USA, Europa, Italia
In quel gioco di specchi che è diventata al momento la politica internazionale ci si interroga sul peso da dare al documento programmatico dell’amministrazione americana che prova a disegnare il futuro della sua politica estera scagliandosi con violenza con l’Europa. Come era da aspettarsi questo accende un dibattito anche nella nostra vita politica, considerando le sue incertezze e le scelte pro Trump della presidente Meloni.
Ma andiamo con ordine. Quanto al significato del documento americano ci sono fra gli osservatori pareri contrastanti. Se tutti sottolineano il tributo che esso paga alle mode della destra statunitense, il mondo sbrigativamente etichettato MAGA, per cui vanno messi nel conto eccessi retorici, ci si divide se considerarlo un piano che riflette andamenti reali o un manifesto retorico che è più che altro destinato a mandare messaggi provocatori a vari interlocutori. A nostro modesto avviso le due interpretazioni non si eludono a vicenda, ma sono integrate.
La storia delle relazioni internazionali contiene non pochi esempi di documenti di quel tipo che hanno sbandierato una linea abbandonata in seguito per adeguarsi al contesto delle forze e delle tensioni in campo. Avverrà così anche questa volta, soprattutto se i messaggi subliminali mandati a vari interlocutori andranno o non andranno leggi tutto
Rebus elettorale
C’era da aspettarselo: il test delle regionali d’autunno ha continuato a fornire l’immagine di un paese spaccato e incerto, per cui la maggioranza attuale studia come potersi consolidare nella prossima legislatura e le opposizioni ragionano su come trarre profitto dalla situazione per giungere a prevalere alle prossime elezioni. In verità, confusione chiama confusione, sicché non c’è da aspettarsi molto di buono.
Molto sembra concentrarsi sul tentativo di fare l’ennesima riforma della legge elettorale, nella eterna illusione che basti inventarsi la “porcata” giusta (tanto per riprendere una famosa definizione di Calderoli) per raggiungere quel risultato che altrimenti non uscirebbe dalla decisione degli elettori. Si capisce che in un contesto dove a votare, se va bene, ci va la metà degli aventi diritto la spinta a sfruttare la situazione è molto forte. Come abbiamo già avuto occasione di scrivere, la scelta più che ambigua è puntare sulla radicalizzazione della spaccatura in due dell’elettorato. Qui l’ambiguità sta nel fatto che manca il presupposto per una applicazione razionale di questa strategia: il paese è artificialmente spaccato in due, in realtà è frammentato in molte più parti che possono, ma anche non possono riuscire a coalizzarsi in due campi, per cui si strologa su come fare a costringere la leggi tutto
Bipartitismo imperfetto o pluralismo polarizzato?
La duplice interpretazione sul sistema politico della prima repubblica proposta a suo tempo da Giorgio Galli e da Giovanni Sartori torna più che mai in campo dopo l’ennesimo test proposto dalla tornata di elezioni regionali di questo autunno. Spieghiamo in sintesi le due letture. Il bipartitismo imperfetto, figlio di un’epoca in cui si pensava che sul modello anglosassone la perfezione politica fosse la spaccatura dell’elettorato in due partiti, guardava all’idea che in Italia la “imperfezione” di avere molti partiti nascondesse il fatto che in realtà a contare davvero erano solo due, la DC e il PCI (che si trainava più o meno il PSI). Il pluralismo polarizzato proponeva invece di considerare che la pluralità dei partiti nel sistema italiano era un dato di fatto in cui ognuno stava saldo nell’occupazione della sua fetta di opinione pubblica, salvo per tutti la spinta a coalizzarsi per necessità intorno a dei “poli” che si contrapponevano.
Bene, a questo punto siamo ancora, se vogliamo guardare alle ultime tornate elettorali e ai tormenti che attanagliano i partiti nazionali. Le prove delle urne sembrano confermare l’instaurarsi di un nuovo tipo di pluralismo rispetto a quello della prima repubblica, ma simile ad esso sia per tecniche di
Mattarella: Un orizzonte minaccioso
Il discorso del presidente Mattarella di fronte al parlamento tedesco lo scorso 16 novembre non è stato affatto un discorso d’occasione, pur importante e pensoso come imponeva la giornata dedicata al lutto per i caduti delle guerre, È stato un autorevole atto di messa in guardia di fronte al crinale su cui si sta affacciando il mondo in questa tormentata e rischiosa fase della storia: perché le vittime che si celebravano nel ricordo erano “cadute negli abissi della storia, nelle insidie tese da altri uomini”.
