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22 maggio 2019
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L’insostenibile leggerezza di essere Libano

Giovanni Parigi * - 02.05.2018
Hezbollah

In Libano, il prossimo sei maggio, si terranno le elezioni parlamentari. Per il paese si tratta di un evento di estrema rilevanza, in quanto le ultime precedenti si tennero nel 2009, quando non erano ancora scoppiate né le Primavere Arabe né la guerra civile in Siria, e il Da‘esh era ancora lungi da venire. Di fondo, le cause di questo ritardo quasi decennale sono dovute all’inconciliabilità delle posizioni di Hezbollah e i suoi alleati con quelle delle altre forze politiche; in particolare, l’approvazione della nuova legge elettorale, questioni di sicurezza interna e regionale nonché uno stallo di due anni nella nomina del presidente della repubblica hanno portato a ben due proroghe dell’attuale parlamento.

In realtà, questo impasse istituzionale non è altro che il sintomo di una causa più profonda del “malessere libanese”, ovvero il fatto che in Libano manca una vera e propria dinamica di alternanza al potere, bensì vige un sistema consociativo, che vede la distribuzione del potere su base settaria e un susseguirsi di governi di unità nazionale; quindi, o c’è un accordo di pressoché tutte le forze politiche, o la vita politica del paese si paralizza.

Sennonché, grosso modo a partire dal 2006, grazie ad una serie di dinamiche sia interne che regionali, Hezbollah si è progressivamente imposta come egemone tra le forze libanesi, radicando il suo controllo su larga parte delle istituzioni statali, nel contempo rafforzando anche la sua posizione a livello regionale; in altri termini il Partito di Dio, più che “parte” della politica libanese ne è quasi diventato arbitro. Agendo da una posizione di forza grazie alla sua milizia, alla sua organizzazione sociale e politica, all’appoggio popolare e al supporto iraniano, il movimento sciita ha avuto agio ad attuare una strategia che combina minaccia e cooptazione, così garantendosi una posizione sempre più egemone nelle dinamiche politiche interne libanesi, il tutto dietro una parvenza di legittimità democratica.

Ad esempio, nel 2016, la nomina del sunnita Sa‘ad Hariri quale primo ministro in realtà ne nascondeva la debolezza, essendo costretto ad accettare per uscire da un impasse istituzionale che ne vedeva il progressivo indebolimento; poi, come primo ministro, si trovò con le mani legate.

Che la sua posizione fosse fragile emerse lampante quando, lo scorso inverno, diede le sue dimissioni mentre si trovava in Arabia Saudita, motivandole a causa di ingerenze iraniane e minacce di Hezbollah; sennonché, poco dopo, complice un intervento politico francese, le ritirò. Dunque, il siparietto delle dimissioni di Hariri ha messo il luce anche un’ulteriore dinamica libanese, che è quella delle influenze regionali. Del resto, da un lato ci sono i legami politico-economici con l’Arabia Saudita, dall’altra ci sono i legami politico-militari di Hezbollah con l’Iran.

Ora però, con la fine della guerra al Da‘esh e col delinearsi in Siria di una grande vittoria dell’asse sciita, in Libano aumentano le tensioni. Da retrovia del fronte siriano, il paese ora si trova in prima linea nella crescente tensione tra Israele, da un lato, e Iran e Hezbollah, dall’altro. Infatti la guerra civile siriana ha avuto due pessime conseguenze per Israele: la prima è che l’Iran ha stabilito una stabile e robusta presenza appena al di là della zona cuscinetto sul Golan; la seconda è che Hezbollah grazie all’esperienza siriana e agli aiuti iraniani, è cresciuto militarmente. Peraltro, le forze armate libanesi non sono in grado di contrastare Hezbollah in quanto fragili e dipendenti dall’aiuto internazionale, oltre che infiltrate dal movimento. La verità è che il Libano non ha né la forza militare né quella politica per ridimensionare Hezbollah. Infatti, il movimento è appoggiato da una parte molto consistente della popolazione, e non solo sciita; dunque cercare di disarmare il Partito di Dio scatenerebbe una guerra civile dove le forze armate rapidamente collasserebbero. Quanto all’opposizione politica dei suoi avversari dei partiti cristiani e sunniti, questa non ha impedito il graduale rafforzamento del movimento sciita, e ha avuto come conseguenza non solo una serie di impasse istituzionali, ma anche una paralisi di molte delle funzioni dello stato, incapace di fornire i servizi pubblici di base.

E’ poi da sottolineare che le ripercussioni economiche, sociali e politiche della guerra civile siriana sul Libano, sono state molto forti; nel paese è affluito più di un milione e mezzo di profughi siriani, mentre l’economia, già fragile, è entrata in crisi quando sono andati in difficoltà settori chiave come il bancario e il turistico. Di fatto, l’aiuto internazionale è fondamentale, e a rimarcare la criticità del momento, a Roma lo scorso marzo si è tenuta la conferenza dei paesi che supportano le forze armate e di sicurezza libanesi; ai primi di aprile, invece, alla conferenza dei donors a Parigi il Libano ha ottenuto 11 miliardi di dollari per progetti di sviluppo e riforme.

