Ultimo Aggiornamento:
23 marzo 2019
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Internet aperta e neutrale, o più aperta che neutrale?

Patrizia Fariselli * - 13.12.2014

Secondo le stime di Internet World Stats a metà 2014 gli utenti di Internet hanno superato i 3 miliardi di persone (il 42,3% della popolazione mondiale), e non è irragionevole pensare che per il genere umano connettersi a Internet stia diventando l’attività più eseguita dopo quella di respirare. E’ curioso osservare come nella grande maggioranza delle lingue del mondo, e perfino in francese, si usi la stessa parola (internet) o una parola con lo stesso suono.

Internet c’è, è pervasiva, ma è invisibile.

Probabilmente un “nativo digitale” pensa che nel settimo giorno della genesi, invece di riposarsi, Deus fiat internet, per quanto sia incline a ritenere che in quel momento Dio ragionasse in inglese. Ma noi sappiamo che non è così. La storia di Internet è fatta di finanziamenti pubblici alla ricerca, di tecnologie di rete fisiche e virtuali (infrastrutture, protocolli, standard), di creazione e comunicazione di contenuti digitali e di modelli di business, che la rendono un caso esemplare di innovazione in un contesto sociale evolutivo. Non è nata né si è sviluppata nel vuoto.  

Internet viene concepita negli anni della guerra fredda come progetto (ARPAnet) della Difesa degli Stati Uniti con l’obiettivo di realizzare una rete di telecomunicazioni connection-less tra computer sicura e a prova di attacchi, anche nucleari. Il progetto, a cui contribuiscono ricercatori americani che lo sperimentano entro la comunità accademica, fa perno su un modello innovativo di rete distribuita decentralizzata e sulla tecnologia della commutazione di pacchetto con un’architettura di tipo end-to-end. leggi tutto

Rem tene, tablets sequentur

Elisa Lucchesi * - 09.12.2014

La tecnologia digitale sta ormai penetrando in modo capillare all'interno delle aule scolastiche italiane.

All'epifania della strumentazione nova non pare tuttavia affiancarsi  - nel qui e ora - una ponderata e quanto mai urgente riflessione sulle trasformazioni metodologiche connesse all'uso del digitale né, d’altro canto, una efficace formazione del personale docente in merito alle inedite prospettive didattiche offerte da tablets e LIM.

Ne consegue una situazione di confusione generalizzata all’interno del corpo docente, di cui ancora una volta gli studenti subiscono le conseguenze più gravi.

 

Guerre (metodologiche) tra poveri

 

La scuola italiana ha da sempre i suoi simboli: la cattedra, la lavagna di ardesia, i banchi di fornica, la cimosa, il registro cartaceo con le pittoresche note disciplinari.

Oggi questi oggetti appaiono non solo obsoleti, ma si fanno emblema, nell’opinione pubblica, di una scuola non più al passo coi tempi, di un ancien régime didattico che può - anzi deve - essere smantellato in nome della neonata furia rivoluzionaria 2.0.

Le vecchie icone non sono solo destinate a scomparire (alcune di fatto, come il registro cartaceo, non esistono già più), ma addirittura risultano votate, in nome delle magnifiche sorti e progressive, a una draconiana damnatio memoriae.

 

Ma davvero nel digitale è racchiusa la formula che mondi possa aprir-ci, utile a regalare una scuola nuova all'Italia, e dunque un futuro migliore alle sue giovani, inquiete generazioni?

 

