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14 settembre 2019
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Argomenti

Le due Ansaldo e Rai Way: lo strabismo duro a morire della sinistra

Gianpaolo Rossini - 03.03.2015

Storie parallele di aziende pubbliche si sono intrecciate in questi giorni nelle cronache finanziarie e in quelle politiche del bel paese. La prima riguarda Rai Way, azienda pubblica nata da uno spinoff di Rai che nel 1999 ha scorporato l’attività di trasmissione dei segnali. Rai Way è stata l’attore principale del passaggio al digitale terrestre del segnale televisivo in Italia. Ha circa 600 dipendenti, è quotata in borsa e ha una capitalizzazione di 1.1. miliardi di euro. Il prezzo delle azioni in borsa è circa 37 l’utile. Il governo ha dichiarato che manterrà una quota del 51% ovvero il completo controllo dell’azienda e immetterà sul mercato la restante quota in possesso della Rai. Essendo il flottante, ovvero la parte che è già in mano al mercato, circa il 35% del capitale, la quota che resta da mandare al mercato è di circa il 14%. E potrebbe portare nelle casse Rai circa 160 milioni di euro. Qualche giorno fa Ei Towers, la concorrente di Rai Way di Mediaset, ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto (OPA) su tutto il capitale di Rai Way. Questa però è stata collocata in borsa nel novembre 2014 con la clausola che la Rai tenga almeno il 51%, come ha ripetuto il Governo. Il lancio dell’Opa di Mediaset ha suscitato una reazione molto forte nella sinistra del Pd risvegliandone il mai sopito antiberlusconismo e/o antirenzismo. leggi tutto

Una scuola immutata (e in mutande)

Elisa Lucchesi * - 28.02.2015

Essere un docente di ruolo significa svolgere la delicata funzione di formare i cittadini di domani contando sulla dignità di uno stipendio fisso.

 

In questo senso, pare giusto che #labuonascuola di Renzi cerchi di garantire stabilizzazione al personale precario che da anni presta servizio: ciò potrà consentire a molti colleghi una decorosa progettazione del futuro, nonché l'uscita da una condizione fin troppo prolungata di frustrazione ed incertezza.

 

Ma una volta ottenuta la stabilizzazione, l'esercito dei docenti italiani neo immessi in ruolo sarà chiamato a interrogarsi - proprio come i veterani del tempo indeterminato - sulla propria identità alla luce della missione educativa  2.0.

 

Or incomincian le dolenti note  - viene da dire.

E in effetti non solo la questione cruciale - trovare un senso alla funzione docente nella società odierna - non pare affatto di scontata soluzione, ma il personale arruolato rischia di apparire già in partenza demotivato, sfinito dalla lunga gavetta di precariato e privo di concrete prospettive di crescita professionale che garantiscano alla lunga partecipazione e impegno.

 

Lo scenario ipotizzabile, insomma, all'alba della maxi manovra di stabilizzazione, rischia di evocare l'immagine delle truppe esauste passate in rassegna da un Carlo Magno vecchio e rintronato ne Il cavaliere inesistente.

 

Il docente inesistente

 

Il docente italiano neo immesso in ruolo non è in effetti l'aitante paladino auspicato dalla Giannini, un eroe fresco di conoscenze, protetto dalla sfavillante corazza delle competenze.

È un essere umano: dunque, in quanto tale, effimero e passibile di precoce invecchiamento da burnout.

Sì, perché - parafrasando Seneca - l'Homo Italicus mentre prova a insegnare non solo impara, ma invecchia. leggi tutto

L'Italia e il caos libico: intervento diretto o guerra per procura?

