Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
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L’enigma Pisapia

Paolo Pombeni - 15.07.2017

Era stato presentato come il federatore della sinistra che si trova al di fuori del PD, ma si era evitato di considerare che le federazioni sono operazioni difficili, perché ci vuole molto tempo perché si verifichino le necessarie “cessioni di sovranità”: la storia dell’Unione Europea forse potrebbe insegnare qualcosa. Sin qui risulta più che altro una speranza di quella quota di opinion leader e opinion maker che puntavano alla nascita del contrappeso ad un Renzi che non si riusciva a contenere in nessun modo, ma di cui si sapeva di non poter fare a meno.

L’operazione sta fallendo esattamente su questo punto, per opera congiunta delle due parti in campo e anche, ammettiamolo, per l’inadeguatezza che sino a questo momento rivela Pisapia. L’ex sindaco di Milano, elevato a simbolo di una delle rare operazioni vincenti di coalizione a sinistra, doveva essere il personaggio in grado di raccogliere attorno a sé i delusi da quello che consideravano il moderatismo renziano, ma senza che con ciò si cadesse nell’eterno vizio della sinistra, quello di costruirsi un demonio da combattere anche a costo di condannarsi alla minorità politica. Pisapia aveva dunque prospettato un suo ruolo che era al tempo stesso di federatore della leggi tutto

PD: troppo di lotta e poco di governo?

Paolo Pombeni - 12.07.2017

La leadership si nutre del teatrino mediatico, ma non è detto che sia la miglior cosa possibile. Renzi dovrebbe averlo capito dai tempi della campagna per il referendum costituzionale, ma sembra non sia così. Dopo un breve periodo di continenza, ecco il segretario del Pd tornato in campo con tutta l’aggressività di cui è capace per rilanciare l’immagine di un partito sempre più di lotta (elettorale) e sempre meno di governo. I maligni dicono che essere di governo oggi significherebbe rafforzare Gentiloni anche per il post elezioni e scommettono sull’ossessione di Renzi di tornare ad ogni costo a Palazzo Chigi. Se davvero fosse così significherebbe che non è un leader nel vero senso della parola: quelli sanno aspettare e costruire nell’attesa. C’è da sperare non sia così, perché di leader politici veri l’Italia ha gran bisogno.

Sia come sia, resta il fatto che Renzi aprendo un contenzioso con la UE ha messo in posizione difficile il governo che pure il suo partito supporta. I commentatori sottolineano che subito è stato corretto il tiro: il segretario del PD ha specificato che le sue proposte valgono per il prossimo governo pienamente legittimato dalle future elezioni; Padoan ha dato più o meno la stessa interpretazione all’intemerata renziana. leggi tutto

Migranti e Europa: la fiera delle ipocrisie

Paolo Pombeni - 05.07.2017

Che la questione delle ondate dei migranti che investono l’Europa fosse una bomba ad orologeria è stato detto e scritto più volte: ciò che stupisce è la fiera di ipocrisie che si è scatenata per far finta di essere tutti buoni e lasciare invece marcire la questione.

Partiamo dal rinvio al codice del mare di Amburgo che impone il salvataggio dei naufraghi e il loro sbarco nel porto più vicino. Tutti fingono che le masse umane che attraversano con mezzi precari il canale di Sicilia o i mari greci siano paragonabili ai “naufraghi” che sono vittime di disgrazie più o meno accidentali. Ovviamente quel tipo di naufraghi, per così dire classico, sono persone che hanno un loro radicamento e che, una volta salvati come è doveroso, torneranno a quello. L’obbligo di farli sbarcare nel porto più vicino è una regola per evitare che le navi che operano i salvataggi per non avere intralci nei loro programmi se li portino dietro fino ai loro approdi definitivi, rallentando e complicando il ritorno dei naufraghi alla loro vita normale.

Evidentemente non è questo il caso delle masse di migranti disperati, che una volta sbarcati non hanno alcuna intenzione di tornare alla loro vita precedente. Gli stati europei, sempre più leggi tutto

Gigi Pedrazzi: la forza della generosità

Paolo Pombeni - 01.07.2017

La scomparsa di Luigi (ma per tutti era Gigi) Pedrazzi, l’ultimo sopravvissuto del gruppo di ragazzi che nel 1951 diede vita al “Mulino”, che inizialmente doveva essere una rivista di politica universitaria, segna la cesura con un pezzo della storia italiana. Una storia oggi difficile da spiegare, perché non le rendono giustizia le icone pur fondate dell’intellettuale impegnato, del cattolico con la schiena dritta, dell’ulivicoltore degli anni Novanta. Per questo val la pena di ricordare, soprattutto per i più giovani, qualcuno dei tortuosi passaggi che egli ebbe a percorrere.