A partire da questa impegnativa affermazione, che contraddice ogni retorica celebrativa, il nostro presidente richiama appunto quegli abissi iniziati con le guerre mondiali e che paiono non volersi chiudere. “Da allora, il volto della guerra non si riflette soltanto in quello del combattente, ma diviene quello del bambino, della madre, dell’anziano senza difesa. È quanto accade, oggi, a Kiev, a Gaza. La guerra totale esige non la sconfitta, la resa del nemico, ma il suo annientamento. Un accrescimento di crudeltà”.
E c’è di peggio. Ora “con l’era atomica, un solo gesto può cancellare una città e l’innocenza stessa del mondo”. Non è un generico ritorno alla preoccupazione per l’olocausto nucleare, quello che decenni fa si era considerato pazzia (MAD: mutual leggi tutto
Alla fine dei conti
La stucchevole polemica per il referendum sulla riforma dell’ordinamento giudiziario non conosce soste nei talk e meno intensamente sulla stampa, ma al momento non sembra appassionare l’opinione pubblica. La stessa politica, lasciato quell’argomento per lo più ai vari personaggi-spettacolo, al momento si concentra su altro, cioè sulla legge di bilancio che deve essere approvata entro fine anno.
Il rituale è più o meno il solito: in vista di un piccolo, ma non del tutto insignificante spazio di dibattito parlamentare in cui qualche limatura si potrà avere, intanto ci si prepara con attacchi di diverso genere: abbastanza scomposti e populisti da parte dell’opposizione, più settoriali e talora subdoli da parte di categorie più vicine alla maggioranza.
Il nocciolo della questione è che siamo di fronte al fare parti uguali fra disuguali: la celebre frase di don Lorenzo Milani, divenuta titolo di un importante libro di Ermanno Gorrieri uscito dal Mulino nel 2002, ed ora oggetto di un bel docu-film liberamente visibile in rete. Oltre a questo sarebbe da citare un altro bel libro di Gorrieri, “la giungla retributiva” (1972), perché coglieva, mezzo secolo fa, il tema che è al centro dell’attuale diatriba.
Tutto infatti si impernia, in ultima istanza, sul problema di chi e come debba leggi tutto
Un referendum per spaccare il paese
In politica la radicalizzazione esasperata degli scontri è una brutta bestia. Lo sanno tutti, ma è come per il vizio: ben pochi lo difendono, moltissimi ci cascano e lo praticano. È quel che purtroppo ci attende con l’apertura della campagna per il referendum confermativo della riforma che passa sotto il nome di separazione delle carriere.
Ragionarci con distacco è impresa ardua, ma noi, nel nostro piccolissimo, ci proviamo. Il punto di partenza è che si discute di due temi che a rigore non dovrebbero essere neppure strettamente connessi (ma, lo vedremo, lo sono): l’organizzazione delle funzioni dal momento che si è deciso di passare nel processo penale al sistema accusatorio (riforma Vassalli: 1988!!); l’autogoverno corporativo dei magistrati.
In sé nel momento in cui si era passati al nuovo regime (quello “all’americana”, che gli anziani come chi scrive avevano appreso in TV nei telefilm di Perry Mason) avrebbe dovuto essere inevitabile una specializzazione del ruolo del P.M. che si diversificava da quello del giudice. Si poteva trattare di adeguare il nostro ordinamento a quel che è in vigore in quasi tutti gli stati democratici che hanno il sistema accusatorio, e infatti abbiamo dagli anni Ottanta del secolo scorso in avanti molteplici proposte di agire in quella direzione, proposte che
Le trasformazioni del PD
Ricordate la balena bianca. Era il nomignolo che Giampaolo Pansa aveva affibbiato alla DC per la sua capacità di uscire indenne da mille tentativi di annientarla come la mitica Moby Dick. Oltre a questo l’immagine rimandava però ad un corpaccione che teneva dentro di tutto e tutto re-impastava: destra, centro, sinistra, con molteplici sfumature per ciascuna.
Viene in mente questa rappresentazione di fronte a quanto sta accadendo nel PD, anch’esso un corpaccione in cui sta di tutto e di più e che, come il fu partito cattolico, cerca di tenerlo insieme con una strutturazione sempre più evidente in correnti. Difficile definire il PD come una balena con un colore: rossa la vorrebbero alcuni, altri preferirebbero un colore più mélange, fate voi. Cerchiamo piuttosto di vedere se il modello dc, che apertamente nessuno accetterebbe di sottoscrivere, possa reggere.