Massimo Bucarelli * - 24.02.2015

La Libia, dopo la caduta del regime di Gheddafi, favorita soprattutto dall'intervento internazionale a sostegno delle rivolte interne, è ancora oggi, a quattro anni da quegli avvenimenti, un paese in preda all'anarchia politica e istituzionale. La fine del governo dittatoriale libico non è stata seguita dall'avvento del pluralismo politico e da pratiche di governo democratiche, ma ha determinato un vuoto di potere, in cui varie fazioni continuano ad affrontarsi. Al governo insediato a Tobruk e composto da forze politiche laiciste, unico attore in campo riconosciuto dalla comunità internazionale, si contrappongono il Congresso nazionale libico di Tripoli, a maggioranza islamista ma vicino ai Fratelli Mussulmani e non allo Stato islamico del Califfo Al Baghdadi, e altre forze fondamentaliste, jihadiste e salafite, affiliatesi all’Isis ed entrate in possesso della città di Sirte, nei cui pressi è avvenuta la drammatica esecuzione dei 21 egiziani copti, ripresa e diffusa dai siti internet e dalle televisioni di tutto il mondo.

Il risultato è una guerra di tutti contro tutti, che fa della Libia non solo un paese profondamente lacerato, teatro di violenze quotidiane, ma anche la principale fonte di instabilità e insicurezza per tutti i vicini, nordafricani, mediterranei ed europei. Tra i paesi minacciati, a vario titolo e a vario leggi tutto

Lo sguardo del Terzo Settore su EXPO 2015

Miriam Rossi * - 19.02.2015

C’è chi la ama e c’è chi la odia a prescindere. C’è poi chi si è fatto un’idea sulla base dell’enfasi posta dagli organizzatori sui numeri grandiosi della manifestazione e c’è chi la collega a cantieri in ritardo, corruzione e appalti truccati, sulla scorta dell’impronta giornalistica sinora conferita all’evento dal circuito organizzativo. L’Esposizione Universale di Milano, la cosiddetta Expo, ha già diviso l’opinione pubblica. E non solo. “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, il filo conduttore per esposizioni, convegni ed eventi culturali dei 184 giorni dell’evento clou milanese non poteva non mobilitare gli addetti ai lavori del Terzo settore, quello dell’assistenza e della cooperazione internazionale, che di giorno in giorno sono chiamati a individuare la corretta ricetta per uno sviluppo sostenibile.

Prima ancora di aprire le porte alle riflessioni e ai dibattiti dei 20 milioni di visitatori stimati, la partecipazione ad Expo è da mesi divenuta oggetto di scontro tra le organizzazioni che si occupano di alimentazione ed energie alternative. La condivisione del presupposto della fallibilità e dei comprensibili limiti di singoli progetti è fuori questione, così come la percezione della globalità della sfida per individuare nuovi modelli di sviluppo volti a garantire cibo e acqua a tutta la popolazione mondiale, salvaguardando inoltre la biodiversità e la salute del pianeta. leggi tutto

I dilemmi delle macro-regioni

Guido Melis * - 19.02.2015

Torniamo a parlare in questi giorni di macroregioni, nell’ambito di quel ritorno quasi ciclico al passato che caratterizza da decenni il nostro dibattito sulle istituzioni. Basterà, in proposito, far cenno (ma mi limito davvero all’essenziale) al progetto della Fondazione Agnelli, vedi Un federalismo dei valori, a cura di Marcello Pacini, Torino, Fondazione Agnelli, 1996) e all’ipotesi di aggregazione formulata nel 1990-94 da Gianfranco Miglio.

Certo, rispetto al passato, interviene adesso un elemento nuovo: la geografia amministrativa italiana, anche in ragione del riassetto che l’economia globale impone nel cuore della crisi attuale, appare oggi particolarmente obsoleta.

Lo era, a ben vedere, sin dall’inizio dell’esperienza unitaria però. Ricordo solo che nella fase costituente dell’Italia unita i progetti regionalisti (Minghetti ecc.) furono subito sconfitti. L’impianto del nuovo Stato si basò piuttosto, nel 1861-65, su comuni e province, restando le regioni fuori gioco, una pura “espressione geografica”. Il disegno (rimasto solo sulla carta) delle regioni “storiche” ricalcò  astrattamente modelli antichi: addirittura quello delle legioni romane, secondo alcuni; per essere poi ripreso dai primi statistici italiani in occasione dei censimenti. Per inciso, l’individuazione delle varie ripartizioni amministrative si ispirò in origine  a due criteri contrastanti: da un lato alla “filosofia” leggi tutto