No, a mio parere. Almeno allo stato attuale dei fatti. leggi tutto

Troppi shock per la cara vecchia Europa

Gianpaolo Rossini - 06.12.2014

E’ passato un altro primo giovedì del mese. Sono mesti gli occhi dei mercati e della gente comune  puntati sulle decisioni della BCE, insediata nel nuovo grattacielo a Francoforte costato più di una avveniristica sonda spaziale. La BCE, per bocca del suo presidente, si è di nuovo negata alle richieste dell’economia. Non ci sarà alcuna espansione monetaria. Forse se ne riparlerà nel 2015. Per chi crede nella Befana ci sono ancora speranze. Per chi è invece già adulto c’è la certezza che dalla torre di cristallo di Francoforte non verranno doni. Dovremo invece sorbirci ancora una volta il trito invito a fare riforme. Forse la deflazione non fa più paura e questa potrebbe essere la spiegazione. Non è chiaro su quali basi poggi questa spavalderia. Ma forse è semplicemente l’aut aut di qualche fastidioso rappresentante delle banche centrali nazionali nel board BCE. Ci risulta però che la BCE abbia un obiettivo di stabilità dei prezzi che vale sia per combattere l’inflazione sopra il 2% sia per impedire che i prezzi scivolino sotto zero. E la BCE l’abbiamo vista ben attiva e accigliata quando l’inflazione stava di un pelino sopra il 2% con i saggi teutonici che agitavano la falce lugubre della iperinflazione della Germania di Weimar. Ora in quasi tutti le lande dove tintinna l’euro i prezzi strisciano sopra lo zero o sono già sotto di un bel po’ (come in Spagna). Eppure sembra si viva con un certo piacere a Francoforte questa pseudo armonia di prezzi che galleggiano sull’acqua di un mare calmo in cui rischiano presto di finire sul fondo. Il paradosso è ancora più stridente se si legge quanto dichiarato da Draghi, sempre più simile ad un internato che fa volare tra le sbarre della sua gattabuia un messaggio disperato sperando che qualcuno abbia la grazia di raccoglierlo. leggi tutto

La guerra e la memoria: un commento al film di Ermanno Olmi

Alessandra De Coro * - 04.12.2014

« Sull'Altipiano, comprese le bombarde pesanti da trincea, non v'erano meno di mille bocche da fuoco. Un tambureggiamento immenso, fra boati che sembravano uscire dal ventre della terra, sconvolgeva il suolo. La stessa terra tremava sotto i nostri piedi. Quello non era tiro d'artiglieria. Era l'inferno che si era scatenato. Trombe di terra, sassi e frantumi di corpi si elevavano, altissimi, e ricadevano lontani. Tutto il terreno tremava sotto i nostri piedi. Un terremoto sconvolgeva la montagna. »  Così Emilio Lussu, dal suo esilio parigino nel 1938, raccontava – in una forma fra il memoriale e il romanzo – la sua esperienza di capitano della gloriosa Brigata Sassari nella estenuante guerra di posizione sostenuta dall’esercito italiano sull’Altipiano dei Sette Comuni, fra il 1916 e il 1917. L’inglese Rudyard Kipling, che trascorse un breve periodo su quell’altopiano come osservatore, nel 1917 scrisse un breve saggio intitolato La guerra nelle montagne: Impressioni dal fronte italiano (Mursia 2011), in cui descriveva gli alpini come «giovani energici e pieni di vitalità, che si affaccendavano intorno alle tavole, alle putrelle e alle casse di materiale vario …», mentre «al di sopra di tutto questo fermento si sporgeva la montagna imponente, la cui cima distava ancora centinaia di metri». Con uno stile epico e solare, Kipling, pur ricordando le asperrime condizioni della «routine della postazione» e le fatiche estreme di quegli uomini, ne metteva in luce le risorse, il coraggio, perfino la creatività, soffermandosi sull’esperienza umana del gruppo di alpini. leggi tutto

Gli archivi sono ancora un “bene culturale”?

Mauro Maggiorani * - 27.11.2014

A inizio 2015 prenderà corpo la riforma del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact), fortemente voluta dal ministro Franceschini ma, da tempo, all’ordine del giorno dell’agenda politica italiana: già il governo Letta aveva in effetti istituito una commissione di lavoro con il compito di produrre una prima bozza di riordino. Lo slancio riformatore che ora giunge a compimento ha motivazioni economiche più che politiche, poiché è il risultato delle norme che, dal 2012, hanno introdotto la spending review coinvolgendo tutti i dicasteri in un’azione di razionalizzazione che mira a tagliare del 20% gli uffici dirigenziali e del 10% la spesa di quelli non dirigenziali. Un’azione che avrebbe dovuto essere accompagnata dal ripensamento di ruoli, competenze e strutture, ma che invece sembra procedere attraverso tagli settoriali che colpiscono secondo una precisa logica: incentivare tutto ciò che può essere monetizzato. A reggere l’impianto è l’idea che i luoghi d’arte possano (e debbano) diventare “prodotti” commerciali nel mercato internazionale. A conferma di questa visione economicistica della gestione del patrimonio culturale (che, beninteso, non è di per sé negativa se accompagnata dalla capacità di tutelare tale ricchezza) vi è la creazione di 18 Istituti museali dotati di una speciale autonomia, già ridenominati dalla stampa “supermusei” (cfr. “Il Sole 24 Ore” del 23/11/2014): fra questi, per citarne alcuni, gli Uffizi, la Reggia di Caserta, Paestum, la Galleria Borghese. Si investe, insomma, sui musei che diventano il cardine di una nuova concezione del Ministero. Ma, poiché le risorse sono limitate, leggi tutto

Lasciate ogni speranza. Come il governo intende rottamare i ricercatori precari.

