Una radicalizzazione pericolosa
Non è un bel clima quello che incombe sul nostro Paese. Sarà per la campagna elettorale in vista della consultazione referendaria del 22-23 marzo, ma non ci pare riducibile a quello. Piuttosto è la situazione di incertezza generale che, come sempre, si riflette sulle trame della tela che rappresenta la attesa angosciosa per un futuro che rimane piuttosto oscuro.
Non tutto si collega per via razionale, ma le connessioni si intuiscono. È vero che si potrebbe dubitare che la gente percepisca con chiarezza una tendenziale mutazione nelle relazioni internazionali. Dopo una fase in cui sembrava che, con tutti i pasticci che sappiamo, una relativa stabilizzazione potesse essere in vista, improvvisamente ecco due segnali che non sottovaluteremmo: nei negoziati fra USA e Iran, il regime di Teheran ha indurito le posizioni riproponendo il suo ruolo di forza antagonista nell’area; a Gaza, Hamas ha dichiarato di non accettare il disarmo e l’avvio di una amministrazione esterna. Può darsi che siano mosse solo scenografiche, ma vengono in un momento in cui Trump appare in difficoltà, vittima dei suoi infantilismi polemici e alle prese con un dissenso interno che si rafforza. Per contorno l’asse europeo, che nel condizionare relativamente il quadro dei conflitti ha un ruolo più importante di quel che ritengono osservatori prevenuti, subisce colpi non piccoli. La leadership britannica di Starmer è in serie difficoltà, anche qui per le ricadute del caso Epstein che mette nei pasticci Trump. Macron non se la passa esattamente bene. Sembra tenere per ora il cancelliere Merz, ma senza quelle sponde è dimezzato.
Per di più in Italia la stabilità del governo Meloni, anch’esso parte di quel gruppo, accusa dei colpi. Difficile non pensare che ci sia chi lavora per trarne profitto, visto che, nonostante tutto, la posizione della nostra premier sull’Ucraina è stata ferma, che sull’Iran siamo stati partner del sostegno diplomatico alla rivolta contro gli ayatollah, che la vicinanza ad alcuni disegni di Trump non può che risentire della crisi del suo mentore.
Lungi da noi l’idea di vedere un fantasioso e banale complottismo internazionale dietro le agitazioni para-insurrezionalistiche di Torino (con code a Milano), gli attentati ai treni, la stessa vicenda del generale Vannacci che crea una spina nel fianco della destra in una direzione destabilizzante (e piuttosto filo-russa). Il governo reagisce in maniera scomposta, vorrebbe trovare uno spazio di confronto con le opposizioni, ma lo fa in maniera maldestra, legata ai suoi mantra, e le opposizioni, anch’esse preda di un gioco delle parti, sono troppo attratte dalla convinzione che ciò mostri una debolezza dell’attuale governo e dal sognare, al solito, la spallata.
È per questo che la campagna per il referendum sta assumendo caratteristiche di radicalizzazione spinta che dovrebbero preoccupare chiunque non si fermi a considerare tutto come una partita che potrà chiudersi il 24 marzo con la vittoria dell’uno o dell’altro concludendo semplicemente un ciclo politico. Non sarà così e non solo perché subito dopo inizierà la campagna per le elezioni politiche del 2027 (ammesso che non venga la tentazione di anticipare la fine della legislatura, anche se ci tutela il fatto che gli attuali parlamentari ci rimetterebbero in termini di benefici e pensione).
Che chi vince vorrà provare a massimizzare il suo risultato e chi perde penserà che con le urne politiche la rivincita sia possibile, lo diamo per scontato. Ma il fatto è che quale che sia il risultato aprirà dei problemi molto più che risolverli, e quei problemi peseranno sugli equilibri del Paese più di quanto gli scatenati pasdaran dell’una e dell’altra parte immaginino.
Proviamo a chiarirci. Se vince il NO, oltre ai contraccolpi interni ai partiti (si pensi al PD il cui gruppo dirigente vorrà fare i conti coi riformisti; alla Lega dove si metterà in discussione la leadership di Salvini; ecc. ecc.) avremo una situazione in cui le componenti della magistratura che si vogliono costituire in corporazione preminente negli equilibri costituzionali proveranno a consolidare il loro potere (c’è in vista un rinnovo del CSM a questo punto con le regole attuali). Ciò significherà avere delle mosse di risposta da parte delle forze sconfitte che non potranno consegnarsi ai vincitori senza resistere. Un quadro non certo tranquillizzante.
Se vince il SI’ la situazione non sarà semplicemente ribaltata rispetto a quella che abbiamo descritto, perché si aggiungerà il problema di come modulare le leggi attuative della riforma. Il nodo non è né piccolo, né banale. Per esempio la modulazione del sistema di sorteggio per i nuovi CSM. Per dire: proprio fra tutti i magistrati dall’uditore appena assunto a quello alle soglie della pensione, o con un minimo di parametrazione della cerchia in cui sorteggiare? Poi ci sarà il tema di come strutturare l’Alta Corte disciplinare prevista, nonché trovare il personale, le sedi, le coperture finanziarie, e via elencando. Si dovranno fare o rifare regolamenti per farli funzionare. Il tutto con l’attuale CSM che rimane in carica? E per quanto?
Ce n’è abbastanza per immaginare una transizione che tutto sarà meno che dolce. E che avverrà non in un mondo che si ferma ad aspettare che mettiamo ordine nel nostro sistema di equilibrio dei poteri (perché il tema vero è che oggi è quello ad essere in una crisi preoccupante e non può né continuare com’è, né essere riformato alla bersagliera).
Come si potrà gestire il risultato del referendum quale che sia senza gettare il paese nella confusione crescente di questa guerriglia delle radicalizzazioni è il tema che dovrebbe interessare tutta la classe politica responsabile. Si dovrebbe avere visto, anche alla luce di qualche reminiscenza storica, che le fasi di guerriglia politica generalizzata non portano bene, anzi in fasi di turbolenze internazionali sono piuttosto pericolose.