Il disagio sociale è comunque fortissimo; la crisi economica, l’esacerbarsi delle tensioni settarie, il quadro di destabilizzazione regionale e la debolezza della leadership sunnita, nella aree sunnite più povere del paese hanno favorito il diffondersi di movimenti salafititi indigeni, i Qabaday, legati a boss locali. Del resto la leadership sunnita, in mano agli Hariri sin dagli anni ’90, incapace di contrastare l’ascesi sciita è in crisi, come dimostrato dall’incerto risultato delle elezioni municipali del 2016, mentre l’alleanza anti-siriana del “14 Marzo” è da tempo in pezzi.

La leadership politica cristiana, invece, è divisa tra i sostenitori del partito “Movimento Patriottico Libero”, fondato dall’attuale presidente ‘Aoun, e una serie di partiti della “vecchia guardia” legati alle grandi famiglie come i Gemayel e i Franjieh o a personaggi come Samir Ja‘ja‘. Gli sciiti, invece, appaiono compatti in appoggio a Hezbollah, che beneficia inoltre di una consolidata rete di alleanze con partiti sciiti come Amal o cristiani come il partito di ‘Aoun o la Marada.

Dunque, in un quadro interno che vede i suoi oppositori deboli e divisi ed in un contesto regionale che ha visto la vittoria dei suoi alleati a Damasco e Tehran, con le prossime elezioni Hezbollah spera di rafforzare ulteriormente la propria posizione. Non a caso, il movimento sciita è stato un fautore sia della riforma della legge elettorale, che dell’indizione delle prossime elezioni.

Per la prima volta, si voterà con un sistema ibrido basato su una formula proporzionale, dove ogni elettore sceglierà una delle liste in competizione e potrà indicare un voto di preferenza per un candidato della lista scelta. Per i 128 posti in parlamento concorrono 976 candidati, su 15 collegi. Oltre a veterani della politica libanese, come Marwan Hamadeh e Michel Murr, concorrono numerosi “figli d’arte”, ovvero rampolli di dinastie storiche come i Jumblatt, i Tueni e i Franjieh. La novità è costituita da numerosi candidati provenienti dalla società civile, che si propongono come nuovo che avanza, in antitesi con la incapacità e la corruzione della “casta” politica tradizionale. Un esempio è la coalizione Tahaluf Watani, che include movimenti come You Stink!Ba‘albak Madinati e Li Baladi, per lo più nati durante la cosiddetta crisi “della spazzatura” del 2015. Rimane da vedere quanto riusciranno a scalzare le consolidate reti di patronaggio dei vecchi partiti, e molti temono che il nuovo sistema non porterà ad un ricambio della classe politica. In ogni caso, la novità della legge getta una serie di incognite sul possibile risultato; poi, in nove anni il panorama politico e sociale libanese e mediorientale è cambiato, e voteranno molti giovani ed espatriati.

Di certo, il voto determinerà se l’attuale primo ministro libanese Hariri sarà in grado di riaffermare la sua posizione di leader della comunità sunnita. A sfidarlo c’è Ashraf Rifi, ex ministro della Giustizia e principale avversario di Hariri tra i sunniti.

Non sono però da escludere sorprese anche per Hezbollah, e ciò a causa della volatilità della situazione in ciascun collegio e, tra il suo elettorato, della strisciante stanchezza per lo stato di guerra e la crisi economica. In altri termini, mentre la leadership del movimento è proiettata sulla dimensione geopolitica regionale, la sua base elettorale è invece più attenta alle condizioni economiche e sociali della vita quotidiana e teme una guerra con Israele.

Ciò nonostante, molti ritengono che il nuovo sistema elettorale possa favorire Hezbollah in quanto potrebbe portare ad un parlamento diviso, dove non si riesca a coalizzare una effettiva opposizione al partito sciita; per inciso, un parlamento diviso faciliterebbe la politica di cooptazione-intimidazione tipica del Partito di Dio.

Per il Partito di Dio, in questo momento, una vittoria elettorale che si traduca in un incontestato potere di controllo delle decisioni di governo del paese, sarebbe vitale. Con una solida maggioranza, sul piano interno, avrebbe mani libere per far maturare i primi frutti della sua incombente vittoria siriana. Innanzitutto, Hezbollah potrebbe normalizzare ufficialmente le relazioni con Damasco, riattivando il Libano come polmone economico per un alleato soffocato da guerra e sanzioni; inoltre potrebbe rafforzare le relazioni con Tehran e congiuntamente consolidare militarmente il fronte siriano, cementandone la profondità strategica e i legami con le altre milizie. 

Dunque, paradossalmente, almeno sul breve termine Hezbollah ha tutto l’interesse a mantenere il Libano stabile, sebbene sotto il suo controllo, per consolidare i successi militari di Siria e probabilmente politici, delle prossime elezioni. C’è solo da augurarsi che questa, non sia la calma che preceda la tempesta di uno scontro con Israele.

 

 

 

 

* Giovanni Parigi insegna Cultura Araba presso il corso di laurea di Mediazione Linguistica e Culturale dell’Università Statale di Milano. Ha lavorato e studiato in Medio Oriente e scrive per Limes, ISPI, Fondazione OASIS e Qui Finanza.