Dappertutto e rasoterra
Intervista a Giuseppe De Rita, fondatore e presidente del Censis
Caro Presidente Giuseppe De Rita, vorrei inizialmente riprendere il tema dell’autopropulsione sociale e del suo personale, ‘tenace continuismo’ nell’esplorarla. Rileggendo il suo saggio su ‘Sviluppo e divenire’ si comprende come curiosità e meraviglia sono stati due fantastici sentimenti di una sorta di ‘innamoramento’ che ha accompagnato e assecondato la naturale propensione ad utilizzare lo sviluppo come chiave di lettura “dappertutto e rasoterra”, entrando nei meandri più reconditi della dimensione economica, culturale, istituzionale del Paese. La spinta autopropulsiva conserva dunque una forza che spinge verso la conservazione e il progresso, nonostante emergano tendenze negative sottotraccia?
Da quando, esattamente 70 anni fa, ho cominciato a lavorare sui temi dello sviluppo, io mi sento emotivamente legato al divenire, spesso spontaneo, delle società. Allora mi occupavo di programmare lo sviluppo, di pianificare i conseguenti interventi, di esaltare lo Stato come “soggetto generale dello sviluppo”; ed è stato, lo confesso, un periodo bellissimo.
Mi son reso però conto anno dopo anno, che lo sviluppo non è il frutto di processi e soggetti esterni alla società ma nasce dal basso, dall’intima vitalità di ogni società. Non a caso l’unico libro che ho scritto sullo sviluppo italiano ha come titolo “Dappertutto e rasoterra”.
Non è stato facile far passare nella cultura collettiva questo primato della società che cresce su sé stessa. Ricordo una dura polemica negli anni ’70 con Emanuele Severino che sosteneva che lo sviluppo non viene dall’interno della società, ma dalla spinta congiunta di tre sottosistemi (quello della ricerca scientifica, quello della dinamica finanziaria, quello delle armi) che con la loro potenza di autogenerazione trainano tutto il resto, più inerte, della società. Io andavo per altre strade, studiavo allora l’economia sommersa, l’occupazione occulta, la piccola impresa, il localismo industriale e mi convincevo ogni giorno che è tutta la società che si sviluppa e si muove in avanti. Mi sono cioè sempre più convinto che aveva ragione il mio Padre Lebret nel dire che lo sviluppo è “montée humaine”, cioè fenomeno di massa.
Molti mi accusano che sono troppo ottimista e che sottovaluto le “tendenze negative che emergono sottotraccia”. Conosco questa critica, ma rispondo che professionalmente ho riscontrato in tanti anni che lo sviluppo porta continuato squilibrio, e che questa semplice verità dobbiamo accettarla. Solo società statiche non prevedono squilibri. Tale mia convinzione professionale si lega ad una fede religiosa profonda, visto che riconosco la verità intima di una frase di Teillard de Chardine “Dio non è ancora stanco di creare”, una frase che apre sempre al futuro.
I Rapporti del CENSIS, sono una chiave di lettura dello stato della società italiana, sotto il profilo culturale, economico, sociologico. Quanto è complessa la raccolta dei dati, la loro elaborazione e soprattutto il taglio descrittivo e interpretativo con cui ogni volta si fotografa un fermo immagine efficace senza cedere al presentismo asfissiante per guardare invece all’evoluzione sociale con gli occhiali della proiezione lungimirante?
Sono sessanta anni che vivo ogni anno l’appassionante vicenda della redazione del Rapporto Censis, e ricordo perfettamente che l’iniziale motivazione di esso era quella di dar conto dell’andamento dei grandi settori di intervento sociale (la scuola, la società, la previdenza, l’abitazione, ecc.). Ed a quella prioritaria motivazione che ci siamo uniformati negli anni.
E’ vero che nell’opinione pubblica siamo conosciuti per il fermo-immagine delle pagine introduttive, ma per noi l’impegno vero sta nelle centinaia di pagine di dati e valutazioni sui settori di intervento sociale. E’ il nostro ruolo strutturale, e continuativo nel tempo, e su tale ruolo sappiamo di esser giudicati dalle centinaia di professionisti del sociale (ricercatori, operatori, docenti, amministratori) che utilizzano la nostra accumulazione e le nostre elaborazioni dei dati.
