Ultimo Aggiornamento:
17 aprile 2019
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La vigilia

Paolo Pombeni - 21.03.2018

L’attenzione si appunta sull’apertura dei lavori delle due Camere, anche se i media fanno a gara a spiegarci che tutto o quasi è praticamente deciso, sia per le presidenze che per le strategie per formare il futuro governo. Come sempre non è così, ma il gioco ad accaparrarsi la palma del “noi lo sapevamo già e ve l’avevamo anche detto” ha sempre il suo fascino.

In realtà ben poco è chiaro. Innanzitutto non si capisce ancora cosa guiderà la scelta finale dei due presidenti. Lasciamo da parte le rituali affermazioni sulla necessità di figure di alto spessore che diano automaticamente lustro alla seconda e terza carica dello Stato: fra quelle che ci vengono propinate non ce ne sono. Poco spazio sembra trovare al momento anche l’ipotesi di dare una camera alla maggioranza ed una alla opposizione, per la semplice ragione che una maggioranza non c’è e di conseguenza si fatica a capire chi possa rappresentare l’opposizione nel suo complesso. Oltre tutto questa prassi è stata una parentesi nella storia della repubblica essendo stata in vigore solo dal 1972 al 1992, cioè vent’anni su settanta. Per il resto le maggioranze si sono prese entrambe le Camere, semmai spartendosele fra i membri della coalizione di governo, giusto per leggi tutto

Giochi di Palazzo?

Paolo Pombeni - 14.03.2018

L’autoproclamatosi premier in pectore (altrimenti non ci sarebbe democrazia!) Luigi Di Maio liquida come giochi di Palazzo l’agitarsi convulso della politica a fronte di una situazione che non tanto ha visto uno stallo per mancanza di vincitori assoluti, ma che sconta una campagna elettorale giocata su promesse irrealizzabili che adesso vincolano i due partiti che potrebbero essere a un passo da Palazzo Chigi. Invece è solo la realtà politica che presenta il suo conto: la democrazia parlamentare non è una lotteria dove uno può estrarre il biglietto vincente con un colpo di fortuna.

Del resto, se di giochi di Palazzo si deve discorrere, già la questione di designare i vertici delle due Camere lo sono e i Cinque Stelle ci stanno partecipando alla grande. La delicatezza delle due posizioni sembra sfuggire e del resto era già accaduto nella legislatura appena conclusa, con la trovata di metterci Grasso e Boldrini, che non si sono rivelati esattamente due figure capaci di ricoprire il ruolo di mallevadori e garanti di una cultura politica nazionale capace di ricucire le lacerazioni di un paese in crisi. Così, una volta di più, le due presidenze vengono viste più come fortini da conquistare per piantarci la propria bandierina che leggi tutto

Un paese di fronte alla sua crisi politica

Paolo Pombeni - 07.03.2018
Che interpretazione dare dello tsunami elettorale che domenica 4 marzo 2018 si è abbattuto sull’Italia? In verità le interpretazioni che si sono susseguite in questi giorni sono convergenti: segnano il rigetto da parte di una metà abbondante del paese delle filiere che hanno prodotto nell’ultimo ventennio le classi dirigenti della politica italiana. Parliamo di filiere più che di partiti, perché altrimenti non si comprenderebbe perché il PD, che è stato connotato da una stagione di “rottamazione”, abbia pagato un prezzo così alto. In realtà quel partito aveva sì rottamato un po’ di vecchi leader e loro seguaci (prontamente corsi a farsi un loro partitino clamorosamente fallito), ma i nuovi erano prodotti di quelle stesse filiere ed avevano subito da quelle ereditato modalità, stili di comportamento e chiusure nei circoli consacrati.
Non stupisce dunque che il principale beneficiario della reazione a quel “sistema” sia stato il Movimento Cinque Stelle,  dove, pur con molte limitazioni, chiunque poteva buttarsi a guadagnare un posto in politica solo che fosse capace di disporre di un numero modesto di sostenitori nelle selezioni in rete (un obiettivo alla portata di molti se non di tutti). Abilmente, va riconosciuto, la dirigenza del movimento ha coronato l’esplicitazione di questo messaggio con la presentazione della sua ipotetica squadra di governo.
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Dopo le sparate elettorali

Paolo Pombeni - 28.02.2018

Si sa che specie negli ultimi giorni prima del voto tutti i partiti si arroccano sulle loro posizioni identitarie, timorosi di offrire il fianco alle incursioni degli avversari. Non mancano i giochi spregiudicati (per non dire sporchi) tipo il parlar bene di Minniti da parte di esponenti del centrodestra per sostenere dall’esterno la tesi che il PD non è più di sinistra, o lasciar intendere che la Bonino può diventare un elemento ponte col centrodestra, in modo da renderla sospetta agli elettori di centrosinistra e suscitare zizzania con Renzi, che già si preoccupa per l’ipotesi che quella lista superi il 3% non contribuendo così ad aumentare i seggi del PD.