Novello Monelli * - 18.11.2014

La menzogna del merito


Una delle più diffuse convinzioni che aleggia sul sistema della ricerca italiana è che il merito sia solo una delle variabili della carriera scientifica, e nemmeno quella più importante. In effetti, ad un osservatore dotato di un minimo di senso critico pare difficile non accettare l’idea che università, enti di ricerca e fondazioni siano il regno della selezione per demerito e mediocrità. Come la stampa ama mettere in evidenza, in questo paese si diventa ricercatori e professori universitari per devozione, per sangue, per affiliazione ideologica, per fascino e a volte, sorprendentemente, anche per talento. E’ un giudizio superficiale, ma contiene un buon nucleo di verità. In effetti, la mediocrità alligna nei corridoi del malandato sistema accademico nazionale, ma non lo fa ovunque e negli stessi termini. Esistono dipartimenti universitari in cui clientelismo e nepotismo sono la regola e altri dove una sparuta pattuglia di accademici in posizioni di responsabilità (ordinari volenterosi, direttori di dipartimento e responsabili di laboratori) tentano ancora di promuovere il reclutamento di studiosi originali e produttivi. Il che non significa che il bilancio complessivo non sia disastroso. Perché i “buoni accademici” sono un po’ come i veterani giapponesi nel Pacifico: superstiti accerchiati in una giungla di parenti, clienti, portaborse e amanti, con poche armi e sovente depressi. E abbandonati da un governo che sembra divertirsi a peggiorare la situazione. leggi tutto

La corrosione del modello italiano

Ugo Rossi * - 15.11.2014

I temi dell’inviluppo e della degenerazione del modello italiano sono da sempre sotto l’attenzione dei media e appartengono al dibattito usuale di politici, giornalisti e opinione pubblica. In fondo, la sintesi del ragionamento, spesso implicito, è che il modello sarebbe del tutto perfetto, se non vi fossero elementi distorsivi, se la patologia in alcuni momenti e circostanze non sopravanzasse sulla fisiologia, se l’elemento soggettivo fosse adeguato alle circostanze. Se così fosse, cioè se la crisi del modello fosse da attribuire solo alla sua infedele realizzazione, allora ne deriverebbero conseguenze politiche molto chiare e nette; ma se accanto a questo insieme di fattori ce ne fossero altri, più oggettivi, indipendenti dalle nostre volontà, o meglio dalle volontà delle classi dirigenti, allora la cosa si farebbe naturalmente meno ovvia e più complicata.

Vediamo quali fattori hanno portato alla crisi del modello. A partire dagli anni ’70, e sempre maggiormente nei decenni successivi, alcune grandi conquiste italiane in tema di benessere hanno cominciato a tradursi in macchine burocratiche inarrestabili, elefantiache, costose, che sono andate via via perdendo il senso del loro esistere.

La macchina pubblica, scuola compresa, da organizzazione concepita per servire i cittadini, si è trasformata nel luogo più facile e diretto per creare occupazione quale che sia, spesso senza reali necessità e senza un miglioramento visibile della qualità dei servizi erogati. L’espansione delle università in ogni parte del Paese si è trasformata in un apparato che risponde leggi tutto

Salvare la Domus Aurea e smentire Goethe (almeno per una volta)

Gabriele D'Ottavio - 06.11.2014

«I Romani hanno lavorato per l’eternità ed hanno previsto tutto, meno la ferocia devastante di quelli che sono venuti dopo». Così scriveva Johann Wolfgang Goethe nel suo Viaggio in Italia. Il poeta tedesco aveva ammirato le opere romane, la bellezza e la solidità degli edifici, dei templi, dei teatri ma non aveva potuto fare a meno di lanciare un grido di rabbia e di dolore nel vedere come erano male conservati. Tra le vittime eccellenti di questa «ferocia devastante di coloro che erano venuti dopo» c’è anche la Domus Aurea, l’imponente villa che l’imperatore Nerone fece costruire dopo l’incendio del 64 d.C che distrusse Roma: 16.000 metri quadrati, 153 stanze, pareti ricoperte di marmi pregiati, volte di dodici metri decorate d’oro e di pietre preziose, giardini popolati con animali, fontane e ninfee.