Borghesia e ceto medio sono stati per lungo tempo termini sovrapponibili, soprattutto in epoca di crescita di status e di espansione economica. Oggi assumono significati reciprocamente dissimili forse a ragione del rimescolamento sociale in atto. Ci vuole offrire una sua interpretazione?
Devo sempre ricordare, quando si parla di borghesia e ceto medio, che noi Censis negli anni ’70 abbiamo affrontato il tema, non attraverso una logica di classe, ma attraverso un approccio solo fenomenologico alla dinamica ed alla articolazione sociale. Ci concentrammo cioè sul processo di cetomedizzazione, quel convulso creare di posizioni di lavoro intermedie ed autonome che ha raggiunto quasi il 75% del nostro mercato del lavoro. Non si tratta di una nuova classe (con cultura ed interessi omogenei) ma di una componente mediana della società, dell’occupazione, dei consumi, del risparmio.
Ed è la componente che fa coesione sociale e resilenza economica nei periodi di crisi. Non mi interessa il ceto medio come classe sociale, ma quel suo essere un grande fenomeno di “ascensore sociale”. Se guardiamo alle crisi (anche sociali e politiche) di molti paesi, constatiamo che in essi non opera la componente mediana, il ceto medio per usare parole abituali. Ed in una tale luce vanno viste le difficoltà degli USA (con Trump che cerca di inventarsi un ceto medio); della Francia (dove c’è la frattura netta fra élite e popolo senza molle in mezzo); della Germania, tutta prigioniera di logiche di classe, senza interessi intermedi; e si capirà che in Italia è stata una gran fortuna avere una cetomedizzazione (spesso anche di bassa lega) che ha fatto da collante nella resistenza alle pur gravi crisi attraversate negli ultimi decenni.
I corpi sociali e istituzionali intermedi sono da sempre un riferimento costante nelle sue riflessioni.
Perché l’intermediazione sociale sta scomparendo per dare spazio ad una rappresentazione verticistica tra Stato, enti locali e cittadini? Una politica in crisi di identità, come Lei mi ha insegnato, verticalizza sempre: il paese legale si allontana dal paese reale. Ricordo ad esempio almeno due suoi editoriali al riguardo: uno sull’opportunità di conservare il ruolo di collegamento territoriale e di rapporti più contigui con la gente da parte delle Province. L’altro sulla funzione di rappresentanza dei sindacati rispetto ad interessi di tutela dei diritti individuali e collettivi. Il corpaccione sociale diventa realtà indistinta e di difficile decifrazione oppure vanno recuperati gli anelli di congiunzione e contiguità tra centro e periferia?
Mi domando spesso se ho fatto qualche errore nella mia affezione radicale ai corpi intermedi (sociali o istituzionali che siano) visto che su di essi qualche tradimento l’ho subito e qualche dubbio strutturale mi è venuto.
Se parlo di tradimenti, devo ricordare che buona parte dei nostri corpi intermedi non ha saputo fare rappresentanza di interessi reali preferendo fare rappresentazione ed alta emotività (magari con cortei, marce, rivolte, scioperi, flottiglie, ed altro) senza potenza di dialettica sociale. E questa perdita di funzione esterna si è purtroppo coniugata ad una crisi di dialettica interna, con classi dirigenti che si chiudono in sé stesse e si autoalimentano.
Questa doppia crisi, esterna ed interna, ha fatto sì che nella dinamica dello sviluppo italiano i corpi intermedi abbiamo perso la centralità che avevano nei decenni precedenti, con l’effetto di rafforzare il potere dei vertici, solo che si pensi al peso crescente dello Stato nell’economia (addirittura, con la moltiplicazione di bonus, nella definizione dei bisogni sociali); e lasciare a se stessi il carattere molecolare, e dispersivo della realtà economica. Siamo di fronte ad una verticalizzazione congiunta al “dappertutto e rasoterra”; se posso, confesso che la cosa non mi piace.
Si assiste attoniti ad una crescita esponenziale dei fenomeni di violenza giovanile, specie tra i minorenni. Quanta parte di ciò è riconducibile al venir meno del libero arbitrio e del discrimine tra bene e male – cioè a carenze di tipo individuale e generazionale – e quanto invece può essere addebitato, senza indulgere a facile retorica, ad un vulnus di educazione e di guida da parte della famiglia e della scuola?