Ci limitiamo a questi due esempi, anche se tutti stanno facendo cose simili. Naturalmente la contromossa contro le sparate iperboliche è la strategia del realismo ostentato, che è quanto sta facendo Gentiloni. E’ la vecchia tecnica con cui De Gasperi e Adenauer nel primo dopoguerra riuscirono a raccogliere un consenso maggioritario, ma allora si veniva dall’indigestione delle trombonate di fascismo e nazismo e tutti avevano toccato con mano dove si era andati a finire.

Non sappiamo se questa volta la strategia funzionerà, soprattutto perché l’astensionismo sottrae elettorato alle componenti più riflessive: è infatti tutto da leggi tutto

Grande coalizione e unità nazionale: riflessioni necessarie

Paolo Pombeni - 21.02.2018

Ha detto Gentiloni che tra governo di grande coalizione e governo di unità nazionale ci sono sottili differenze che tanto sottili non sono. Non ha spiegato di più, ma ha ragione. Vediamo di capire le differenze e soprattutto di interrogarci su cosa potrebbe significare un governo di unità nazionale e quali scenari potrebbe aprire nel contesto attuale.

La grande coalizione è una alleanza governativa che mette insieme due o più componenti che nella storia di un paese si sono presentate in competizione per la leadership dell’esecutivo. Il caso classico è l’alleanza in Germania fra CDU/CSU e SPD. Il governo di unità nazionale è quello a sostegno del quale si schierano tutti o quasi tutti i gruppi rappresentati in parlamento in nome di un superiore interesse del paese che è, o si ritiene che sia messo in grave pericolo. L’esempio classico è quello dei governi in tempo di guerra (nella Francia del 1914 venne chiamata una “unione sacra”).

La sottigliezza della distinzione sta nel fatto che anche le grandi coalizioni vengono presentate come alleanze eccezionali giustificate da emergenze, meno drammatiche di quelle di una guerra, ma comunque rilevanti. Tuttavia esse di per sé possono affermarsi, come è oggi il caso in Germania, lasciando vivere un sistema parlamentare in leggi tutto

La trappola delle coalizioni

Paolo Pombeni - 14.02.2018

Chi ha costruito il cosiddetto Rosatellum ha fatto male i conti: diventa sempre più evidente. Si è trattato dei classici apprendisti stregoni che hanno evocato spiriti che non sono poi stati capaci di tenere sotto controllo: avessero non diciamo letto la famosa poesia di Goethe, ma almeno visto il cartone con Topolino in quel ruolo forse sarebbe stati indotti a riflettere prima di buttarsi nella loro avventura.

Oggi ad essere diventato palese è un altro inghippo, quello delle coalizioni, immaginato nell’ingenua prospettiva di azzoppare i Cinque Stelle, mentre si sta rivelando una trappola per tutti i partiti, sebbene con modalità diverse. Innanzitutto andava tenuto conto che una formazione come M5S è inossidabile e resiste a qualsiasi attacco, perché si basa su elettori che l’hanno scelta a prescindere, sostanzialmente “per fede”. Dunque inutile pensare che le campagne di stampa che mettono in luce debolezze oggettive e anche peggio dei pentastellati possano allontanare più che qualche conversione marginale dell’ultimo momento.

Se dunque non serve contro i Cinque Stelle, a cosa serve la coalizione? La risposta è banale: si voleva offrire un canale di raccolta dell’italica tendenza alla frammentazione politica ottenendo che fosse quanto più piccolo possibile il numero dei voti o dispersi (si doveva pur inserire leggi tutto

Diatribe elettorali a vanvera

Paolo Pombeni - 03.02.2018

Lo confessiamo subito: non si riesce a resistere alla tentazione di mettere in rilievo le stranezze argomentative (argomentative si fa per dire) che circolano in questa disastrata campagna elettorale. L’ultima riguarda le reazioni che si sono avute ad un banale intervento di Romano Prodi che, interrogato su come guardava alle forze in campo in vista delle elezioni, ha espresso la più ovvia delle considerazioni, naturalmente dal suo punto di vista: 1) sono per favorire la governabilità e nell’ambito dell’area della sinistra chi può operare in questa direzione è la coalizione che si è formata intorno al PD; 2) Liberi e Uguali non vuole dare, né è in grado di dare un contributo in questa direzione.

