I dilemmi europei e una politica italiana prigioniera del radicalismo
Non era facile immaginare due eventi più drammaticamente agli antipodi come la fiammata insurrezionistica a Torino e il discorso di Draghi in Belgio in occasione del conferimento di una laurea honoris causa. Da un lato il fenomeno di una esplosione di violenza anarcoide senza radici razionali al di là di una confusa (ed eterna) aspettativa da parte di minoranze emarginate della rivoluzione alle porte. Dall’altro lato una personalità che sempre più si fa apprezzare come la voce della coscienza dei tempi nuovi, voce che proclama la fine dell’ordine globale. Eppure entrambi gli eventi, l’uno confusamente, l’altro lucidamente, segnano la presenza di un epocale tornante storico.
Ad esso non si può rispondere predicando la violenza levatrice della storia: quello era uno slogan che funzionava quando c’era ancora un po’ di “filosofia” nelle rivolte di piazza, oggi siamo al distruggere per il gusto di mostrare, facendolo a pezzi, una ipotetica superiorità rispetto al mondo così com’è. Altrettanto è illusorio pensare che ai conati violenti si possa contrapporre semplicemente la repressione: per renderla almeno ipoteticamente efficace si dovrebbe arrivare alla soppressione di tutte le libertà, il che, anche a lasciar da parte considerazioni morali, sarebbe nocivo, probabilmente mortifero per il nostro sistema socio-politico occidentale. leggi tutto
L'Europa e Trump
I fuochi pirotecnici di Trump continuano a costituire una grossa incognita per il futuro degli stati europei, sia come singoli, sia come associati nella UE. Interpretare le uscite del presidente americano è un’impresa pressoché impossibile, tanto sono in continuo cambiamento e contraddittorie fra loro (fino al punto da far sospettare sulla sua salute mentale…). Tuttavia i leader europei devono di necessità fare i conti con questo inaspettato politico a cui si potrebbe applicare il ritratto feroce che venne fatto per Bismarck: un giocoliere con tre palle di cui una sempre in aria.
Per chi governa il problema è come affrontare il rapporto con un personaggio che sta distruggendo i rapporti con l’Europa e non si capisce bene a qual fine. Indubbiamente interpreta un sentimento isolazionista che in America è sempre esistito e che oggi, anche per i tempi di crisi globale che stiamo affrontando, guadagna un maggiore consenso fra quella parte di popolazione che è incerta sul proprio futuro. Tuttavia per lisciare il pelo a questi sentimenti non ci sarebbe bisogno di spingersi in scontri che non hanno un senso compiuto.
Prima la politica folle sui dazi (rientrata abbastanza rapidamente, ma la cui ripresa è continuamente minacciata), poi la pretesa di annettersi la Groenlandia dove leggi tutto
Oltre la piccola tattica pre-elettorale
Con un mondo impazzito che rischia di deragliare non si sa bene in quale direzione, dalla politica italiana ci sarebbe da aspettarsi qualcosa di meglio di una trita rincorsa alla demagogia pre-elettorale. D’accordo, alle elezioni politiche manca circa un anno e qualche mese, potrebbe anche darsi che venissero anticipate un poco anche se a stare alle previsioni di chi frequenta i gangli della vita politica l’ipotesi non trova grande credito (a meno, ovviamente, di sussulti oggi imprevedibili). Si capisce che alle forze politiche sembri un tempo non così ampio se si vogliono spostare in modo significativo dei consensi da un campo all’altro, magari riuscendo a recuperare un poco di astensione.
L’idea largamente condivisa nei loro vertici è che, se la distribuzione del voto rimane più o meno quella che si può ricavare dai sondaggi, la partita sia assolutamente in bilico, con un’alta probabilità di avere un parlamento senza una solida maggioranza, dunque soggetto a tutte le possibili fluttuazioni con una classe politica in cui se non tutti, una buona parte alla fine in circostanze del genere si comporta senza seguire le indicazioni dei partiti. Gli inglesi chiamano questa situazione “il parlamento appeso”, ma tant’è: il nocciolo duro è che in condizioni del leggi tutto
L’Italia e il difficile tornante internazionale
La situazione internazionale va sempre più complicandosi e per il nostro Paese fronteggiarla non è cosa semplice. In termini generali siamo una nazione che fa contemporaneamente riferimento alla Unione Europea e all’Alleanza Atlantica: non semplicemente due “collocazioni”, ma per un rilevante fattore storico due scelte di campo. Su questo convergono il presidente Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, come ha avuto modo di ribadire nella conferenza stampa di inizio anno. Certamente una affermazione non banale.