Nove miti da sfatare sull'immigrazione in Italia

Simone Paoli * - 17.02.2015

In Italia un dibattito serio, sereno, laico sul tema dell’immigrazione non è mai esistito. Spesso polarizzato tra la vuota retorica del “rimandiamoli tutti a casa loro” e l’altrettanto vuota retorica dell’“accogliamoli tutti a casa nostra”, esso si è raramente interrogato sui nodi centrali di una moderna politica dell’immigrazione che, inevitabilmente, avrebbe dovuto legarsi alle più generali strategie di programmazione socio-economica, di intervento educativo-culturale e di politica internazionale del paese; ammesso che si ritenesse utile l’apporto di lavoratori stranieri, i soggetti interessati avrebbero dovuto pubblicamente interrogarsi su quanti immigrati fosse ragionevole e conveniente accogliere e, al limite, da quali aree geografiche, quali settori economici richiedessero manodopera straniera e con quali percorsi di formazione fosse opportuno prepararla, quali modalità di reclutamento fosse utile adottare e quali canali e modelli di integrazione sarebbero stati sostenibili e vantaggiosi nel contesto italiano.

Questo breve articolo non intende certo rispondere a queste domande; francamente, non possiedo né strumenti di conoscenza né, soprattutto, visione politica sufficienti per pormi come soggetto autorevole in un tale dibattito. leggi tutto

Il dito, la luna e “Numero Zero” di Umberto Eco

Giovanni Bernardini - 03.02.2015

Sembra quasi di vederlo, l’intrepido giornalista della testata cui daremo il nome fittizio di “Indipendente”. Il volto illuminato dal monitor e nel cuore la missione perentoria impartita dal caposervizio: screditare “l’intellettuale” (orrore) “di sinistra” (doppio orrore), scovando l’inevitabile magagna celata tra le pieghe del suo ultimo parto letterario. A un tratto sobbalza il giornalista: un account Twitter (non lui, ché ha troppo da scrivere per perder tempo a leggere) ha trovato un passaggio del libro copiato pari pari da Wikipedia! E allora via, la “notizia” finisce in bella evidenza sul sito del quotidiano, condita da allusioni alla polemica scatenata sui social network (leggi: che il giornalista sta montando ad arte). Certamente si può soprassedere quando simili episodi accadono a “persone qualunque”, giornalisti inclusi: ma se in ballo c’è “uno dei più importanti intellettuali italiani”... Poi l’ultima raffica, pane per i più fini palati complottisti: il passaggio incriminato risulta oggi “improvvisamente modificato” nella popolare enciclopedia online. “Solo una coincidenza? Misteri della letteratura …”.

Chissà se il giornalista, prima che il rimestio nel torbido divenisse il suo pane quotidiano, ha mai sognato di diventare l’autore del grande romanzo che gli desse fama e gloria. Se così fosse, si consoli: col minimo sforzo ne è divenuto almeno l’interprete involontario. La sua parabola ricorderebbe quella altrettanto ingloriosa del protagonista di “Numero Zero”, l’ultimo romanzo di Umberto Eco oggetto dei suoi strali. leggi tutto

Come cambieranno le pubblicazioni accademiche

Lorenzo Ferrari * - 31.01.2015

Le pubblicazioni accademiche hanno risentito della rivoluzione digitale in modo ancora limitato, soprattutto per quanto riguarda le scienze politiche e la storia. Tuttavia, è plausibile che nei prossimi anni si rafforzeranno due tendenze che hanno già cominciato a comparire: 1. le pubblicazioni accademiche tenderanno ad abbandonare la carta; 2. si allenteranno i legami tra le pubblicazioni accademiche e le case editrici. Questo cambiamento riguarderà le pubblicazioni accademiche in senso stretto, cioè quelle che servono a presentare i risultati di nuove ricerche dettagliate, condotte in ambiti circoscritti e indirizzate agli altri specialisti del settore. Altri tipi di lavori realizzati dagli studiosi, come quelli rivolti al pubblico generale, continueranno invece ad essere espressi attraverso i libri, la carta e le case editrici.

