Un tornante difficile trattato con incomprensibile leggerezza
Dovrebbe essere impossibile trattare con leggerezza il tornante internazionale di fronte al quale ci troviamo. La conferenza della organizzazione per la cooperazione di Shanghai registra una chiara e complessiva sfida all’ordine mondiale come si è sviluppato dopo il 1945. Lo fa certamente perché quell’ordine è già di suo messo molto male, ma lo fa proponendo non di ricostruirlo in maniera adeguata, bensì di sostituirlo con un nuovo equilibrio (si fa per dire) con il perno non più ad Occidente, ma ad Oriente.
Diciamo subito che i due termini sono in verità un modo garbato per dire che al cosiddetto “secolo americano”, si sostituirà un secolo cinese, ad un impero più o meno su invito con sede a Washington, un impero con sede a Pechino, non si sa basato su quale collante per tenere insieme i suoi membri. Al momento quello proclamato è il rifiuto dell’egemonia occidentale, questione piuttosto ambigua da definire: la si presenta come una rivolta degli sfruttati contro chi per secoli li ha asserviti, cioè l’occidente euro-americano, ma poi ci si allarga, diremmo inevitabilmente a mettere in discussione il sistema costituzionale liberal-democratico che fu l’ideologia portante con cui i paesi di quell’area esercitarono la loro preminenza in nome del progresso e della
Il grande rebus dei dazi
A che punto è la guerra dei dazi fra Europa e Stati Uniti? Trump proclama che è finita con un ottimo accordo, ma fa parte della sua retorica che deve sempre vederlo trionfatore. In Italia il teatrino è il solito dominato dalla politica interna: il governo dice che è andata bene, ma per la verità avanza anche fra le righe qualche cautela, le opposizioni gridano al disastro dovuto alla resa di Meloni al tycoon di Washington.
La faccenda è tutt’altro che semplice da interpretare. Bisogna tenere conto che si è trattato per la UE di una partita molto difficile che aveva due grandi incognite: valutare l’impatto di una guerra commerciale senza limiti e tenere unita la compagine degli stati membri. Partiamo dal secondo punto e poi passiamo al primo.
Non ci si fermi sulle posizioni barricadiere di Macron e, un po’ meno convinte, di Merz, che avevano prospettato una risposta dura e una controffensiva per non cedere alle richieste di Trump. Si tratta in realtà del solito gioco del poliziotto cattivo e del poliziotto buono, perché né i francesi né i tedeschi sono nella posizione di affrontare una crisi del commercio fra Europa e USA. Altrettanto vale per chi, come l’Italia, spingeva per l’accordo anche se
Le incognite di Milano
Mentre il ondo sembra continuare sulla via della pazzia (Putin programma l’offensiva brutale d’estate, Netanyahu continua nella politica annientatrice a Gaza, Trump si balocca coi dazi), la politica italiana è assorbita dalla questione di Milano. Ci si chiede se siamo davanti ad una ripresa della filosofia neo giacobina che portò al grande pasticcio di Tangentopoli (non esattamente un passo avanti che ha migliorato la nostra politica), o se davvero ci sia un “normale” intervento della magistratura inquirente per porre un argine ad un andazzo corruttivo nella politica urbanistica della grande città.
Certamente il contesto è molto diverso da quello che connotò Tangentopoli. Per fortuna non abbiamo ancora (e speriamo continui così) il movimento popular-giustizialista a sostegno dei magistrati elevati a vendicatori della moralità pubblica. Questo nonostante la prosa dei pubblici ministeri milanesi indulga al tono da… catilinarie, e accanto alla denuncia di atti che secondo gli inquirenti sono interpretabili come reati siano presenti attacchi moralistici tanto alle figure degli inquisiti quanto al cosiddetto “sistema Milano”. Non è un bel modo di esercitare un ruolo di pubblica accusa che dovrebbe mettere ogni attenzione ad esprimersi nella maniera più tecnica e asettica possibile.
Soprattutto siamo in un altro quadro complessivo rispetto alle vicende dei primi leggi tutto
Appesi ai dazi
Il pirotecnico Donald Trump si è esibito in una ulteriore serie di prese di posizione: stavolta a tornare al centro è la questione dei dazi da imporre ai paesi che esportano negli USA, non importa quale sia il rapporto fra essi e Washington. Il focus è ora sull’Unione Europea i cui paesi membri sono accusati di aver vampirizzato per lunghi decenni l’economia americana.
