Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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Un sistema politico in evoluzione?

Paolo Pombeni - 03.03.2015
Matteo Salvini e Matteo Renzi

Gli studiosi di storia politica conoscono bene il fenomeno, ma per i testimoni contemporanei è difficile accettarlo: le evoluzioni nei sistemi politici sono lente e contraddittorie, ma soprattutto non lasciano immutati nessuno degli attori in campo.

Per analizzare quello che sta succedendo nel nostro paese bisognerebbe tenere presente questa banale verità. Stiamo infatti assistendo ad un riposizionamento complessivo degli attori politici, ad un ridimensionamento delle faglie di divisione ideologica, all’irrompere nel nostro scenario interno dei traumi di una transizione storica che ha dimensioni globali. Tutto questo dovrebbe far propendere per esaminare con cautela i cambiamenti che stanno avvenendo, ma anche per evitare di sopravvalutare le reazioni di assestamento che questi provocano.

Tutti registrano il mutamento del panorama politico, che si sta lasciando alle spalle non solo la geografia della prima repubblica con la sua tripartizione in cattolici, comunisti e laici, ma anche quella della seconda che l’aveva ridotta ad una bipartizione ancor più rozza fra berlusconiani ed antiberlusconiani. Non dovrebbe stupire che questo abbia comportato una bella confusione nell’uso delle tradizionali categorie “geografiche” della collocazione dei gruppi politici lungo l’arco destra, centro, sinistra.  Essendo queste appunto collocazioni spaziali si possono riciclare all’infinito, ma per valutarle come significative occorrerebbe un punto di vista condiviso da cui osservarle, cosa attualmente del tutto assente.

Siamo dunque in presenza piuttosto di una competizione interna alle due tradizionali componenti di ogni universo politico, quelle della “resistenza” (al cambiamento) contro quelle del “movimento” (incontro al cambiamento).  E’ in questi due campi che si realizzano le trasformazioni, soprattutto come lotte fra gruppi per la conquista del consenso necessario a porsi al governo del sistema economico-sociale, o, almeno, per garantirsi la leadership della forza che ha diritto di contrapporsi con maggiore successo a chi dei due risulterà vincitore.

Se leggiamo le cose in quest’ottica, capiremo più facilmente quel che sta accadendo nei due campi, ciascuno dei quali ha poi al proprio interno una riproposizione dello scontro generale. Nel campo del “movimento” non c’è dubbio che si sia realizzato un nuovo esperimento: l’avvio di un partito relativamente nuovo, pur con il “vecchio” nome di PD, il quale anche solo in forza di un forte ricambio generazionale si candida a governare il passaggio al cambiamento. Ciò naturalmente provoca una “resistenza” interna di quelli che giudicano troppo rischioso (a volte in generale, a volte dal loro punto di vista personale) assecondare questo cambiamento che, come è inevitabile, si rifiuta di tenere conto della conservazione del passato.

Specularmente nel campo che abbiamo definito della “resistenza” si sta assistendo al prevalere della visione più radicale: la Lega di Salvini non è che la raccolta del consenso sulla base del rifiuto del cambiamento nell’illusione che si possa tornare ad un passato mitico che viene presentato come privo delle incertezze del presente. Anche in questo campo c’è una componente che invece vorrebbe esercitare una resistenza più duttile, più realistica nel valutare quel che è possibile e quel che invece va relegato nel limbo del “sarebbe bello, ma non è possibile”.

Tutto ciò non avviene certo come una ordinata battaglia di scacchi, ma come una umana vicenda piena di meschinità, di colpi bassi, di sfruttamento senza remore di narrazioni interessate su come si vorrebbe andasse il mondo.

Il problema che a noi pare grave è la scarsa capacità della società civile di inserirsi in questa diatriba costringendo le forze politiche in campo ad uscire da un approccio dove domina prima di tutto la resa dei conti interna alle rispettive compagini. Sia chi vuole andare incontro al cambiamento in positivo, sia chi vuole se non fermarlo limitarlo al massimo, riconosce che comunque il problema di fondo è questo cambiamento in corso, della cui esistenza bisogna per forza tenere conto. Sfibrare le forze e le risorse a disposizione di ciascuno dei due campi in lotte intestine non ha alcun senso, se non quello di compromettere le risorse del sistema-Italia per far fronte alla grande trasformazione storica in cui è inserito e da cui non ha alcuna possibilità di tirarsi fuori.

Le fantasticherie sulla “vera sinistra” che si usano per azzoppare il mutamento che al momento si incarna nella leadership di Renzi sono speculari a quelle di Salvini che propongono una svolta “lepenista” non solo alla destra estrema (sin qui non ci sarebbe molto di nuovo), ma allo stesso centro-destra che ha tradizioni sostanzialmente “moderate”.

Il nostro paese ha bisogno di fare davvero i conti con la fase nuova che si è aperta nel mondo e bisogna farsene una ragione se questa fase nuova non corrisponde a ciò che si aspettavano la vecchia sinistra e la vecchia destra.

Bismarck usava citare un motto: Unda fert, nec regitur. L’onda ti trasporta, ma non la puoi indirizzare dove vuoi tu. Il corollario era: se ne vuoi sfruttare la forza, devi accettare, pur sfruttandola, la sua autonomia naturale.

Pensiamo sarebbe una buona lezione anche per la situazione politica attuale.