Passare però dalle prese di posizione ad una politica attiva è meno semplice di quanto sembri, a meno di non credere a quell’approccio ingenuo alle relazioni internazionali che pensa che tutto funzioni più o meno come nei rapporti fra privati liberi di ispirarsi, si spera, a valutazioni di ordine generale. Così non è mai stato, ma non lo è in particolare nel momento in cui il quadro della geopolitica è, a dir poco, in subbuglio.
Le pulsioni neo imperiali che sono diventate dominanti condizionano le azioni di tutti gli stati, perché nessuno può prescindere dal venir meno del quadro di relativo equilibrio di cui abbiamo goduto sino ad alcuni anni fa. Oggi si muovono tre attori che sconvolgono tutto e grazie a questo acquistano spazi di azione alcuni leggi tutto
Un mondo sempre più in tensione
L’aveva detto Mattarella nel suo messaggio di fine anno: “il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante [sottolineiamo il termine] il rifiuto di chi la nega perché si sente il più forte”. Ciò senza sorvolare sul fatto che “abbiamo di fronte problemi vecchi e nuovi accresciuti dall’incertezza del contesto internazionale” e che “siamo in tempo in cui tutto diventa globale e interdipendente”. Nel precedente discorso agli ambasciatori aveva anche sottolineato come “l’epoca di transizione in cui ci troviamo presenta pericoli che dobbiamo saper tempestivamente riconoscere” e “a stagliarsi all’orizzonte c’è il rischio di un generale arretramento della civiltà”.
Quel che è successo in Venezuela il 3 gennaio colora drammaticamente le considerazioni del nostro Presidente. Siamo infatti di fronte ad un nuovo capitolo di quel ritorno all’imperialismo come cultura dominante nelle relazioni internazionali che è stato il cruccio di tutti gli osservatori nell’anno appena concluso.
Si tratta, dobbiamo dirlo, di una tematica estremamente difficile da dominare che la rincorsa agli slogan ad effetto che dominano nella comunicazione dei politici e nelle analisi dei talk show non aiuta certo a capire.
C’erano già due scenari molto complicati. Il primo era la questione ucraina dove il mese scorso si è continuato leggi tutto
L’Italia e la questione ucraina
Siamo in una settimana molto importante, se non decisiva, per quanto riguarda il ruolo dell’Europa (e dunque anche dell’Italia) nella questione ucraina. Si sa che Trump vorrebbe, per ragioni di immagine, poter festeggiare il Natale con un accordo che metta fine alla guerra guerreggiata, ma constatiamo che non sembra facile dal momento che Peskov, il portavoce di Putin, ha affermato una volta di più che la Russia vuole la pace e non si accontenta di una tregua, cioè di un cessate il fuoco. Se questo continuasse a significare che lo zar vuole la vittoria alle sue condizioni, non ci sarebbe molto da sperare, ma siccome si fanno filtrare speranze per dei passi avanti nei negoziati e lo dice anche Trump può anche darsi che qualcosa si stia muovendo.
Certamente c’è una atmosfera da fiato sospeso in vista del Consiglio europeo del 18-19 dicembre. A Berlino sono in corso negoziati che coinvolgono sia gli americani che gli ucraini sotto l’egida dei volonterosi che questa volta vedono presente anche la nostra Presidente del Consiglio. I messaggi di speranza lanciati dai vari interlocutori prima e durante l’incontro serale del 15 dicembre possono far parte della liturgia diplomatica, che non vuole diffondere pessimismo specie in un leggi tutto
USA, Europa, Italia
In quel gioco di specchi che è diventata al momento la politica internazionale ci si interroga sul peso da dare al documento programmatico dell’amministrazione americana che prova a disegnare il futuro della sua politica estera scagliandosi con violenza con l’Europa. Come era da aspettarsi questo accende un dibattito anche nella nostra vita politica, considerando le sue incertezze e le scelte pro Trump della presidente Meloni.
Ma andiamo con ordine. Quanto al significato del documento americano ci sono fra gli osservatori pareri contrastanti. Se tutti sottolineano il tributo che esso paga alle mode della destra statunitense, il mondo sbrigativamente etichettato MAGA, per cui vanno messi nel conto eccessi retorici, ci si divide se considerarlo un piano che riflette andamenti reali o un manifesto retorico che è più che altro destinato a mandare messaggi provocatori a vari interlocutori. A nostro modesto avviso le due interpretazioni non si eludono a vicenda, ma sono integrate.