Alla morte di Nerone i suoi successori cercarono di cancellare ogni traccia del palazzo imperiale. Nell’anno 104 d.C. Traiano fece interrare la reggia per costruirvi sopra le terme traianee che la protessero per secoli. Le fastose decorazioni a fresco e a stucco della Domus Aurea rimasero nascoste fino al Rinascimento. Allora alcuni artisti appassionati di antichità, tra cui Pinturicchio, Ghirlandaio, Raffaello, Giovanni da Udine e Giulio Romano, calandosi dall’alto con le torce, iniziarono a copiare i motivi decorativi delle volte. leggi tutto

Un ministro degli Esteri per l’Italia

Ennio di Nolfo * - 30.10.2014

Da quando esiste come  Stato unitario, l’Italia ha sempre ambito ad avere una propria politica estera, tale da mettere in evidenza ruolo e ambizioni del nuovo soggetto internazionale e della sua centralità nel Mediterraneo. La realtà geopolitica, cioè il fatto che l’Italia doveva l’unificazione all’intervento di Napoleone III e che il Mediterraneo fosse dominato dall’egemonia navale britannica erano i due confini entro i quali muoversi. Perciò fino al 1871 l’Italia seguì la Francia e dopo si accostò alla Gran Bretagna. Con la nascita dell’Impero tedesco il duo egemone si trasformò in un trio e le possibilità di scelta dell’Italia crebbero, al punto che essa stipulò, nel 1882 la Triplice alleanza: con l’Austria e la Germania. Dopo la Prima guerra mondiale per qualche anno le cose parvero cambiare e nel 1922 Mussolini ritenne che fosse giunto il momento di sganciarsi dai condizionamenti esterni per agire come “cavaliere solo”. Si sbagliava perché la rinascita della Germania hitleriana e la sua alleanza di fatto (1933-39) con la Gran Bretagna lo mise fuori gioco, anche perché i francesi dal 1936 avevano in pratica rotto con il fascismo. Dopo la Seconda guerra mondiale e la fase di assoluto controllo americano, quando l’Europa incominciò a crearsi una propria immagine internazionale, l’Italia riprese il solito metodo. Ma questa volta aveva solo tre possibilità: avvicinarsi alla Francia o alla Germania o diventare il vero campione dell’europeismo.  E dopo il 1990 le possibilità ritornavano a essere una sola, poiché la Germania unificata era troppo forte perché chiunque in Europa potesse opporsi alla sua volontà: come i fatti dimostrano ogni giorno. leggi tutto

Ripartire dai territori

Ugo Rossi * - 23.10.2014

Per ricostruire l’Italia non si può che partire dai territori, dalla loro vitalità e dalla loro responsabilità.

Dobbiamo sgombrare il terreno da un possibile equivoco: quello di far coincidere la realtà dei territori con l’assetto istituzionale delle regioni. I territori hanno fatto l’Italia, hanno creato tanti nuclei propulsivi che insieme hanno dato forza al nostro passato e che potranno dar forza al nostro futuro. Ma non sempre le istituzioni regionali hanno fatto altrettanto, diventando non uno stimolo ma un freno alla volontà di crescere. Il rischio che corriamo oggi è quello di equivocare i termini della questione: che a “regioni inadeguate” debbano necessariamente corrispondere “territori inadeguati”. Non è così e per far ripartire l’Italia è necessario evitare questo equivoco puntando a un assetto regionale che sia di traino, e non di freno, alla nostra ricchezza più grande: la varietà e la bellezza delle nostre regioni intese come comunità territoriali e non come apparati burocratici. Cavalcare l’onda di un improbabile neocentralismo giustificato da esigenze di risparmio e di moralizzazione sembra oggi una via più facile, più naturale, e percepita da vasti strati di opinione pubblica come “necessaria”. Bisogna tuttavia essere consapevoli che si tratta di una via di corto respiro e che, come per tutte le soluzioni semplicistiche e scarsamente meditate, rischia di mancare l’obiettivo e di ingenerare altri e più gravi problemi. Va pertanto abbandonata in fretta l’idea di uno stato totalizzante che interviene direttamente e in maniera uniforme su questioni locali senza tener conto che la reattività del Paese nasce dal basso e non dall’alto. Solo su questo presupposto si può immaginare il necessario e innovativo rilancio leggi tutto