Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2017
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L’Europa difficile

Paolo Pombeni - 16.04.2016

Travolti dalla cronaca politica italiana, per quanto poco esaltante, dedichiamo un interesse relativo all’Europa, soprattutto se si prescinde dalla pur rilevante questione delle politiche sui problemi delle migrazioni. Eppure il momento è piuttosto critico ed i sussulti nelle strategie per rispondere alle sfide migratorie vanno inquadrati in questo contesto.

Una semplice elencazione di temi sul tappeto ci dà già la misura delle difficoltà con cui ci misuriamo. La Grecia innanzitutto non è affatto riuscita ad avviare un processo di uscita dalle sue difficoltà economiche. Non se ne parla quasi più, complice anche la sua delicata posizione sulla questione di migranti, ma ogni tanto qualcuno ricorda che un collasso greco non sarebbe certo un evento privo di impatto.

Abbiamo all’orizzonte il referendum britannico sulla permanenza di quel paese nella UE e gli esiti sono incerti. Anche se non vincessero i favorevoli all’uscita avrebbero comunque un numero tale di voti da costringere il governo a sfruttare a fondo i privilegi che gli sono stati accordati. Una cosa che certo non provocherebbe un incremento di stabilità, anche se sarebbe forse meno peggio di un ritiro britannico dal sistema europeo, per i costi economici comporterebbe non solo per Londra.

La crisi pressoché perenne del sistema politico belga è emersa con la vicenda degli attentati islamisti, ma è da tempo che si trascina. leggi tutto

Battaglia finale?

Paolo Pombeni - 14.04.2016

Quel che ci si chiede è se siamo veramente arrivati alla mitica sfida all’OK Corral, per cavarcela con una abusata citazione cinematografica, fra renziani e antirenziani. La riforma della costituzione ha finito il suo iter parlamentare e aspetta solo la validazione del referendum. Le opposizioni (tutte: destra ed estrema sinistra unite nella lotta) hanno mandato il segnale per l’inizio della sfida disertando la votazione finale, per sfruttare il mito che una riforma costituzionale non sarebbe legittima se non coinvolge le opposizioni.

Su questo punto c’è molto da obiettare, ma ormai viviamo di miti messi in circolo da gente che il costituzionalismo l’ha imparato dalle chiacchiere al bar (si veda la storiella per cui Renzi non sarebbe legittimato perché non è passato per un voto popolare, mentre il meccanismo della fiducia parlamentare è quanto previsto a costituzione vigente e nella nostra storia repubblicana è stato per lo più così visto che non abbiamo alcuna norma per la elezione diretta del premier). Tanto per dire, la costituzione della Quinta Repubblica francese, tuttora vigente, è stata imposta dalla maggioranza gollista contro tutte le opposizioni e validata da un referendum popolare. Non sarà la costituzione più bella del mondo, ma è arduo affermare che non sia la costituzione di un sistema democratico che ha consentito l’alternanza di governi di diverso colore (e anche “coabitazioni”) e una vita costituzionale di tutto rispetto. leggi tutto

Corsi e ricorsi storici? I rischi di Renzi

Paolo Pombeni - 07.04.2016

Ad osservare quel che sta avvenendo sulla scena politica torna in mente la vicenda della cosiddetta “apertura a sinistra”, quando ad inizi anni Sessanta si riuscì finalmente a realizzare la possibilità di una coalizione di governo a guida DC in cui fossero presenti i socialisti.

La storia di allora ci ricorda che, dopo un fuoco di sbarramento lungo ed ostinato che vide uniti vertici della gerarchia cattolica dell’epoca, forze del capitalismo italiano, conservatorismi di varia matrice ed identità, si riuscì finalmente nel dicembre 1963 a varare il primo “centrosinistra organico” guidato da Aldo Moro. Durò pochissimo: il 25 giugno 1964 il governò andò sotto per soli 7 voti su una norma poco più che simbolica (un finanziamento alle scuole private per una cifra modesta).  Prima c’era stato tutto un fuoco di fila che aveva visto dalla scissione della sinistra socialista che andò a fondare il PSIUP alla famosa lettera di Colombo ministro del Tesoro e Carli governatore di Bankitalia sui rischi economici della situazione. Non mancò infine il famoso “rumor di sciabole” denunciato da Nenni in margine alle manovre del gen. Di Lorenzo.

Certo alla fine Moro successe a sé stesso il 22 luglio e formalmente restò un governo di centrosinistra, ma come Moro scrisse in un memoriale steso nel 1978 dal carcere delle BR “da quel momento il centro-sinistra si riduceva a centrismo aggiornato”. leggi tutto

La maledizione di Tangentopoli

Paolo Pombeni - 05.04.2016

Quel che sta succedendo con la vicenda messa in moto dalle indagini della procura di Potenza ricorda purtroppo alcune caratteristiche della vicenda storica di Tangentopoli. Intendiamoci: al momento non c’è in campo una questione di tangenti ai partiti, e dunque da questo punto di vista non c’è alcun parallelismo. La questione è piuttosto un’altra: come allora il tentativo è quello di buttare all’aria un equilibrio politico senza avere a disposizione alcun sistema di ricambio.