Le faccio una confidenza: quando undici anni fa morì mia moglie, nel ricordo scritto che ne facemmo con i figli si stagliava una bella frase di Teilhard de Chardin che accompagnava la nostra prima fotografia di coppia: “Credete innanzitutto allo spirito prima di voi, nell’accumulazione tramandata dai vostri nonni e dei vostri genitori; credete in secondo luogo nello spirito dopo di voi, nella capacità dei figli e nipoti di tramandare benedizione; ma credete soprattutto nello spirito fra voi”.
Teilhard la rivolgeva a due nuovi sposi e noi osiamo sperare di essere stati fedeli alla sua esortazione. In coppia esaltando lo “spirito fra noi”, ma anche nella vita sociale e nel lavoro, solo se penso a come nel Censis ho cercato tutto lo spirito prima di me (da Sebregondi a Balbo, e Lebret) ma anche tanto spirito dopo di me (nei tanti giovani che hanno lavorato con me come nei tanti nostri lettori Lei fra questi).
La crisi oggi credo venga dalla trascuratezza di tutti (famiglia, scuola, istituzioni) nel tenere insieme lo spirito prima di noi e lo spirito dopo di noi. Il resto è “fuffa”, se penso alle idee di guidare i comportamenti dei giovani con il ricorso al sostegno psicoanalitico o all’idea di cambiare la scuola con nuove “materie” molto artificiali, dall’educazione civica all’educazione sessuale. Ci vogliono messaggi di lungo andare, semplici e forti, non girare a vuoto nelle mode del presente.
Da tempo leggiamo e osserviamo segnali di latenza e involuzione sociale. Povertà assoluta e marginalizzazione spingono verso derive di solitudine e abbandono. Siamo bombardati dalla comunicazione dei social, afflitti dalla omologazione culturale di basso profilo, dalla retorica dei luoghi comuni e spinti verso una condizione borderline tra pulsioni negazioniste e speranze utopistiche.
Il pluricitato ascensore sociale è fermo da tempo al piano terra senza che qualcuno lo faccia ripartire.
Il recupero di una dimensione etica del vivere e l’afflato religioso sono vie possibili di uscita e inversione di tendenza verso la ripresa di un ‘lavoro dello spirito’ e di promozione sociale?
Io ho sempre visto con sospetto le tante ricerche ed i tanti incontri sulla povertà assoluta e poi sulle povertà settoriali (educative, sanitarie, reddituali, abitative, ecc.); perché sono fatte di approcci più emotivi che strutturali. Fanno titolo, ma non fanno capacità di intervento. Penso solo a quanto sia distorcente la attuale moda di segnalare “l’impoverimento del ceto medio” e la sua “triste proletarizzazione”; io preferisco constatare che il processo di cetomedizzazione, di cui abbiamo parlato in una risposta precedente, abbia cambiato totalmente la società italiana d’oggi, irriconoscibile rispetto alla miseria, alle miserie, dei secoli passati.
Mi piace quindi pensare che le marginalità che pure oggi esistono non modificano quel processo. Certo non c’è più l’ascensore sociale degli anni ’70 ed ’80, ma c’è in giro la collettiva sensazione che siamo un sistema economico saldo. Mi sento propenso a restringere l’area della povertà alla povertà della solitudine, è una dimensione però che viene da tanti aspetti, non tutti economici, e più frequentemente di crisi sociale, di rottura delle relazioni umane. Chi rompe la relazione con gli altri rischia la solitudine, magari esaltandosi con quella ideologia del “vaffa” che tanto ha avuto successo negli ultimi venti anni.
Può darsi che io dia una lettura minimalista del termine “povertà”, magari scelta perché non la soffro in prima persona, anzi non la conosco visto che pur avendo 93 anni vivo con otto figli, quindici nipoti e due bisnipoti. Ma non è la realtà personale che mi spinge a certe affermazioni, ci sento solo la convinzione che chi crede nello spirito (anche quello “dopo di noi”) non è mai solo.