Era uno di quella generazione che era maturata nello spaesamento della caduta del fascismo e della fine della guerra e che si era trovata a misurarsi con la sfida di far rinascere la democrazia italiana. Allora la via principale sembrava l’inquadramento nei partiti, ma Pedrazzi appartenne ad un gruppo di giovani che si sottrassero a quello schema. Niente diatriba fra antifascisti e difensori di un qualche “ordine” e invece scelta per il lavoro intellettuale che alla democrazia doveva dare un’anima. L’esempio scelto, probabilmente per gli studi di Nicola Matteucci, fu quello degli illuministi, studiosi che nel Settecento avevano scelto di coniugare l’impegno di studio con quello di lavoro anche politico, anche dentro leggi tutto

Il ritorno di Berlusconi?

Paolo Pombeni - 28.06.2017

Ammettiamolo, Berlusconi è un formidabile uomo di spettacolo: sa sempre come entrare in scena e come far concentrare su di sé i riflettori. Così quando ha fiutato che le elezioni amministrative avrebbero segnato un punto a favore del centrodestra si è affrettato a tornare in pista per non farsi sfuggire l’occasione di essere nuovamente al centro dell’attenzione.

Tutto però non è una semplice questione di spettacolarizzazione della presenza di un personaggio a cui il narcisismo non ha mai fatto difetto. C’è anche il fiuto politico di chi sa cogliere gli umori dell’opinione pubblica e le debolezze dei suoi avversari. Bisogna vedere se il fiuto è infallibile come lo fu in passate occasioni, ma escluderlo a priori sarebbe sbagliato.

Cosa ha intuito Berlusconi? A nostro avviso tre cose. La prima è che una certa quota del paese ha di nuovo paura di finire in mano al radicalismo (lui lo chiama “comunismo”, ma è solo perché il termine è più intuitivo per la gente). Può essere quello di Salvini, rispetto al quale può però presentarsi nelle vesti del domatore che lo terrà al guinzaglio. E’ molto più quello dei Cinque Stelle, che suscitano preoccupazioni perché non si capisce dove vogliano andare a parare, ma si capisce al tempo stesso

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Corsi e ri(n)corsi a sinistra

Paolo Pombeni - 24.06.2017

Se possiamo giocare un poco con la memoria storica, arriviamo al sospetto che nella politica italiana si stia ripetendo la vicenda che portò fra fine anni Cinquanta ed inizi anni Sessanta del secolo scorso al fallimento di quel processo di modernizzazione della politica italiana che pareva potesse realizzarsi con la famosa “apertura a sinistra”, cioè con l’inclusione dei socialisti nella maggioranza di governo.

Riassumiamo per sommi capi. Anche allora il tema era la necessità di mettere l’Italia in condizione di approfittare dello sviluppo economico presente in Europa facendolo nel quadro di una modernizzazione dei costumi. La DC, che era un partito di tante anime, aveva una destra che non ne voleva sapere. In più era condizionata da una Chiesa assai ostile alla modernizzazione, che la ricattava pesantemente: il rapporto non era facile da rompere, visto che la forza elettorale del partito derivava dall’essere il partito unico dei cattolici. Il PSI a sua volta era fortemente condizionato dal PCI, che non voleva perdere la sua primazia sulla sinistra e che per queste ragioni era, a suo modo, un partito conservatore rispetto alle evoluzioni di quei tempi.

Il risultato fu un lungo conflitto pseudo ideologico fra i futuri contraenti del patto, leggi tutto

Lo ius soli e una politica sfilacciata

Paolo Pombeni - 21.06.2017

Si discute malamente di un tema delicatissimo come il cosiddetto ius soli senza essersi preoccupati di preparare l’opinione pubblica e per di più questo avviene nel contesto di una politica che permane sfilacciata, come dimostra la non gestione del non poco scivoloso caso Consip.

Sull’attribuzione automatica della cittadinanza italiana ai figli di stranieri regolarmente residenti in Italia e in presenza di qualche minima regola si è scatenata la bagarre. La psicosi dell’invasione, fenomeno non nuovo nella storia occidentale, impedisce una valutazione razionale del problema, mentre il dominio di un ambiguo “politicamente corretto” evita accuratamente di affrontare il tema per renderlo comprensibile almeno alle persone di buona volontà.