Si può certo pensare che siamo ben lontani dal conseguire il risultato di far cadere l’attuale governo, ma sottovalutare le potenzialità che contiene la crisi attuale potrebbe rivelarsi azzardato. Per battere Renzi le opposizioni dovrebbero riuscire a provocare una scissione interna al PD e questo appare ancora un risultato impossibile, perché la minoranza dem sa benissimo che far cadere il governo in questo modo significherebbe un salto nel buio da cui certo non si salverebbe. Anche da questo punto di vista Tangentopoli qualcosa dovrebbe averlo pur insegnato.

Tuttavia l’obiettivo che viene perseguito da un complesso di forze che l’attuale premier ha disinvoltamente battezzato come “la santa alleanza” è più articolato, come piuttosto articolata è quella stessa coalizione al suo interno, perché non la si può ridurre al solo fronte delle attuali opposizioni parlamentari. leggi tutto

Non si può ridurre tutto a questioni di leadership

Paolo Pombeni - 31.03.2016

Non è un gran momento creativo per la politica italiana che sembra impantanata solo a scontrarsi su questioni di leadership. Forse la parola è anche, come usa dirsi, troppo grossa, perché supporrebbe capacità di guida e non un semplice problema su chi «comanda». Tuttavia la questione sembra ridursi più o meno a questo.

Renzi ovviamente calamita tutte le opposizioni alla sua centralità politica, senza che questa possa venire messa in questione su qualche tema veramente di fondo. Lo si vede benissimo nella questione del referendum cosiddetto sulle trivelle. Diciamoci la verità, è condotto più che altro su prospettive di utopia ideologica, senza che sia dato verificare nessun elemento. La contaminazione terribile del mare non sembra visibile là dove le piattaforme già lavorano (e continueranno a lavorare comunque sino a scadenza delle concessioni). La storia sui danni agli allevamenti di cozze è risibile, a meno che non si ritenga che il paese possa supplire ai nostri deficit energetici vendendo tonnellate di cozze in giro per il mondo. Non parliamo dell’argomento avanzato dal presidente Emiliano sul diritto di chi abita le coste a decidere cosa si deve fare del «loro» mare: un principio che se accettato renderebbe semplicemente ingovernabile uno stato nazionale in cui ciascuno pretenderebbe di decidere da solo su ciò che gli è prossimo, pur continuando a chiedere prestazioni allo stato nazionale. leggi tutto

L’Europa davanti al terrorismo islamista

Paolo Pombeni - 24.03.2016

Non è semplicemente una questione di terrorismo quanto sta succedendo, perché il terrorismo islamista ha caratteristiche peculiari. In Europa ci sono stati nei decenni passati altri tipi di terrorismo, basti citare quello basco e quello nordirlandese, per non risalire a quello verificatosi negli anni Sessanta nel Sudtirolo/Alto Adige. Si trattava però di un’altra cosa: erano vicende storiche, molto meno cruente, con un obiettivo chiaro e facilmente identificabile per quanto discutibile come giustificazione di azioni violente da guerriglia. Avevano come bersaglio uno specifico “nemico”, cioè un potere politico che veniva considerato, lasciamo stare al momento se a torto o a ragione, il responsabile di uno stato di cose che avrebbe potuto essere cambiato solo che si fosse “vinto”. Nei casi citati si trattava di rivendicazione di movimenti indipendentisti.

Certo più complesso da inquadrare il terrorismo fra anni Settanta ed anni Ottanta del secolo scorso degli estremismi di destra e di sinistra. In quel caso l’obiettivo era assai vago, il cambio di regime, lo si chiamasse o meno rivoluzione. Una meta utopica, ma almeno in astratto raggiungibile e già raggiunta in alcune circostanze in un passato non molto lontano.

L’obiettivo del terrorismo islamista è invece così globale e catastrofista da essere del tutto sfuggente. A che cosa mirano i programmatori e gli esecutori delle stragi di cui siamo testimoni? leggi tutto

Politica senza pace

Paolo Pombeni - 22.03.2016

Pochi pensavano che la politica italiana trovasse se non pace, almeno una modalità di confronto meno soggetta alle spinte estreme. Come ha detto Renzi si poteva sperare che in una fase delicatissima della situazione internazionale potesse prevalere un minimo di senso di responsabilità da parte di tutte le forze politiche. Peraltro questo avrebbe richiesto un po’ di strategia di pacificazione anche da parte del premier, pur comprendendo che lui è il soggetto meno idoneo a poter agire in quella direzione visto che si trova nella posizione del bersaglio indicato da tutti.

Il fatto è che quando si avvia una fase di ridefinizione complessiva del sistema è piuttosto difficile che la politica mostri quella freddezza razionale che sarebbe necessaria. Bisogna tenere presente che sono in discussione due parallele ridefinizioni delle due parti che hanno retto il bipolarismo imperfetto della cosiddetta seconda repubblica.