Ricordo alcune sue puntualizzazioni in tema di educazione, istruzione e formazione, in pratica sull’idea di scuola vista soprattutto in relazione al mercato del lavoro, non generica e massimalista ma sorretta da solidi apprendimenti. Che cosa pensa delle Indicazioni nazionali del Ministro Valditara (rivalutazione del latino, recupero di storia e geografia contro la destrutturazione delle materie, studio delle poesie e delle tabelline, importanza della letto-scrittura e dei libri, in poche parole ancoraggio alla cultura tramandata e tradizionale arrestando una deriva modernista che usa anglicismi, neologismi e acronimi)? Si pone anche il tema del rapporto tra indirizzi didattici nazionali e scelte assunte in sede di autonomia scolastica? Ancora una volta emerge il focus sul rapporto centro-periferia. Qual è la sua opinione al riguardo?
Sono stato fra il 1955 ed il 1980 uno dei più attenti e costanti studiosi dei problemi della scuola italiana, anzi è proprio su tali problemi che nacque il mio impegno prima culturale e poi imprenditoriale. Oggi li vedo con occhio più freddo e meno partecipe; e sono arrivato a ritenere che la scuola è in crisi di identità, una crisi dovuta non alla più o meno lunga deriva di temi, di materie, di indirizzi didattici, ma ad un più profondo “buco sistemico”, essa non avendo più giunture con la realtà economica e sociale si è pensata sufficiente a se stessa; governata da logiche tutte interne, spesso corporative.
E’ l’autoreferenza la malattia del sistema scolastico italiano; e non la si cura dettando dall’alto nuovi indirizzi didattici e nuove materie; oppure fidando nella vitalità delle sedi di autonomia scolastica che possono garantire varie giunture con le realtà locali, ma non possono coprire il vuoto culturale di un sistema che, per orgoglio ed ambizione di autoconsistenza, si è andato pericolosamente slabbrando. Forse occorre uno sforzo di “aristocrazia culturale”, di pensiero alto: occorre fare un sistema scolastico di tipo complesso e forte, fuori dalle slabbrature esistenti.
Tecnologie e digitalizzazione sono correlati speculari ai processi di informatizzazione e riconversione ecologica. Paradossalmente si riduce il numero delle parole di cui conosciamo il significato e si approccia una visione tecnocratica, deterministica, omologata delle relazioni interpersonali.
Si pone anche una questione identitaria tra uso dell’I.A. e declino del pensiero pensante: ci sono alunni che svolgono temi e risolvono problemi con ChatGPT, smartphone e tablet sono prolungamenti della mente. Il premio Nobel Geoffrey Hinton, pioniere della ricerca sulle reti neurali e il ‘deep learning’ ha lasciato Google con questa motivazione “I programmi di I.A. hanno fatto passi da gigante e ora sono piuttosto spaventosi. Al momento i robot non sono più intelligenti di noi ma presto potrebbero esserlo”.
Contro una visione efficientista e trionfalistica della vita come potremo conservare le dimensioni umane nascoste? Quale direzione di marcia sta imprimendo l’I.A. alla nostra vita e – soprattutto – fin dove potrà arrivare?
Confesso che mi occupo molto malvolentieri di intelligenza artificiale. Ricordo sempre che il mio amico Luigi Granelli, nella funzione di Ministro delle Partecipazioni Statali, costituì negli anni ’80 una commissione per lo studio dei risvolti dell’annunciata ricchezza dell’intelligenza artificiale sul sistema formativo e scolastico.
Ne affidò la presidenza ad Achille Ardigò, grande mente sociologica e politica, e me ne nominò componente. Dopo qualche riunione detti le dimissioni, con la motivazione forse un po’ altezzosa che essendo una intelligenza naturale non riuscivo a mettermi sull’onda lunga dell’artificialità.
Nei tanti anni seguenti non ho cambiato le convinzioni, anzi quel che è avvenuto specie negli USA mi rendono sospettoso sulla “bolla finanziaria” che si è venuta a creare sul tema. Qualcosa di nuovo certo arriverà, ma non sono convinto che sarà una rivoluzione epocale. Da buon cultore del “dappertutto e rasoterra” aspetto di vedere e di capire; da animale prudente e molto adattivo.


