Ultimo Aggiornamento:
06 giugno 2026
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Alla fine dei conti

Paolo Pombeni - 12.11.2025

La stucchevole polemica per il referendum sulla riforma dell’ordinamento giudiziario non conosce soste nei talk e meno intensamente sulla stampa, ma al momento non sembra appassionare l’opinione pubblica. La stessa politica, lasciato quell’argomento per lo più ai vari personaggi-spettacolo, al momento si concentra su altro, cioè sulla legge di bilancio che deve essere approvata entro fine anno.

Il rituale è più o meno il solito: in vista di un piccolo, ma non del tutto insignificante spazio di dibattito parlamentare in cui qualche limatura si potrà avere, intanto ci si prepara con attacchi di diverso genere: abbastanza scomposti e populisti da parte dell’opposizione, più settoriali e talora subdoli da parte di categorie più vicine alla maggioranza.

Il nocciolo della questione è che siamo di fronte al fare parti uguali fra disuguali: la celebre frase di don Lorenzo Milani, divenuta titolo di un importante libro di Ermanno Gorrieri uscito dal Mulino nel 2002, ed ora oggetto di un bel docu-film liberamente visibile in rete. Oltre a questo sarebbe da citare un altro bel libro di Gorrieri, “la giungla retributiva” (1972), perché coglieva, mezzo secolo fa, il tema che è al centro dell’attuale diatriba.

Tutto infatti si impernia, in ultima istanza, sul problema di chi e come debba leggi tutto

Un referendum per spaccare il paese

Paolo Pombeni - 05.11.2025

In politica la radicalizzazione esasperata degli scontri è una brutta bestia. Lo sanno tutti, ma è come per il vizio: ben pochi lo difendono, moltissimi ci cascano e lo praticano. È quel che purtroppo ci attende con l’apertura della campagna per il referendum confermativo della riforma che passa sotto il nome di separazione delle carriere.

Ragionarci con distacco è impresa ardua, ma noi, nel nostro piccolissimo, ci proviamo. Il punto di partenza è che si discute di due temi che a rigore non dovrebbero essere neppure strettamente connessi (ma, lo vedremo, lo sono): l’organizzazione delle funzioni dal momento che si è deciso di passare nel processo penale al sistema accusatorio (riforma Vassalli: 1988!!); l’autogoverno corporativo dei magistrati.

In sé nel momento in cui si era passati al nuovo regime (quello “all’americana”, che gli anziani come chi scrive avevano appreso in TV nei telefilm di Perry Mason) avrebbe dovuto essere inevitabile una specializzazione del ruolo del P.M. che si diversificava da quello del giudice. Si poteva trattare di adeguare il nostro ordinamento a quel che è in vigore in quasi tutti gli stati democratici che hanno il sistema accusatorio, e infatti abbiamo dagli anni Ottanta del secolo scorso in avanti molteplici proposte di agire in quella direzione, proposte che

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Le trasformazioni del PD

Paolo Pombeni - 29.10.2025

Ricordate la balena bianca. Era il nomignolo che Giampaolo Pansa aveva affibbiato alla DC per la sua capacità di uscire indenne da mille tentativi di annientarla come la mitica Moby Dick. Oltre a questo l’immagine rimandava però ad un corpaccione che teneva dentro di tutto e tutto re-impastava: destra, centro, sinistra, con molteplici sfumature per ciascuna.

Viene in mente questa rappresentazione di fronte a quanto sta accadendo nel PD, anch’esso un corpaccione in cui sta di tutto e di più e che, come il fu partito cattolico, cerca di tenerlo insieme con una strutturazione sempre più evidente in correnti. Difficile definire il PD come una balena con un colore: rossa la vorrebbero alcuni, altri preferirebbero un colore più mélange, fate voi. Cerchiamo piuttosto di vedere se il modello dc, che apertamente nessuno accetterebbe di sottoscrivere, possa reggere.

Si potrebbe partire dalla sottolineatura che nei partiti-balena è l’occupazione del potere a fare da collante. La Democrazia Cristiana storica il potere lo deteneva innanzitutto con il controllo, a lungo insostituibile, poi comunque centrale del governo nazionale (poi venivano comuni, regioni e quant’altro). Il PD nelle sue varie versioni un potere in dimensioni simili non lo ha mai avuto, se non in alcune leggi tutto

Europa e Italia nella crisi internazionale

Paolo Pombeni - 22.10.2025

Sebbene i travagli dei partiti dopo la prima tornata delle regionali e in attesa della seconda a fine novembre non siano di poco conto, a determinare l’andamento della politica italiana saranno molto di più le crisi internazionali che sono ancora lontane dal trovare una soluzione. La gente magari fatica cogliere questo passaggio convinta tanto il nostro Paese quanto l’Europa siano soggetti marginali in ciò che sta avvenendo. È così, se si pensa solo al tavolo di regia delle crisi, ma non lo è se si considera che quanto avverrà avrà riflessi su una pluralità di ambiti.