La questione è intricata, perché si tratta in prospettiva di bambini che nascono nel nostro paese e che qui vengono educati. Dunque non dovrebbe esserci problema di verificare se hanno acquisito conoscenza e integrazione nel nostro modo di intendere il mondo, per la semplice ragione che la scuola dovrebbe garantire questo percorso. Tutti però sanno che ciò è una pia illusione. La scuola oggi non è in grado di garantire a livello generale l’acquisizione di una cultura comune di cittadinanza: e non lo diciamo per chi ha genitori stranieri, ma per tutti i ragazzi.

In questa società leggi tutto

Il maggioritario e il tripolarismo imperfetto

Paolo Pombeni - 14.06.2017

Se si vuole comprendere una delle ragioni del rinnovato amore per il sistema proporzionale, basta prendere in considerazione i risultati della recente tornata di amministrative. Qui, come è noto, per l’elezione dei sindaci vige un sistema maggioritario a doppio turno che è ormai sperimentato e che anzi nella percezione collettiva si ritiene funzioni bene per far prevalere la fisionomia del candidato al di là delle appartenenze partitiche.

Nella realtà non sempre è stato ed è esattamente così, ma indubbiamente ci sono elementi di verità in questa rappresentazione. Tuttavia non si può semplicisticamente immaginare che i voti degli elettori, specie a livello di ballottaggio, si indirizzino sulla base di valutazioni comparative circa la qualità dei due competitori in campo. Già nelle ultime tornate per l’elezione di sindaci di importanti città si era registrato quello che era stato definito “il voto a dispetto”, cioè l’appoggio ad un candidato non perché lo si ritenesse più qualificato del suo competitore, ma per scelta ideologica di contrapposizione alla area politica di quest’ultimo. I casi clamorosi erano stati quelli di Torino e di Roma, dove su Appendino e Raggi si erano concentrati molti voti di elettori del centro e della destra che volevano “punire” il PD.

Tutto legittimo ovviamente, salvo che leggi tutto

Il grande patatrac?

Paolo Pombeni - 10.06.2017

Dunque sembra sia successo ciò che era dato per escluso: la grande concertazione sulla legge elettorale si è dissolta su un incidente di percorso. Adesso si grida che l’intesa è morta, ma visto che ormai non parliamo più di una classe politica parlamentare, ma di una compagnia di attori che mettono in scena una commedia basata su equivoci e colpi di teatro, tutto può succedere ancora.

Intanto vediamo di capire qualcosa di quel che è già successo. Innanzitutto non è vero che l’incidente sia avvenuto su una questione marginale. L’emendamento della esponente bolzanina di FI Micaela Biancofiore non era affatto un volonteroso tentativo di mettere l’Alto Adige (il Trentino è una appendice perché fa parte della stessa regione) alla pari col resto d’Italia. Coloro che hanno votato sulla base di questa premessa significa che non sanno di cosa parlano.

La “specialità” del sistema elettorale in quell’area è basato sulla necessità di garantire la rappresentanza alla componente di lingua tedesca mettendola al riparo da colpi di mano. Ciò può piacere o meno, ma vanno ricordate due cose: 1) ci sono accordi internazionali a tutela di questa specialità e metterli in discussione oggi sarebbe ancor più insensato che in passato (per esempio per la questione della gestione dell’immigrazione); leggi tutto

Proporzionale per davvero

Paolo Pombeni - 07.06.2017

Dunque adesso abbiamo l’accordo fra i grandi partiti e dunque si deve presumere che, a meno di scarti imprevisti davanti all’ultimo ostacolo, questa sarà la legge elettorale che ci guiderà verso la nuova legislatura (probabilmente alle soglie dell’autunno, ma non è ancora detto). Che analisi se ne può fare?

Diciamo subito che non ci piacciono le ipocrisie che spopolano in questo momento: lo stracciarsi le vesti per una legge determinata dagli interessi dei partiti e le lagne sul dominio dei “nominati”. Sul primo punto non si conosce storicamente un caso in cui una legge elettorale non sia stata fatta tenendo in mente gli interessi di quelli che avevano il potere di approvarla, cioè dei partiti. Il punto, come vedremo più approfonditamente, è semmai un altro, e cioè se i partiti lavorino nel proprio interesse promuovendo spazi per un confronto serrato fra loro o se preferiscano fare blocco perché la concorrenza sia ridotta al minimo possibile.

Il secondo punto è ancora più ipocrita, perché non si possono fare liste se non su indicazione di qualche agenzia che le promuove. Dunque sono tutte fatte di nominati. Quelli che strillano, vorrebbero semplicemente che il conflitto non avvenisse fra le liste (note nominativamente all’elettore), ma anche all’interno delle liste, leggi tutto