La storia delle relazioni internazionali contiene non pochi esempi di documenti di quel tipo che hanno sbandierato una linea abbandonata in seguito per adeguarsi al contesto delle forze e delle tensioni in campo. Avverrà così anche questa volta, soprattutto se i messaggi subliminali mandati a vari interlocutori andranno o non andranno leggi tutto
Rebus elettorale
C’era da aspettarselo: il test delle regionali d’autunno ha continuato a fornire l’immagine di un paese spaccato e incerto, per cui la maggioranza attuale studia come potersi consolidare nella prossima legislatura e le opposizioni ragionano su come trarre profitto dalla situazione per giungere a prevalere alle prossime elezioni. In verità, confusione chiama confusione, sicché non c’è da aspettarsi molto di buono.
Molto sembra concentrarsi sul tentativo di fare l’ennesima riforma della legge elettorale, nella eterna illusione che basti inventarsi la “porcata” giusta (tanto per riprendere una famosa definizione di Calderoli) per raggiungere quel risultato che altrimenti non uscirebbe dalla decisione degli elettori. Si capisce che in un contesto dove a votare, se va bene, ci va la metà degli aventi diritto la spinta a sfruttare la situazione è molto forte. Come abbiamo già avuto occasione di scrivere, la scelta più che ambigua è puntare sulla radicalizzazione della spaccatura in due dell’elettorato. Qui l’ambiguità sta nel fatto che manca il presupposto per una applicazione razionale di questa strategia: il paese è artificialmente spaccato in due, in realtà è frammentato in molte più parti che possono, ma anche non possono riuscire a coalizzarsi in due campi, per cui si strologa su come fare a costringere la leggi tutto
Bipartitismo imperfetto o pluralismo polarizzato?
La duplice interpretazione sul sistema politico della prima repubblica proposta a suo tempo da Giorgio Galli e da Giovanni Sartori torna più che mai in campo dopo l’ennesimo test proposto dalla tornata di elezioni regionali di questo autunno. Spieghiamo in sintesi le due letture. Il bipartitismo imperfetto, figlio di un’epoca in cui si pensava che sul modello anglosassone la perfezione politica fosse la spaccatura dell’elettorato in due partiti, guardava all’idea che in Italia la “imperfezione” di avere molti partiti nascondesse il fatto che in realtà a contare davvero erano solo due, la DC e il PCI (che si trainava più o meno il PSI). Il pluralismo polarizzato proponeva invece di considerare che la pluralità dei partiti nel sistema italiano era un dato di fatto in cui ognuno stava saldo nell’occupazione della sua fetta di opinione pubblica, salvo per tutti la spinta a coalizzarsi per necessità intorno a dei “poli” che si contrapponevano.
Bene, a questo punto siamo ancora, se vogliamo guardare alle ultime tornate elettorali e ai tormenti che attanagliano i partiti nazionali. Le prove delle urne sembrano confermare l’instaurarsi di un nuovo tipo di pluralismo rispetto a quello della prima repubblica, ma simile ad esso sia per tecniche di
Mattarella: Un orizzonte minaccioso
Il discorso del presidente Mattarella di fronte al parlamento tedesco lo scorso 16 novembre non è stato affatto un discorso d’occasione, pur importante e pensoso come imponeva la giornata dedicata al lutto per i caduti delle guerre, È stato un autorevole atto di messa in guardia di fronte al crinale su cui si sta affacciando il mondo in questa tormentata e rischiosa fase della storia: perché le vittime che si celebravano nel ricordo erano “cadute negli abissi della storia, nelle insidie tese da altri uomini”.
A partire da questa impegnativa affermazione, che contraddice ogni retorica celebrativa, il nostro presidente richiama appunto quegli abissi iniziati con le guerre mondiali e che paiono non volersi chiudere. “Da allora, il volto della guerra non si riflette soltanto in quello del combattente, ma diviene quello del bambino, della madre, dell’anziano senza difesa. È quanto accade, oggi, a Kiev, a Gaza. La guerra totale esige non la sconfitta, la resa del nemico, ma il suo annientamento. Un accrescimento di crudeltà”.
E c’è di peggio. Ora “con l’era atomica, un solo gesto può cancellare una città e l’innocenza stessa del mondo”. Non è un generico ritorno alla preoccupazione per l’olocausto nucleare, quello che decenni fa si era considerato pazzia (MAD: mutual leggi tutto