Come sempre ci si chiede quale sia la portata di queste esternazioni, se siano sceneggiate momentanee o espressione di una strategia che va consolidandosi e di conseguenza quali debbano essere le reazioni dei paesi europei, sia singolarmente considerati sia come parte della UE.
Per capire va sempre tenuto presente che per Trump tutto si tiene: politica internazionale, politica economica, politica interna sono componenti di un unico mescolone, la sua visione del mondo di cui si sente il vero arbitro. Il tycoon è coerente, perché questa è stata la base della sua campagna elettorale e su questo ha raccolto il suo ampio, ma variegato e variopinto consenso.
Ora la base della sua richiesta di una specie di pieni poteri è nella promessa di risolvere grandi problemi, perché questo ha fatto grande l’America in momenti storici decisivi (idealizzati e in parte inventati) ed è colpa grave leggi tutto
I partiti e la ennesima ricerca del sistema elettorale perfetto
Mentre il mondo aspetta con ansia di vedere se almeno a Gaza ci sarà qualche spiraglio di miglioramento e mentre l’Europa attende di misurarsi con le decisioni di Trump sui dazi, i nostri partiti ragionano ormai con la testa alle prossime elezioni politiche che si terranno, salvo imprevisti mai esclusi, ad inizio del 2027.
Certo in mezzo ci sono le cinque regionali d’autunno (Veneto, Toscana, Marche, Puglia e Valle d’Aosta) ma sono vissute come una specie di premessa, non più significativa di tanto, a quelle visto che ormai i risultati a livello locale non si trasferiscono automaticamente in sede nazionale. Certo le coalizioni contano di sfruttare quegli esiti a livello “motivazionale” per rafforzare la propria immagine di forza (o di declino), ma sanno bene che vale fino ad un certo punto.
Si ritiene che in un sistema che difficilmente vedrà un significativo incremento della partecipazione elettorale a decidere saranno gli spostamenti che possono determinarsi fra i due campi. Lasciando da parte il mito del Centro determinante, in quanto lo si intenda come una aggregazione specificamente “centrista” di nuovo conio, si ragiona sul fatto che una quota abbastanza significativa di elettori possa spostarsi dal sostegno alla destra a quello alla sinistra o leggi tutto
La politica dell’estate
È un po’ presto per parlare già di politica estiva (quella che, nel disinteresse vacanziero, mena un po’ il can per l’aia), ma l’ondata di caldo eccezionale ha forse anticipato il consueto timing. Non certo perché il mondo si sia acquietato, anzi al contrario, ma forse proprio perché il continuo incalzare di notizie drammatiche le rende, purtroppo, routine che viene accettata.
Così le quotidiane intemerate di Trump vengono accolte come prevedibile espressione di un politico sui generis, anche perché non è semplice capire se siano alzate d’ingegno ad uso della comunicazione o se nascondano qualche tattica, se non proprio strategia per venire a capo di quello che l’inquilino della Casa Bianca valuta a suo modo un tornante storico.
Se dovessimo giudicare da tre reazioni importanti, diremmo che al momento la situazione per lo più non accenna ad evoluzioni. Sul delicato fronte ucraino Putin prosegue nella politica di ricerca dell’annientamento del suo nemico puntando sul brutale e cinico calcolo che ormai sia una questione di quantità di risorse da spendere. La Russia ha un’economia di guerra che sforna missili e droni in quantità impressionante, ha una cospicua riserva d’uomini che ritiene di poter sacrificare (adesso rinforzata dalla carne da cannone che gli fornisce leggi tutto
In un mondo senza coordinate
L’ulteriore complicarsi della situazione internazionale è sotto gli occhi di tutti e giustamente ci si chiede quale potrà essere il ruolo dell’Europa e nella fattispecie dell’Italia in un quadro che sta perdendo tutte le tradizionali coordinate di riferimento.
Il riferimento al diritto internazionale e all’illegittimità dell’uso della forza bellica per risolvere vere o presunte questioni fra stati non è più proponibile: a parte violazioni limitate che si sono avute anche nei decenni passati, l’invasione russa dell’Ucraina ha dato un colpo decisivo a quel contesto e la vicenda della guerra di Israele le ha dato il colpo definitivo. In questo ultimo caso si è avuta non soltanto una reazione ad un crimine orrendo perpetrato il 7 ottobre da un soggetto non statale come è Hamas, ma una guerra di distruzione che ha coinvolto altre realtà come Hezbollah in Libano, gli Houti in Yemen e ora l’Iran, considerato, fondatamente, il grande burattinaio della guerra ibrida ad Israele. Tutto ciò, a iniziare dall’Ucraina e avanti, senza dichiarazioni di guerra, rispetto di regole anche minime nell’impiego dei mezzi di distruzione, vera attivazione di sedi di arbitrato internazionale (l’ONU è scomparso dalla scena).
