Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
Iscriviti al nostro Feed RSS

Bipartitismo troppo imperfetto?

Paolo Pombeni - 07.02.2015
Giorgio Galli - Il bipartitismo imperfetto

Quando nel 1966 Giorgio Galli pubblicò il suo famoso libro sul bipartitismo imperfetto, nella scienza politica dominava ancora l’idea che il sistema politico “migliore” vedesse il confronto fra due sole componenti, in senso lato una più conservatrice e l’altra più progressista.  I modelli erano ovviamente quelli inglese e americano, ma anche la Germania ci si avvicinava.

Oggi la paradigmaticità di quel modello non è più accettata e anche Gran Bretagna e Germania non hanno più un sistema bipartitico. L’Italia è stata a lungo una eccezione, si fa per dire, con un modello multipartitico che resisteva, ma, come appunto diceva allora Giorgio Galli, da un certo punto di vista si poteva dire che il modello era implicitamente e imperfettamente quello bipartitico, almeno quanto a formazioni dominanti: da un lato la DC che estendeva la sua egemonia fino ai limiti di una destra estrema marginale, e dall’altro il PCI che, controllando la sinistra estrema, arrivava sino a tentativi di ipoteca sulla sinistra socialista e laica.

Nella cosiddetta Seconda Repubblica il sogno di arrivare se non ad un bipartitismo almeno ad un bipolarismo è stato dominante e ci si è anche illusi di esserci andati vicino: da un lato l’egemonia berlusconiana che aveva ricompattato in qualche modo il centro destra, dall’altro gli eredi del vecchio PCI che si erano aggregati tanto quasi tutta la sinistra più estrema quanto la antica tradizione della sinistra cattolica e di parte di quella socialdemocratica.

Sappiamo bene che era una rappresentazione forzata, almeno per l’ala sinistra, che si coagulava in una alleanza un po’ raffazzonata che non aveva mai trovato un leader capace di assoggettarla a sé (Prodi fu una risorsa spesa per andare al governo, non un leader “politico” riconosciuto). Sul versante opposto la rappresentazione teneva maggiormente perché Berlusconi, che aveva il monopolio della gestione dell’immagine, era riuscito a vincolare di più a sé un’area piuttosto composita ma pacificata dalla soddisfazione di stare al governo avendo sconfitto “i comunisti”.

Oggi questo orizzonte si è dissolto come neve al sole. La leadership di Renzi tiene insieme un pezzo di centrosinistra a cui è riuscito ad imporre finalmente il ricambio generazionale, riesce persino ad erodere un poco la forza del centro progressista, ma non si impone sulla sinistra cosiddetta radicale. Il centrodestra è andato in pezzi. Non c’è solo la scissione degli alfaniani, ma c’è soprattutto l’erosione che il suo elettorato ha patito a favore della Lega scopertasi forza populista senza freni. Questo senza contare il fattore nuovo del M5S che in parte ha sottratto anch’esso energie alle pulsioni protestatarie della nuova destra e che, d’altro lato, ha messo in piedi un populismo capace di incidere anche sul consenso della sinistra.

Ci troviamo dunque di fronte ad un orizzonte di dispersione del consenso politico, il che costituisce una situazione sempre pericolosa. Qualcuno ha nostalgia delle “coalizioni” perché ama, magari senza rendersene conto, il dibattito infinito fra le componenti politiche, ma dimentica che coalizioni come quelle che abbiamo avuto, senza una forte leadership interna, sono state solo macchine organizzate per impedire di mettere in campo azioni coerenti ed efficaci.

Dunque si deve concludere che non c’è più bipolarismo? La conclusione potrebbe essere affrettata, o almeno dobbiamo sperare che lo sia. Sul versante del centro-sinistra la possibilità di una leadership che costringa all’allineamento al momento c’è, piaccia o meno, ed è quella di Renzi. Lo ha dimostrato nella battaglia per il Quirinale, anche se potrebbe trattarsi di un episodio che non avrà seguito. Sul versante del centro-destra invece le cose sono molto più complicate.

Berlusconi è un corridore ormai senza fiato per continuare la gara. Può guadagnare la scena in qualche occasione con battute improvvide o barzellette fuori luogo, ma non va lontano. La sua capacità di aggregazione è esaurita. Il partito di Alfano e Casini può aspirare a fare un po’ di condizionamento sulla destra del governo Renzi se ci rimane dentro e in questa posizione può ricavarsi una nicchia decorosa. Più in là non riesce ad andare.

Dunque sulla destra resta solo l’alternativa dei populismi, Lega e grillismo, oggi nemici, domani non si sa. Immaginare che il bipartitismo torni alla sua antica “imperfezione” con una alternativa fra PD e populismi è un incubo, perché coi tempi che corrono non è affatto escluso che i populismi riescano a vincere la competizione a due. In questo caso per di più non si sa se l’estrema sinistra, vedendo il PD di Renzi soccombente, non si allei in forma impropria ad agevolare quella affermazione.

Dobbiamo avere in mente questo scenario se vogliamo capire come di fatto possa tornare in campo l’antica visione della politologia ottocentesca: la “congiunzione dei centri” per evitare il dominio delle estreme. In fondo, per certi versi, questo è stato lo schema della prima repubblica, ma allora il bipartitismo imperfetto c’era perché la sfida del PCI cresceva progressivamente come una alternativa responsabile di sistema (nella rappresentazione ideologica: il PCI si andava trasformando in una socialdemocrazia). Oggi per il centrodestra qualcosa di simile è, al momento, difficile da immaginare, perché appunto un contenimento in senso responsabile dell’egemonia del PD renziano non è all’orizzonte.

L’alternativa fra il PD nuova formula e il populismo di Salvini e Grillo non sarebbe un bipartitismo imperfetto: è un incubo che pesa sul nostro futuro.