Si potrebbe partire dalla sottolineatura che nei partiti-balena è l’occupazione del potere a fare da collante. La Democrazia Cristiana storica il potere lo deteneva innanzitutto con il controllo, a lungo insostituibile, poi comunque centrale del governo nazionale (poi venivano comuni, regioni e quant’altro). Il PD nelle sue varie versioni un potere in dimensioni simili non lo ha mai avuto, se non in alcune leggi tutto
Europa e Italia nella crisi internazionale
Sebbene i travagli dei partiti dopo la prima tornata delle regionali e in attesa della seconda a fine novembre non siano di poco conto, a determinare l’andamento della politica italiana saranno molto di più le crisi internazionali che sono ancora lontane dal trovare una soluzione. La gente magari fatica cogliere questo passaggio convinta tanto il nostro Paese quanto l’Europa siano soggetti marginali in ciò che sta avvenendo. È così, se si pensa solo al tavolo di regia delle crisi, ma non lo è se si considera che quanto avverrà avrà riflessi su una pluralità di ambiti.
Gestione delle politiche del commercio internazionale a cominciare dai dazi, impulso o depressione alle politiche economiche che possono venire da situazioni post belliche che richiederanno investimenti, spese più o meno accentuate per fronteggiare i nuovi imperialismi e le loro espansioni, tutto questo avrà ricadute anche non banali sui bilanci degli stati europei e su quello della UE. E non parliamo dei turbamenti che essi trasmettono nelle opinioni pubbliche e che mettono alla prova la tenuta dei governi toccando la gestione degli equilibri sociali nonché di quelli tra le forze politiche (peraltro già precari).
Per l’Europa il conflitto più impattante è indubbiamente quello russo-ucraino, nonostante le opinioni pubbliche leggi tutto
Regionali: nessun esperimento
Ad una tornata elettorale a fine anni Cinquanta del secolo scorso la CDU di Adenauer si presentò con lo slogan: “Nessun esperimento!”. Potrebbe essere l’epitaffio che spiega l’andamento delle tre elezioni regionali appena concluse e che probabilmente verrà confermato per l’intero ciclo che si concluderà a fine novembre (la sola possibile incognita è la Campania, ma è difficile che inverta il trend).
Cosa è infatti accaduto? Semplicemente che sono usciti perdenti tutti i tentativi di cambiare la situazione dei governi in carica contrapponendo ad essi progetti fantasiosi che rincorrevano tendenze di moda nel teatrino della politica. I tre governatori confermati, ciascuno con buon, talora ottimo margine, cioè Acquaroli, Occhiuto, Giani, non sono personaggi da talk show, non hanno fatto campagne sfavillanti a suon di trovate per finire in prima pagina. Non sono certo omogenei come collocazione nelle rispettive coalizioni: Acquaroli è un meloniano storico, Occhiuto un uomo di FI che viene da un lontano passato DC, Giani un socialista niente affatto omogeneo al cerchio magico della Schlein (che infatti non lo voleva candidato, anche se adesso cerca di intestarsi la vittoria). Hanno però in comune una presenza costante nella gestione dell’amministrazione regionale: più o meno brillante a seconda dei casi, ma comunque costante.
Governare al centro paga
Che lettura dare dell’esito della seconda prova di elezioni regionali? Ha vinto il centro destra ed è uscito con le ossa rotte il cosiddetto campo largo: vero, ma banale. La faccenda è un poco più complessa e merita qualche riflessione, pur premettendo che ogni regione ha una sua storia specifica, il che vale ancora di più per una regione meridionale e fra queste particolare come è la Calabria.
Tuttavia qualche linea di tendenza si può scorgere se compariamo l’elezione ultima con quella delle Marche e con quanto ci si aspetta dalle prossime regioni chiamate al voto. Igor Taruffi, uno dei personaggi del PD più omogenei alla Schlein, ha invitato a fare i bilanci solo alla fine: lo ha detto per consolarsi di due sconfitte brucianti, ma noi lo prendiamo in parola.
Su cinque regioni che sono andate o che andranno al voto (lasciamo da parte la Valle d’Aosta, troppo atipica), in due hanno già vinto i governatori in carica e in Toscana ci si attende con buona approssimazione che avvenga lo stesso. Nelle tre in cui si voterà tra la settimana prossima e il 23-24 novembre non c’è possibilità di confermare i governatori in carica per via del divieto del terzo mandato, tuttavia i leggi tutto


