I dilemmi europei e una politica italiana prigioniera del radicalismo
Non era facile immaginare due eventi più drammaticamente agli antipodi come la fiammata insurrezionistica a Torino e il discorso di Draghi in Belgio in occasione del conferimento di una laurea honoris causa. Da un lato il fenomeno di una esplosione di violenza anarcoide senza radici razionali al di là di una confusa (ed eterna) aspettativa da parte di minoranze emarginate della rivoluzione alle porte. Dall’altro lato una personalità che sempre più si fa apprezzare come la voce della coscienza dei tempi nuovi, voce che proclama la fine dell’ordine globale. Eppure entrambi gli eventi, l’uno confusamente, l’altro lucidamente, segnano la presenza di un epocale tornante storico.
Ad esso non si può rispondere predicando la violenza levatrice della storia: quello era uno slogan che funzionava quando c’era ancora un po’ di “filosofia” nelle rivolte di piazza, oggi siamo al distruggere per il gusto di mostrare, facendolo a pezzi, una ipotetica superiorità rispetto al mondo così com’è. Altrettanto è illusorio pensare che ai conati violenti si possa contrapporre semplicemente la repressione: per renderla almeno ipoteticamente efficace si dovrebbe arrivare alla soppressione di tutte le libertà, il che, anche a lasciar da parte considerazioni morali, sarebbe nocivo, probabilmente mortifero per il nostro sistema socio-politico occidentale.
Dunque vanno trovate altre risposte. Mario Draghi ha scelto da qualche tempo il ruolo di “risvegliatore” dell’Europa, che può essere e deve essere qualcosa di più di un mercato comune o di un sistema di regole funzionali ad un certo sviluppo economico: può tornare ad essere una potenza capace di dialettica con altre potenze, antiche o recenti che siano. Dialettica di civiltà, con tutto quello che questa parola contiene in termini culturali, economici e sociali. Essa può predicare, conformemente alle correnti profonde della sua storia, uno sviluppo che si fondi sull’assioma del “beneficio condiviso” a partire dall’avvio di un passaggio dalla attuale struttura confederale (lasca) ad una federale originale.
È una sfida e non è la prima volta che viene lanciata dall’ex vertice della BCE ed ex premier italiano. Se questa volta sarà accolta con qualcosa di più di un consenso/apprezzamento di maniera, lo vedremo nel summit dei vertici UE del prossimo 12 febbraio. Draghi è stato invitato a prendervi parte assieme ad Enrico Letta (ma sarà assente la Gran Bretagna, il che qualche problema lo pone). Per intanto le reazioni sono più a livello di media e commentatori che non di capi di stato o di personalità politiche con posizioni chiave.
Se dovessimo giudicare da quel che avviene a casa nostra, non ne ricaveremmo auspici per il germogliare di quei semi. Il radicalismo crescente che si sta impadronendo della nostra comunicazione politica è sostanzialmente distante dal farsi carico della drammaticità del momento storico. Lo si è visto nella reazione ai gravissimi fatti di Torino.
Qui ovviamente non conta che tutti non abbiano potuto far altro che condannare fermamente le violenze: sarebbe stato impossibile dire diversamente, a meno di dichiarare aperta la stagione della rivoluzione e della contro-rivoluzione. I rischi connessi ad un contesto di quel genere sono per fortuna largamente presenti a tutte le forze politiche (magari con intensità diverse), ma non basta per spingerle a prendere il toro per le corna. Perciò ciascuna cerca di strumentalizzare le interpretazioni, illudendosi che così si tiri molta acqua al proprio mulino.
In realtà quel che a nostro modesto avviso non si vuol vedere è che siamo di fronte ad una messa in discussione dell’«ordine», tanto di quello globale quanto di quello domestico. Non ci riferiamo ovviamente al banale ordine pubblico, all’assenza di conflitti evidenti, ma alla percezione condivisa di un equilibrio di sistema tale da consentire a tutti una, magari modesta, ricerca della felicità. Si dovrebbe prendere atto che il venir meno di questo equilibrio fondato su una condivisione di valori di fondo richiede non solo che se ne costruisca uno nuovo (e magari in astratto tutti sarebbero d’’accordo, ovviamente ciascuno con qualche sua peculiarità), ma che ciò implichi un percorso in cui tutti sono disponibili a rinunciare alle rispettive bandierine e ai mantra pregiudiziali.
Tornando ai fatti di Torino, il meccanismo si vede benissimo. Tutti cercano di strumentalizzare l’accaduto per usarlo come prova delle proprie ragioni: chi predica la dissoluzione dei valori, chi il lassismo della magistratura, chi il fallimento delle politiche governative, chi l’incapacità di rispondere alla crisi sociale ed economica, ed avanti di questo passo. L’appello ad unirsi in un fronte comune di fronte alle crescenti esplosioni di anarchia (per la verità non solo macroscopiche come quelle insurrezionistiche, ma anche nelle microstorie di disagio, piccola criminalità, irresponsabilità dei comportamenti) non riesce ad avere la carica necessaria per accendere non solo il consenso, ma la volontà di reazione. Ogni parte è disposta ad accettare l’alleanza e la solidarietà con le altre a patto che queste le riconoscano un primato di buone ragioni e faccia ammenda di quello che lei giudica errato. Un modo per non raggiungere una vera convergenza (anche qui il fenomeno è evidente anche nelle relazioni internazionali: vedere come si comporta Putin nei colloqui sull’Ucraina).
Eppure la fine dell’ordine globale, come ha profeticamente proclamato Draghi, dovrebbe spingere tutti ad un cambio radicale di mentalità e di atteggiamenti. Vale a livello europeo, a livello dei singoli stati in cui si articola il continente, a livello del nostro contesto politico nazionale, dove c’è chi continua a credere che il futuro del mondo si decida nelle baruffe che fanno audience nei talk show.
di Francesco Provinciali *


