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09 dicembre 2023
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Argomenti

Musica a scuola: non si può andare ad orecchio …

Stefania Pombeni - 02.10.2014

Secondo la circolare del 13 marzo 2007 (prot. n° 4624/FR Roma) l’ex ministro Giovanni Berlinguer si prendeva il compito di affrontare finalmente il problema della diffusione della musica nelle scuole.

Sono ormai passati sette anni da quella famosa circolare e questo problema nelle scuole primarie e secondarie purtroppo ancora sussiste senza che si sia introdotto alcun miglioramento.

Solo il ministro dell’istruzione Stefania Giannini sembra considerare seriamente l’importanza della Cultura Musicale, “sgridando” l’attuale Presidente del Consiglio Matteo Renzi per essersi “dimenticato” di questa considerevole materia scolastica.

Infatti la ministra Giannini ha in mente quanto previsto nella riforma prevista dalla l. 124/99 dove per esempio la disciplina “Strumento musicale” è inserita come materia curriculare della scuola secondaria, per quanto questo riguardi alcuni corsi specifici ad indirizzo musicale.

Ci sono però tre aspetti importanti da considerare nella proposta di riforma dell’insegnamento musicale nella scuola: 1) la creazione prossima del liceo musicale, dove per l’alunno si prevede non solo un sostanziale miglioramento delle conoscenze musicali acquisite nelle scuole secondarie ma un vero e proprio percorso di specializzazione da continuare poi nell’ambito universitario; 2) la musica deve essere inserita come materia nel biennio della scuola primaria (2 ore alla settimana); 3) il miglioramento dell’insegnamento della musica nella scuola media.

Prendo in considerazione quest’ultimo punto che mi sta più a cuore, avendo frequentato una scuola media leggi tutto

L’impatto delle politiche del governo sulla società

Stefano Zan * - 30.09.2014

In un recente seminario promosso dalla Confesercenti il responsabile economico del PD ha sintetizzato con molta chiarezza la strategia del Governo: 1) diminuzione della tassazione sul lavoro e sulle imprese; 2) semplificazione e velocizzazione della burocrazia e del processo civile; 3) fluidificazione del mercato del lavoro e nuovi ammortizzatori sociali. L’idea è di fare riforme strutturali cioè non contingenti o occasionali ma che durino per un lungo periodo di tempo. Le riforme strutturali proposte dal governo, necessarie e sacrosante, hanno però alcuni piccoli difetti. Richiedono tempo perché devono essere fatte dal Parlamento. Sono difficili da fare perché devono essere fatte bene e soprattutto evitare le conseguenze non previste. Infine dispiegano la loro efficacia in un tempo non brevissimo. Detto questo proviamo però a ipotizzare che impatto potrebbero avere sulle diverse componenti della società di cui abbiamo parlato nei numeri precedenti. Per quella parte della società che non è né satura né seduta leggi tutto

Fino a quando useremo banconote e monete?

Gianpaolo Rossini - 27.09.2014

Qualche giorno fa il settimanale inglese “Economist” si chiedeva fino a quando useremo banconote e monete metalliche per i nostri pagamenti. Diversi studiosi si stanno occupando del tema, tra cui Kenneth Rogoff vicepresidente del Fondo Monetario Internazionale. La questione tocca diversi aspetti non puramente economici della vita pubblica e privata. Le tecnologie digitali oggi hanno portato due grandi novità. La prima concerne la moneta prodotta dalla banca centrale in collaborazione con il sistema delle banche. La seconda riguarda la nascita di nuove monete digitali che circolano solo sulla rete e che sono gestite da privati o da web communities senza alcuna supervisione dell’autorità monetaria. In alcuni paesi la tendenza è ad usare sempre meno banconote e monete e al loro posto utilizzare il sistema dei pagamenti privato delle banche  con carte di credito, di debito, prepagate e carte bancomat con supervisione della banca centrale, organismo pubblico. Questo ha significato in diversi casi una riduzione della circolazione della moneta prodotta dalla banca centrale, ovvero il contante. Il fenomeno però non è diffuso in modo omogeneo e in alcuni paesi la circolazione del contante legale (legal tender) è ancora su livelli sostenuti. A fianco di questo fenomeno c’è quello del tutto nuovo di monete digitali private. leggi tutto

Una modesta proposta. Se scuola e università sono campo di battaglia per estremismi opposti.

Novello Monelli * - 25.09.2014

In una recente intervista su “Il Manifesto”, Valeria Pinto, autrice un paio di anni fa di un volume non esattamente benevolo sul sistema di valutazione universitario (Valutare e punire), ha lanciato un deciso attacco alle linee guida della futura (cosiddetta) riforma Renzi della scuola. La Pinto enfatizza il carattere classista di un provvedimento apparentemente in linea con il processo ormai quasi ventennale di appiattimento dell’istruzione sulle esigenze dell’economia neoliberista e di debellamento delle sue dinamiche di democrazia interna: “il sistema del merito emana, rafforzandolo, dal riconoscimento della giustizia e dell’evidenza dell’ordine sociale esistente”.   