È in un contesto del genere che deve muoversi l’Europa e in essa e con essa l’Italia, del tutto leggi tutto
Il mondo brucia, ma la politica italiana va avanti
La situazione internazionale è sempre più complessa e sulle sue possibili evoluzioni non ci sono analisi indiscutibili e confortanti: è tutto in vorticoso movimento, non è possibile indicare con un minimo di certezze quali sbocchi si potranno trovare per le crisi che si accumulano pericolosamente l’una sull’altra.
In questo contesto chi lamenta che l’Italia non starebbe facendo abbastanza per contribuire a trovare soluzioni sembra non capire che sta chiedendo al nostro governo di svuotare il mare con un cucchiaio. Certo ci si può rammaricare che nel complesso l’Europa non riesca ad esercitare un peso di qualche rilievo, ma anche in questo caso si sorvola sul fatto che non ha strumenti adeguati: le sanzioni si sono dimostrate armi piuttosto spuntate e misure come il bloccare i rapporti con gli stati in guerra specialmente non vendendo loro armi sono ambigue: si rischia di colpire quelle parti che hanno delle ragioni senza scalfire quelle che hanno torto. Soprattutto si mettono in atto interventi che complicano il quadro delle relazioni e che incitano i peggiori nazionalismi, piuttosto che contribuire ad un ritorno alla ragione.
Così non è il caso di perdere tempo a chiedere al governo politiche di grande respiro che non è in grado di gestire, accontentandosi di leggi tutto
Referendum: una agitazione a perdere
Si è chiusa anche la lunga agitazione per i referendum ostinatamente voluti dalla CGIL e si è chiusa con una sconfitta chiara per i promotori. Per la verità il segretario Landini ha ammesso con molta trasparenza che sin dall’inizio era cosciente che difficilmente avrebbe raggiunto l’obiettivo dell’approvazione dei quesiti, ma che considerava conseguito quello di avere portato in piazza il tema ed il ruolo del suo sindacato raccogliendo il consenso di quasi un terzo del corpo elettorale.
Si è detto che era la solita via per addolcire una sconfitta, ma non è proprio così. Per capire cosa è successo nel profondo del sistema politico bisogna guardare dalla prospettiva della battaglia del massimalismo per imporre la sua egemonia: storicamente il massimalismo è sempre relativamente interessato alle vittorie immediate, perché rinvia tutto ad un momento finale apocalittico per preparare il quale va benissimo fare intanto il più possibile “agitazione” e movimentismo.
Non dovrebbe essere questo l’obiettivo di un sindacalismo consapevole (quello “rivoluzionario” si pensa abbia esaurito il suo tempo) e infatti per esempio la CISL si tiene ben lontana da quei lidi, ma siamo davanti ad una inclinazione che ha una sua storia. Più complicato è valutare la prospettiva dal punto di vista dei partiti di sinistra o comunque
Appesi ai referendum?
Sebbene quel che sta accadendo nel mondo inviti a pensare a cose serie (crisi continua nella guerra russo-ucraina, dramma di Gaza, affermazione della destra anti Europa nelle elezioni polacche), il dibattito di casa nostra si concentra sulla questione di come andranno i referendum del 8 e 9 giugno (le manifestazioni sulla crisi mediorientale sono, purtroppo, poco più che folklore impegnato).
Lo scontro fra le parti è molto aspro, a conferma del fatto che il contenuto dei quesiti, con l’eccezione parziale di quello sulla cittadinanza, è piuttosto di bandiera, per cui il tema è come mobilitare abbastanza partecipazione per far scattare il quorum che li rende validi. A prescindere da come la si pensi sui singoli quesiti, il vero nocciolo è, come si diceva una volta, un nocciolo politico: cioè la conquista di un ruolo di egemonia da parte di una componente della sinistra (multipla e non proprio coesa al suo interno) nella battaglia per l’apertura di una nuova fase di equilibri parlamentari e governativi (passando per le elezioni regionali).
Se non si capisce questo, tutto diventa scarsamente decifrabile. Gli slogan semplicistici di chi è il vero regista dell’operazione, il segretario della CGIL Landini, sono tutti legati a suscitare un’ondata emozionale che ha scarsa connessione col contenuto dei quesiti: leggi tutto