Gestione delle politiche del commercio internazionale a cominciare dai dazi, impulso o depressione alle politiche economiche che possono venire da situazioni post belliche che richiederanno investimenti, spese più o meno accentuate per fronteggiare i nuovi imperialismi e le loro espansioni, tutto questo avrà ricadute anche non banali sui bilanci degli stati europei e su quello della UE. E non parliamo dei turbamenti che essi trasmettono nelle opinioni pubbliche e che mettono alla prova la tenuta dei governi toccando la gestione degli equilibri sociali nonché di quelli tra le forze politiche (peraltro già precari).

Per l’Europa il conflitto più impattante è indubbiamente quello russo-ucraino, nonostante le opinioni pubbliche leggi tutto

Regionali: nessun esperimento

Paolo Pombeni - 15.10.2025

Ad una tornata elettorale a fine anni Cinquanta del secolo scorso la CDU di Adenauer si presentò con lo slogan: “Nessun esperimento!”. Potrebbe essere l’epitaffio che spiega l’andamento delle tre elezioni regionali appena concluse e che probabilmente verrà confermato per l’intero ciclo che si concluderà a fine novembre (la sola possibile incognita è la Campania, ma è difficile che inverta il trend).

Cosa è infatti accaduto? Semplicemente che sono usciti perdenti tutti i tentativi di cambiare la situazione dei governi in carica contrapponendo ad essi progetti fantasiosi che rincorrevano tendenze di moda nel teatrino della politica. I tre governatori confermati, ciascuno con buon, talora ottimo margine, cioè Acquaroli, Occhiuto, Giani, non sono personaggi da talk show, non hanno fatto campagne sfavillanti a suon di trovate per finire in prima pagina. Non sono certo omogenei come collocazione nelle rispettive coalizioni: Acquaroli è un meloniano storico, Occhiuto un uomo di FI che viene da un lontano passato DC, Giani un socialista niente affatto omogeneo al cerchio magico della Schlein (che infatti non lo voleva candidato, anche se adesso cerca di intestarsi la vittoria). Hanno però in comune una presenza costante nella gestione dell’amministrazione regionale: più o meno brillante a seconda dei casi, ma comunque costante.

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Governare al centro paga

Paolo Pombeni - 08.10.2025

Che lettura dare dell’esito della seconda prova di elezioni regionali? Ha vinto il centro destra ed è uscito con le ossa rotte il cosiddetto campo largo: vero, ma banale. La faccenda è un poco più complessa e merita qualche riflessione, pur premettendo che ogni regione ha una sua storia specifica, il che vale ancora di più per una regione meridionale e fra queste particolare come è la Calabria.

Tuttavia qualche linea di tendenza si può scorgere se compariamo l’elezione ultima con quella delle Marche e con quanto ci si aspetta dalle prossime regioni chiamate al voto. Igor Taruffi, uno dei personaggi del PD più omogenei alla Schlein, ha invitato a fare i bilanci solo alla fine: lo ha detto per consolarsi di due sconfitte brucianti, ma noi lo prendiamo in parola.

Su cinque regioni che sono andate o che andranno al voto (lasciamo da parte la Valle d’Aosta, troppo atipica), in due hanno già vinto i governatori in carica e in Toscana ci si attende con buona approssimazione che avvenga lo stesso. Nelle tre in cui si voterà tra la settimana prossima e il 23-24 novembre non c’è possibilità di confermare i governatori in carica per via del divieto del terzo mandato, tuttavia i leggi tutto

Marche: Bipolare la metà che vota

Paolo Pombeni - 01.10.2025

Il primo test elettorale d’autunno è arrivato e qualcosa ci dice, a prescindere dal solito balletto delle interpretazioni interessate, per cui chi vince vede un trend storico, chi perde la butta nel solito “è un test limitato”, “si sapeva che il governo ha più mezzi”, “tireremo le somme a fine anno”, ecc. ecc.

Il primo dato incontrovertibile è l’astensionismo che tocca nelle Marche un secco 50%: metà degli elettori non è interessato a votare. Ci si consola attribuendo il fenomeno ad una delusione verso la politica che non sarebbe credibile, ma è vero a metà. Più probabilmente una buona parte degli astenuti è convinta che chiunque governi non sarà in grado di risolvere problemi strutturali impossibili da mettere rapidamente sotto controllo (pensiamo anche solo ai problemi della sanità) per cui questi o quelli per me pari sono.

