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Una nuova fase per la politica italiana?

Paolo Pombeni - 12.02.2015
Matteo Salvini e Silvio Berlusconi

Vale la pena di interrogarsi se effettivamente quanto è successo con l’annuncio della rottura del patto del Nazareno da parte di Berlusconi apra una nuova fase nella politica italiana. Fare l’oroscopo al futuro della nostra politica è un esercizio da chiromanti, e dunque tutto va trattato con cautela. Tuttavia se non succederanno eventi non prevedibili è possibile azzardare qualche linea di interpretazione.

Al momento tutto ruota attorno all’evidente crisi della leadership di Berlusconi. Come si è già avuto modo di notare, l’ex cavaliere non aveva motivo di considerare la designazione di Mattarella al Quirinale come un atto ostile verso il centrodestra, perché il personaggio rispondeva sostanzialmente ai “paletti” che aveva fissato: non un leader della sinistra, un politico ma non schierato. Ciò che Berlusconi ha considerato inaccettabile per lui è che non gli sia stato consentito di negoziare il nome e di apparire di conseguenza come un riferimento “imprescindibile” nella gestione del quadro politico.

C’è da comprendere questa posizione. Effettivamente la sua leadership è apparsa sempre più acciaccata, da tempo non è in grado di proporre un qualunque disegno per il futuro del paese (tale non può essere considerata qualche richiesta di salvaguardia del suo residuo potere), il suo partito è in fibrillazione perenne vittima dei vari intrighi fra i suoi pretoriani, i sondaggi gli mettono davanti prospettive assai poco favorevoli. Quel che si capisce meno è come pensi di risalire la china affidandosi ad un abbraccio stentato con il leader della Lega Matteo Salvini.

E’ vero che la Lega sembra avere il vento in poppa nei sondaggi, ma si tratta pur sempre di quote di consenso insufficienti per gestire una prospettiva di governo. Inoltre l’attuale strategia di questo partito è quanto di più lontano si possa immaginare dalla costruzione di quel “partito dei moderati” che sembrava essere il compito storico che Berlusconi si era dato.

Attorno a questa svolta si gioca il futuro del sistema politico italiano. Infatti FI e poi il PDL avevano cercato di rappresentare un punto di raccolta di quella che un tempo si sarebbe chiamata la borghesia imprenditoriale italiana, ed in effetti avevano avuto dei successi su questo terreno. Oggi però c’è da chiedersi se quelle classi dirigenti che, magari senza entusiasmo, avevano puntato sul Berlusconi vecchia maniera siano ancora disponibili a sostenerlo nel momento in cui fa predominare il suo io narcisistico fino al punto da buttarsi nelle braccia di Salvini.

Ovviamente qualcuno potrebbe obiettare che quelle classi dirigenti potrebbero puntare su delle alternative. La strategia di dar vita ad un nuovo partito moderato ma progressista finora non ha dato buoni frutti: Scelta Civica è finita nel nulla pur potendo contare all’inizio sul traino del momento d’oro di Mario Monti e in seguito su una presenza ministeriale non proprio irrilevante. I vari movimenti nati fuori dai partiti, tipo quello messo in piedi da Montezemolo (già esaurito) o quello che sta avviando Corrado Passera (che non è proprio che sfondi i teleschermi), al momento non sono riusciti ad accreditarsi come alternative credibili.

Certo ci sarebbe il Nuovo Centro Destra o se preferite “Area Popolare”, che tuttavia viene anch’esso bruciato da Berlusconi. Infatti il partito di Alfano (e poi anche di Casini) aveva l’ambizione di ridefinire lo spazio di un centrodestra “di governo” nell’ottica di attrarre a sé proprio FI destinata a liberarsi dell’ingombro del suo leader storico. Ha però fatto solo il primo passo, che è stato quello di andare al governo con Renzi, restando intrappolato in quella dimensione da cui non può uscire proprio perché il vecchio partito unitario è bloccato,  Berlusconi non essendo più interessato alla dimensione “da statista”, mentre allo stesso tempo FI non è in grado di abbandonarlo al suo destino.

Non sappiamo se in queste condizioni si “aprano delle praterie” per il PD di Renzi come ha, con qualche ragione, vaticinato Casini. Certamente l’avere come alternativa in un futuro sistema elettorale col premio di maggioranza al meglio piazzato solo il populismo, di destra o di sinistra che sia (ma da quelle parti poi si trova anche la sintesi fra le due anime, almeno a livello di raccolta elettorale), è qualcosa che sulla carta potrebbe avvantaggiare una leadership come quella di Renzi. A patto però che non sia costretto a subire una scissione sulla sua sinistra, cosa non improbabile vista la cultura politica di quella parte.

In questo caso il sistema si troverebbe privo di strumenti per governare la costruzione del consenso attorno alle necessarie politiche di risanamento della nostra situazione. Si tenga presente che consenso non significa costruzione di ammucchiate elettorali che non producono mai buoni risultati, ma avere a disposizione la risorsa di una sana dialettica politica in cui si confrontano letture diverse della crisi e diverse ricette (ragionate) per uscirne.

Alle porte ci sono le elezioni regionali che testeranno almeno una parziale distribuzione del consenso di fronte a questi cambiamenti che la gente ha percepito chiaramente. Dopo di allora diventerà inevitabilmente chiaro se è iniziata o meno una nuova stagione del nostro sistema politico.