Il caso più eclatante è quello del centrodestra, ma anche quel che sta avvenendo nel centrosinistra non è da sottovalutare. Sul primo versante sotto i riflettori c’è la questione della leadership di Berlusconi. La vicenda delle amministrative romane è la punta di un iceberg, perché non c’è solo l’incapacità del vecchio leader di intercettare una strategia vincente per Roma (in fondo non l’ha mai avuta, al massimo ha lasciato la Capitale nelle mani di AN), ma assai più la ormai lunga assenza da parte sua di una strategia a livello parlamentare e nazionale. leggi tutto

La trasformazione della politica

Paolo Pombeni - 15.03.2016

Più che guardare ai trasformismi dei voltagabbana, che sono un fenomeno più o meno stabile della politica specie quando questa si professionalizza molto, varrebbe la pena di prendere in seria considerazione la trasformazione della sfera politica senza farsi condizionare dai guardiani delle vecchie ortodossie. Anche quello è un fenomeno stabile che si ripresenta in ogni trasformazione.

Oggi il tema sul tappeto è duplice: da un lato la difficoltà di marginalizzare la centralità del governo tornando a promuovere la centralità del parlamento; dal lato opposto la domanda di una ideologia che compatti il corpo sociale nell’analisi della transizione in corso senza buttare tutto nel canale di scarico del populismo.

Difficile non vedere oggi l’enorme trasformazione che è iniziata. Proprio oggi una collega economista ci ricordava che un analista americano ha previsto che in un lasso di tempo non ampio cesseranno di esistere il 47% dei mestieri oggi praticati. Giorni fa qualcuno ricordava in TV che tra alcuni decenni si prevede che le migrazioni fuori dall’Africa supereranno i 200 milioni di individui. Non siamo certo in grado di certificare l’attendibilità scientifica di queste previsioni (la storia è piena dell’annuncio di catastrofi che poi non si sono verificate o non almeno nelle proporzioni previste), ma rimane il fatto che c’è una fortissima attesa di cambiamenti radicali. leggi tutto

Piccola e grande politica

Paolo Pombeni - 10.03.2016

Curiosa coincidenza: martedì 8 marzo è stato contemporaneamente il giorno dello scandalo delle primarie a Napoli e del bilaterale Hollande-Renzi. Cioè: un caso di piccola e miserabile politica e un caso di almeno tentata grande politica.
La documentazione di una gestione delle primarie nella città partenopea non esattamente al di sopra di ogni sospetto è un episodio brutto, reso ancor peggiore da una reazione dei vertici PD non all’altezza della situazione. Che in un contesto come quello napoletano il ricorso ad uno strumento delicato e poco strutturato come sono le primarie potesse dare luogo a pasticci tutto poteva essere tranne che un evento inaspettato. Non c’era ragione per pensare che il costume degradato che si era avuto nell’occasione precedente svanisse per effetto di magia, soprattutto quando c’era in campo una sfida molto difficile fra un personaggio con una robusta storia alle spalle e il candidato di un apparato di partito che voleva riprendersi il campo di gioco.

Ciò che in questo caso è inaccettabile è che i vertici del partito nazionale se la cavino minimizzando, timorosi di dare spazio alle opposizioni interne. Invece è proprio comportandosi così che le rafforzano e che legittimano quello scollamento con una parte del loro elettorato la cui esistenza non è una invenzione della sinistra dem (che si limita ad enfatizzarlo). Sarebbe stato molto più serio un intervento radicale dal centro con una severa inchiesta rapida e la radiazione immediata di quei membri del partito colti con le mani nella marmellata. leggi tutto

Renzi dopo le primarie

Paolo Pombeni - 08.03.2016

L’interpretazione delle primarie è una doppia cabala. Misurare tutto in rapporto al numero di partecipanti che si erano presentati nella precedente occasione non è troppo utile. Gli umori dell’opinione pubblica dipendono da molti fattori volatili e non c’è certezza che i dati precedenti rispecchiassero una realtà più “solida” di quella con cui ci si confronta oggi. Dunque su quel terreno è meglio avventurarsi con cautela.

Interpretare i risultati è altrettanto complicato, ma qualche tentativo si può fare. Almeno a livello di impressione è che in questa tornata abbia dominato la forza della residua organizzazione del PD. Per la verità lo si era già visto nelle primarie per le elezioni regionali in Emilia Romagna dove la “macchina” del partito aveva vinto col risultato poi di un flop di partecipazione alle elezioni vere, compensato dal fatto che il candidato scelto aveva comunque vinto ed al partito questo bastava. Anche in questa tornata l’impressione è che ovunque abbiano vinto i candidati sostenuti dall’apparato dominante, da Milano fino ai centri minori. Se ne deduce che la struttura del PD è ormai fortemente “renziana” (magari con qualche correntina interna al raggruppamento) e che la vecchia guardia non risale la china.

Ciò sembra particolarmente evidente a Roma, nonostante le grandi traversie del PD in quella città. Il candidato della minoranza dem non è andato oltre un risultato discreto, persino meno bene di come era andata a Milano. leggi tutto