Per far tornare alle urne gli astenuti non servono i mezzucci a cui ricorrono i partiti: non serve radicalizzare lo scontro, fare appello a grandi emozioni pubbliche (vedi la faccenda pro Pal), e non serve neppure puntare sulla capacità di presenza mediatica dei personaggi (se valesse quella, Ricci avrebbe agilmente prevalso su Acquaroli, mentre è accaduto esattamente il contrario). Per la verità va detto che gran parte della corsa alla radicalizzazione, leggi tutto

Una nuova crisi del sistema dei partiti?

Paolo Pombeni - 24.09.2025

Entriamo nella settimana che ci porterà il primo “test” elettorale con le elezioni nelle Marche (ci sarebbero anche quelle in Valle d’Aosta, ma la situazione viene considerata peculiare e non se ne occupa quasi nessuno). Clima elettrico nei partiti, molto meno nel Paese in generale, ma sembra di capire nelle stesse Marche.

Il problema che tutti si pongono è capire come sta il nostro sistema politico: che lo si possa interpretare veramente dai risultati delle urne regionali è dubbio, ma qualcosa si può intuire da come i partiti le stanno affrontando. Qui la parola d’ordine è: polarizzazione ad ogni costo. Più scatenati nel destra-centro, per ragioni che esamineremo, appena un po’ meno scalmanati nel campo largo, ma anche qui la tensione è alta.

Tutto dipende dalla convinzione che ormai a votare vanno solo gli… arrabbiati, o almeno che sono questi a fare la differenza. La conseguenza è che bisogna eccitare lo spirito di fazione, l’identificazione nello scontro finale. A destra ci sono due strategie, che hanno punti di contiguità, ma non sono eguali. La Lega, o almeno Salvini e il suo complicato partner Vannacci, spingono per i temi più tradizionalmente reazionari: difendiamoci dall’invasione degli immigrati, basta con le tasse, alziamo tutte le barriere pseudo-identitarie che leggi tutto

Polarizzazione politica e clima d’odio

Paolo Pombeni - 17.09.2025

Che ci fosse un preoccupante incremento del fenomeno della polarizzazione nella vita politica italiana l’abbiamo scritto più volte, non certo compiacendocene. Adesso il salto di qualità è dato dalla scelta da parte della presidente Meloni di denunciarlo come espressione di un “clima d’odio” che potrebbe portare ad esiti preoccupanti, secondo un membro del suo governo addirittura ad un ritorno al clima degli anni di piombo. E tutto sarebbe colpa della “sinistra”.

È veramente così? La faccenda non può essere liquidata semplicemente né con una adesione acritica alle intemerate che piovono da destra, né sottoscrivendo disinvoltamente gli argomenti dell’opposizione che nega il pericolo accusando i suoi avversari di drammatizzare alcuni eventi per mobilitare meglio le sue falangi elettorali. La faccenda è seria e merita di essere analizzata.

Partiamo dalla considerazione che ogni contesto politico di democrazia con libertà di opinione prevede inevitabilmente qualche forma di polarizzazione. Senza questa non ci sarebbe competizione per guadagnare il consenso: se le forze politiche ammettessero di essere intercambiabili fra di loro, non esisterebbero più “partiti”, ma solo occasionali 

aggregazioni attorno a degli obiettivi contingenti che cambiano nel tempo a seconda delle circostanze. Era quel che sognava uno dei primi analisti dei sistemi democratici di partito, Mosei Ostrogorski, che leggi tutto

Quale test per le prossime elezioni regionali

Paolo Pombeni - 10.09.2025

La telenovela delle candidature per i “governatori” delle regioni che andranno al voto si è quasi conclusa. Il centro sinistra, o meglio il campo largo ha trovato una sistemazione in tutte. Al centrodestra manca veramente solo il tassello, certo non secondario, del Veneto, perché in Campania e in Puglia la scelta del candidato è una questione di scarso significato, essendo improbabile che in quelle regioni ci siano opportunità di vittoria (conseguenza: si devono trovare candidati significativi, ma indifferenti alla sconfitta prevista: la classica quadratura del cerchio). Dunque si inizia già a ragionare su chi esce meglio e chi peggio dalle baruffe di questa fase e soprattutto ci si arrovella a cercar di capire quali presagi trarre per la prossima tornata delle elezioni nazionali.

Avvertiamo subito che ci sono due incognite che possono determinare dei cambiamenti di orizzonte significativi. La prima è se davvero in parlamento si riuscirà a trovare il consenso necessario per una riforma della legge elettorale che si presume sarà nell’ottica del ritorno ad un sistema proporzionale con premio di maggioranza alla lista che supera una certa soglia (si propone il 40%). Ciò implicherebbe però l’indicazione da parte dei partiti del candidato premier e ovviamente la formazione previa di coalizioni. In questa

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