 

La separazione dalla carta

 

Obiettivo naturale di una pubblicazione accademica è raggiungere l'intera comunità degli specialisti interessati a quell'argomento. In passato, la circolazione delle scoperte e delle idee doveva necessariamente passare dai libri e dalle riviste, che naturalmente erano cartacei. Oggi questo non è più né il solo né il migliore modo di fare circolare scoperte e idee. In formato digitale, le pubblicazioni accademiche possono raggiungere in maniera immediata tutti gli specialisti del settore, ovunque essi si trovino. Grazie ai motori di ricerca e ai social network, un libro o un articolo in digitale leggi tutto

Semu tutti devoti tutti…cittadini!

Arianna Rotondo * - 31.01.2015

A Catania, il 3 febbraio, con l’offerta delle candele, ogni anno iniziano i festeggiamenti in onore della Santa patrona, Agata, per concludersi all’alba del 6 febbraio. Il tempo sospeso della festa per la Santuzza, la martire adolescente, è scandito da una lunga ed estenuante processione che vede impegnati migliaia di devoti, avvolti nel loro sacco bianco. Il pesante fercolo, con il busto reliquiario che ritrae Agata giovane e sorridente, centro ideologico e condensato simbolico del rito, viene trascinato a forza di braccia in un primo lungo giro (4 febbraio) esterno alla città, una sorta di accerchiamento apotropaico, a cui fa seguito un secondo (5 febbraio) giro interno, lungo le principali arterie di Catania, per poi rientrare alle prime luci dell’alba nella sua dimora sotterranea, in Cattedrale. Nell’ultima tranche del suo percorso cittadino, la Santuzza è trascinata di corsa lungo la ripida salita della via di San Giuliano, in una prova di forza dal valore contrattuale. Il rapporto diretto, personale con la Santa è regolato dalla societas dei suoi devoti, gerarchicamente organizzata, che si garantisce annualmente un protagonismo assoluto, possibile solo fuori del tempo ordinario.

Svolgono un ruolo di primo piano anche le autorità politiche ed ecclesiastiche, che in questa sorta di teatro cittadino rappresentano se stesse, il loro ruolo e le loro funzioni. Per il fatto di soddisfare esigenze di consenso e affermare un’appartenenza, la processione è stata da sempre un rituale sfruttato come spazio di esibizione e di contrattazione di poteri. leggi tutto

Perché reinvestire nella famiglia

Ugo Rossi * - 29.01.2015

La famiglia, e i suoi significati affettivi e solidali, è un cardine primario della nostra identità nazionale. Significati che rimangono forti nel “sentire collettivo”, ma che mostrano preoccupanti segni di cedimento se guardiamo ai numeri.

Si sono spese molte parole, analisi, studi sulla secolarizzazione della società occidentale e di quella italiana in particolare, e non c’è bisogno di ripercorrere quelle analisi e valutazioni. Qui si vuole fare un’altra operazione: valutare come nel corso del tempo si sia indebolita la famiglia proprio come elemento fondante dell’identità italiana.

Alcuni dati statistici sono necessari, non tanto per descrivere un percorso che è nella mente di tutti, ma per sottolineare la velocità con cui è avvenuto e l’intensità che ha fatto registrare. Forse il dato più impressionante, al di là di ogni valutazione ideologica sul valore della famiglia e del matrimonio, è la crescita esponenziale del modello opposto alla famiglia, cioè il numero delle persone sole. Nel 1983 coloro che dal punto di vista statistico erano classificati come “persone sole non vedove” rappresentavano il 5,3 % della popolazione nazionale; in meno di dieci anni, nel 1990, sono quasi raddoppiati, arrivando al 9,3 %. E sono andati poi crescendo fino a raggiungere la cifra del 16,2 % nel 2009. Oggi, alle soglie del 2015, se la tendenza dovesse permanere quella degli ultimi anni, avremmo circa un italiano su cinque che vive da solo. Un dato incredibile in un Paese che ha fatto delle famiglie larghe quasi la sua connotazione identitaria. leggi tutto