questa sorta di carosello centrifugo sono recentemente saliti persino due pezzi da novanta della Famiglia Reale, il principe Henry, secondogenito dell’erede al trono Carlo, e sua moglie Meghan. La coppia ha infatti strappato alla regina Elisabetta il consenso alla decisione di voler diventare  “finanziariamente indipendente dalla Royal Family”, chiedendo di fatto di “licenziarsi” da quella grande “azienda” che è la famiglia reale, per avviare una propria autonoma attività economica che significherebbe la conclusione, nel bene e nel male, di ogni obbligo di rappresentanza dei Windsor nel mondo, ma anche la rinuncia alla quota di appannaggio spettante alla sovrana e alla sua famiglia.

Come spesso accade per quanto riguarda le vicende della Corona britannica, la notizia ha scatenato giornali e blog sempre pronti a soddisfare il morboso interesse con cui l’opinione pubblica internazionale segue le vicende della più importante monarchia del mondo, talmente morboso da essere considerato la causa della tragica morte di Lady Diana, madre di William e Henry. Qualcuno ritiene persino che dietro la decisione del principe ci sia anche la volontà di sottrarsi a tale attenzione, un’ipotesi suggestiva, ma non molto realistica dato che è improbabile un allentamento dell’attenzione, d’ora in poi, per i giovani reali, senza considerare che la coppia stessa avrà sempre più bisogno di visibilità per sostenere affari e interessi economici almeno in parte dipendenti dalla conservazione di un certo livello di immagine pubblica. La volontà del principe e di sua moglie di rinunciare ai privilegi, ma anche agli obblighi, della Corte non è tuttavia un aspetto che attiene unicamente alla sfera del gossip. Si tratta infatti di affrontare un tema piuttosto impegnativo se lo si guarda dal punto di vista del funzionamento di uno dei più importanti sistemi politico-costituzionali del mondo, da sempre il simbolo se non l’essenza della democrazia parlamentare occidentale. Nel sistema costituzionale britannico, infatti, il monarca non è un orpello, ma incarna un’istituzione molto sentita dai cittadini, un collante fondamentale nella costruzione della legittimità politica. Già alla metà del XIX secolo il costituzionalista Walter Bagehot ricordava, nel suo fortunato volume  “The English Constitution”, come “la famiglia reale rappresenti un interessante oggetto di riflessione. Essa riporta l’orgoglio della regalità al livello della vita quotidiana. Nessun sentimento potrebbe sembrare più puerile dell’entusiasmo degli inglesi per il matrimonio del Principe di Galles (..) Tutti amano guardare la bella favola che sfiora per un momento il freddo palcoscenico del cupo teatro del mondo”. Bagehot sottolineava dunque come il “theatrical show” messo in scena dalla Monarchia non fosse affatto un aspetto secondario, se non addirittura irrilevante, per l’equilibrio della società britannica, ma una sua decisiva componente emozionale senza la quale gli elementi “efficienti” del sistema, l’esecutivo e la Camera dei Comuni, non avrebbero retto l’urto delle trasformazioni sociali.  Ancora oggi, un secolo e mezzo dopo, a dispetto dei tanti cambiamenti e di un evidente “disincantamento” del mondo, la Monarchia britannica continua ad avere tale ruolo di collettore emotivo e a esercitare il suo fascino di istituzione che parla al cuore e ai sentimenti dei cittadini. Da questo punto di vista, dunque, ogni variazione nel secolare canovaccio che distribuisce le parti nello “spettacolo” quotidianamente messo in scena dalla Royal Family, potrebbe rappresentare un pericolo per la tenuta delle istituzioni. Le iniziali inquietudini di Elisabetta di fronte alla decisione del nipote Henry e della moglie Meghan di prendere congedo dalla “famiglia” erano dunque del tutto comprensibili: quello dei reali è un compito delicato anche dal punto di vista dell’immaginario costituzionale e pertanto è indispensabile che ogni deviazione dalla consuetudine venga scrupolosamente esaminata. Il fatto che alla fine sia arrivato il placet della sovrana è un segno della capacità di adeguamento  dei costumi, ma forse è anche la conferma del profondo intuito politico della regina. Un irrigidimento ostativo sarebbe apparso incomprensibile nel XXI secolo, soprattutto su una scelta di indipendenza del tutto in linea con le convinzioni della maggioranza dell’opinione pubblica la quale apprezza il rispetto del desiderio di maggiore libertà di una giovane coppia, ma soprattutto vede di buon occhio la rinuncia alle prerogative reali e in particolar modo all’appannaggio economico che spetterebbe a Henry e Meghan, alleggerendo così le uscite dalle casse pubbliche. Non solo: l’immagine della regina che pretende dal nipote la restituzione dei due milioni e mezzo di sterline (dei contribuenti) spesi per restaurare la loro dimora reale, ci appare oggi più eloquente di un trattato di storia costituzionale nello spiegare le ragioni di un legame secolare dei britannici con la loro monarchia. Certamente, distinguere pubblico e privato in quella “particolare” coppia non sarà cosa semplice e andrà valutata con attenzione (come si garantisce, ad esempio, la sicurezza del principe la cui integrità fisica, anche se scende dal cavallo reale, non potrà mai essere una vicenda esclusivamente privata?). Quello che però rimarrà, alla fine, è il modo in cui la Monarchia britannica, per l’ennesima volta, è riuscita ad  adeguarsi ai cambiamenti, dando prova di una capacità non comune di intercettare lo spirito dei tempi senza farsene sopraffare. Una capacità che il premier Johnson sta cercando di acquisire perché se inizialmente cavalcare quello spirito sembra facile e alla portata di ogni populista, trasformarlo in uno strumento di crescita collettiva e di modernizzazione per le sfide del presente, lo è molto meno. Non tutte le “exit”, insomma, sono eguali e soprattutto - verrebbe da dire sulla falsariga di un noto tormentone pubblicitario di diversi anni fa - “non basta la parola” per farne un progetto vincente.

 

 

 

 

* Ordinario di Storia Contemporanea – Università di Bologna