Che da un uomo di governo, se non vogliamo usare l’altisonante formula di statista, venisse una risposta del genere non dovrebbe meravigliare. Che altro poteva dire? Che si augurava una vittoria dei campi politici con cui non si è mai identificato (una volta si chiamava la teoria del tanto peggio, tanto meglio: non ha portato molta fortuna) o che gli andava bene vedere una situazione di ingovernabilità facendo finta che ci fosse davvero chi poteva presentarsi come guardiano di non si sa quali sacri principi?

Si sarebbe potuto cogliere che Prodi leggi tutto

Una politica indecifrabile?

Paolo Pombeni - 24.01.2018

Difficile sfuggire al dovere di parlare di come evolve la sfida elettorale e soprattutto di ciò che ci attende dopo, se, come tutti o quasi credono, ci ritroveremo senza una maggioranza parlamentare di governo. I politici ovviamente non ne trattano, perché questo indebolirebbe la loro propaganda: ciascuno deve far finta che vincerà di sicuro.

Certo è molto complicato ragionare di politica in questo paese dove si sono persi i riferimenti basilari alle normali regole previste dalla politica e dalla Costituzione. E’ banale ricordare la sciocchezza secondo cui il presidente della repubblica dovrebbe dare l’incarico di formare il governo al partito più votato, quando si sa benissimo che è tenuto a darlo a chi risulta in grado di raccogliere una maggioranza parlamentare e di farlo sulla base di quello che gli hanno detto i rappresentanti dei partiti nelle consultazioni che è tenuto a fare. Se veramente dovesse dare l’incarico al leader del partito più votato, potrebbe risparmiarsi le consultazioni: gli basterebbe leggere i risultati che gli passa il Viminale.

Ovviamente può darsi che dalle consultazioni non emerga, almeno nella prima fase, l’indicazione di alcuna maggioranza possibile. E’ in questo caso che il presidente dà un “mandato esplorativo” al politico che ritiene in grado di leggi tutto

Dilemmi identitari e corsa alla visibilità

Paolo Pombeni - 17.01.2018

Gran brutta campagna elettorale. Le affermazioni a vanvera non si contano e si può fare solo una classifica fra quelle semplicemente avventate (tipo aboliamo le tasse universitarie, il canone Rai, il bollo auto, ecc.), quelle sloganistiche (aboliamo la Fornero, reintroduciamo l’art. 18 per tutti, ecc.) e quelle francamente preoccupanti perché mostrano che non si sa di cosa si parla (razza bianca in pericolo, islamizzazione incombente, 400 leggi da abolire subito, ecc.). Perché si è arrivati a questo punto? Gran bella domanda, come si usa dire.

Qui infatti siamo oltre la politica spettacolo, che è ormai un fenomeno con cui siamo abituati a fare i conti. Di quella rimane la rincorsa ai “testimonial” da inserire nelle liste, ammesso che nel bailamme delle attribuzioni si possa far posto anche a loro. Intanto però ci si prova facendo sapere in giro che si candiderà l’attore di successo (o presunto tale), l’astronauta che ha conquistato le prime pagine, il manager che può vantare successi, il filantropo che ha commosso il paese. Se non si riuscirà davvero a infilarli nelle liste in posizioni vincenti, almeno si farà sapere che “votano per noi”.

La rincorsa alle frasi roboanti e alle promesse buttate lì senza alcun previo ragionamento è un altro paio leggi tutto

Un paese di creduloni?

Paolo Pombeni - 10.01.2018

Tutti o quasi si interrogano sulla stranezza di questa campagna elettorale in cui la corsa a chi la spara più grossa sta diventando spasmodica. Non che in assoluto sia una novità quella delle esagerazioni in campagna elettorale, ma sinora non ci era spinti tanto avanti, o meglio le stramberie erano state lasciate a personaggi di seconda fila ed a partiti tutto sommato marginali. Una generalizzazione sfrontata del fenomeno non si era ancora vista. In più questa volta c’è il patente disprezzo dell’invito più che sensato del presidente della repubblica a mantenere la propaganda in confini accettabili e a non avventurarsi in proposte che non hanno fondamento nella realtà.

Ce n’è dunque abbastanza per chiedersi cosa sia mai successo. Soprattutto la domanda che ci pare nessuno si sia fatto è come mai tutte le forze politiche siano convinte di trovarsi di fronte ad un paese di creduloni disposti a bersi qualsiasi favola si ammannisca loro. Naturalmente è piuttosto incredibile che ci si sia convinti che ormai l’opinione pubblica sia incapace di percepire il sentore di fantasia scatenata che produce proposte la cui realizzabilità è immediatamente sospetta.

E allora? La faccenda è, a nostro giudizio, seria e merita qualche riflessione. Dobbiamo partire dallo scomporre il problema, leggi tutto