Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
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Ceta: meglio ratificare *

Gianpaolo Rossini - 20.06.2018
Ceta

Libero scambio ed Europa non sembrano più di moda e ne soffre il Ceta, l’accordo di libero scambio stipulato tra Ue e Canada. Nel 1957 col Trattato di Roma che dà vita alla Unione Europea (allora Comunità Europea) i paesi membri delegano le politiche commerciali  verso paesi terzi alla Commissione.  Quando gli accordi riguardano materie  finanziarie  o la proprietà intellettuale, non limitandosi agli scambi mercantili occorre la ratifica di ciascun membro della Ue. Il Ceta, nel 2016 trova l’opposizione della Vallonia, contraria ad aspetti che riguardano le istituzioni chiamate  a regolare i contenziosi commerciali tra produttori Canadesi ed Europei. Il Trattato subisce alcune migliorie venendo incontro alle critiche della regione belga ed è ratificato da alcuni paesi Ue. Che succede nel Bel Paese? Diverse voci del governo giallo-verde si stanno esprimendo per un rifiuto in toto del trattato. Sono spalleggiate dalla Coldiretti, associazione degli agricoltori proprietari di aziende agricole che tuonano contro il trattato che non riconoscerebbe abbastanza prodotti italiani del territorio, e quindi non ne impedirebbe l’imitazione in Canada. A prima vista sembrerebbe l’ennesimo caso di Italia Cenerentola in Europa. Ma è proprio così? Il trattato Ceta è un lungo documento al quale la commissione europea, ha lavorato con i canadesi per più anni. Il Trattato prevede che sia riconosciuta e tutelata l’indicazione geografica di provenienza nel mercato canadese di diversi prodotti del settore agroalimentare. Nella Appendice 20 del Trattato, che consta di 30 capitoli,  sono elencati i  prodotti europei dei quali è protetta l’origine territoriale. Per questi non si possono vendere né nella Ue né in Canada specialità con la stessa denominazione che non provengano dal territorio di denominazione.  Primo punto:  In assenza del trattato Ceta in Canada questi prodotti a denominazione territoriale non avranno alcuna protezione. Secondo punto: la lista delle 40 denominazioni italiane riconosciute è lo specchio di un’Italia pasticciona e divisa tra 1000 campanili dove prevale la contrada che ce l’ha più alto. Scorriamo la lista e capiamo perché è proprio così. Siamo riusciti ad avere la protezione di 40 prodotti, non male rispetto agli altri paesi (la Francia, i soliti fenomeni,  ne ha 42, la Spagna 27, la Grecia 16, la Germania 12).  Mi  aspettavo una lista di prodotti italiani con un certo equilibrio tra le regioni italiane. Un elenco che cerchi di proteggere le produzioni più tipiche e strategiche nel settore agroalimentare per il made in Italy nel mondo. Beh, non è proprio così e c’è da rimanerci male. Sulle 40 certificazioni due certificazioni territoriali sono per l’aceto balsamico di Modena. Abbiamo infatti una  protezione per  “Aceto balsamico tradizionale di Modena”  e un’altra per “Aceto balsamico di Modena”. Perché? Non ne bastava una? Pur essendo consumatore abituale italiano a Bologna, a trenta chilometri da Modena,  non sapevo nulla di questo. Scopro che ci sono due consorzi, molto potenti tra i nostri rappresentanti a Bruxelles, che si fanno la guerra da anni e producono aceti indistinguibili per il consumatore persino di Sassuolo. Insomma follia pura. La lista continua con due prodotti che ricevono protezione distinta: il “prosciutto di Modena” e il “prosciutto di Parma”. Da notare che entrambi i consorzi usano materia prima analoga che proviene da aree al di fuori delle due province. Di nuovo da consumatore di Bologna non sono in grado di distinguere questi due prodotti e non trovo nella mia città il prosciutto di Modena. La lista continua con Il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano. Anche in questo caso, seppur in Italia molti consumatori valutino la differenza, non si può certo pretendere di difendere all’estero due prodotti quasi indistinguibili se non per prezzo e diverso livello qualitativo. Scorrendo la lista troviamo poi la difesa di tre tipi di speck: “Speck dell’alto Adige”, “Sudtiroler speck” e “Sudtiroler Markenspeck” e di due tipi di mela: la “mela dell’Alto Adige” e la “Sudtiroler Apfel”. L’Austria, tra l’altro, protegge il “Tiroler Speck”. Ovvero non solo Italia dei campanili ma anche Europa di mille contrade in armi.  Degli olii sono riconosciuti tre  il “Veneto Valpolicella”, “Veneto dei colli Berici ed Euganei” nonché il “Veneto del Grappa”. Si tratta di produzioni molto piccole che quasi mai varcano i confini delle loro province e che sono sconosciuti nel resto d’Italia. Figuriamoci all’estero. Abbiamo poi il “kiwi di Latina”, un frutto che in Italia ha cominciato ad essere coltivato appena 40 anni fa in quasi tutte le regioni d’Italia originario della Nuova Zelanda e che con questa denominazione è conosciuto solo in provincia di Latina. E che dire della “Garda carne fresca e congelata”. Chiedo a parenti veronesi ma nessuno la conosce.

Qual è la morale da trarre da questa lista dolorosa di prodotti protetti? Come in tanti altri casi è meglio prima metter ordine in casa nostra che criticare le politiche commerciali della Ue. Buttare a mare un Trattato cui anche l’Italia ha lavorato per anni lamentandosi che non protegge abbastanza le nostre produzioni tipiche significa ingannare il paese e se stessi. Gli italiani devono essere più coesi e responsabili altrimenti se si presentano sempre  con mille campanili che suonano ciascuno per proprio conto trarremo sempre meno beneficio dalle relazioni internazionali. Mugugnare o sbraitare contro Europa o resto del mondo sarà solo il segno di un ridicolo vittimismo che denuncia solo le nostre incapacità.

 

 

 

 

* Una versione ridotta di questo articolo è apparsa sul Sole24ore del 18 giugno 2018 a p. 18