 

Entia non sunt moltiplicanda: perché prendersela con una valutazione che non c’è?

 

Sarebbe quantomeno prudente, parlando della rivoluzionaria non-riforma ventilata dal nuovo esecutivo, mantenere un po’ di prudenza. Soprattutto considerato che, a parte qualche slide e molti slogan (in primis, quello dei 150.000 precari da assumere d’un botto a partire dal prossimo anno scolastico), di misure concrete e dettagli non del tutto irrilevanti (come le previsioni di spesa) si è parlato sinora poco. In effetti non è chiaro in base a quale presupposto si possa affermare che la non-riforma sia l’ennesimo passo verso la liquidazione della scuola pubblica come luogo di sapere critico. Di quale sistema di selezione e premiazione del merito stiamo parlando? leggi tutto

La società satura e seduta

Stefano Zan * - 25.09.2014

La definizione che De Rita offre sul Corriere della Sera di martedì 16 settembre secondo la quale la nostra società sarebbe “satura e seduta” e priva di inquietudine creativa, mi pare al contempo infondata e fuorviante. Una parte sempre crescente negli ultimi dieci anni della nostra società è tutt’altro che satura. Semplicemente non consuma o perché non ha i soldi o perché è inquieta rispetto ad un futuro incerto. Se in una famiglia un componente è in cassa integrazione, in contratto di solidarietà, in mobilità o è esodato oppure lavora in un’impresa che grazie alle tecnologie riduce l’occupazione (tipico il caso delle banche grazie all’home banking). Se nella stessa famiglia i due figli (tutt’altro che choosy) non trovano lavoro nonostante siano disposti a fare qualsiasi cosa e quindi ti tocca passargli non si ancora per quanti anni una paghetta che equivale a quello che in gergo si chiama salario di cittadinanza. Se nella stessa famiglia devi affiancare ad un genitore anziano una badante per non stravolgere la tua vita normale anche se questo si mangia buona parte del tuo stipendio, allora è evidente che cercherai di ridurre al minimo i tuoi consumi, farai di tutto per risparmiare anche pochi euro al mese (magari 80) per affrontare un futuro assolutamente incerto. Un comportamento assolutamente razionale dopo sei anni di recessione, non emotivo, che induce automaticamente una contrazione dei consumi. leggi tutto

Semantica della seconda repubblica

Luca Tentoni * - 20.09.2014

"Mariano, la svolta: cambia il team di Palazzo Chigi": un titolo così su Rumor, nella Prima Repubblica, non lo avremmo mai trovato su un quotidiano nazionale. La differenza fra la rappresentazione della politica durante gli anni Settanta (e gran parte degli Ottanta) e in quelli della Seconda Repubblica non sta, ovviamente, soltanto nel mutamento dello stile giornalistico. I principali mezzi di comunicazione di allora hanno subito trasformazioni profonde (l'impaginazione, l'impostazione, il formato dei giornali; il colore, la ricerca dell'audience nei dibattiti politici, la spettacolarizzazione dell'attualità per quanto riguarda la TV) e lasciato spazio ad altri media (Internet: in particolare i "social network") ma è cambiato anche il messaggio, oltre al quadro politico-istituzionale (sistema dei partiti; Costituzione materiale; rapporto partito-leader-elettorato; ridislocazione del potere sia nei rapporti centro-periferia, sia in quelli fra governo e Parlamento; tendenziale coincidenza fra premiership e leadership). Come hanno spiegato autorevoli esperti (il nostro è solo uno spunto per sollecitare riflessioni ben più profonde, meditate e ampie di questa) è cambiato anche il modo di "vendere" un partito, con le mutazioni del marketing elettorale sperimentate all'estero (fra tutti: da Séguéla per il futuro presidente francese Mitterrand) e giunte in Italia verso la seconda metà degli anni Ottanta, in tempo per una sperimentazione che faceva da preludio ad un'applicazione più ampia negli anni Novanta, col passaggio dal proporzionale al maggioritario uninominale e dalla "democrazia dei partiti" alla "democrazia delle leadership". Il mutamento non poteva che passare attraverso una rivisitazione del linguaggio, ma anche per una sorta di desemantizzazione. leggi tutto

Se il voto non è più una virtù

Giovanni Bernardini - 09.09.2014

È davvero un peccato che in Italia i sondaggi attraggano l’attenzione pubblica soltanto in occasione delle consultazioni elettorali, come nel caso della pessima performance offerta dalla roulette dei recenti exit poll. In quelle occasioni il mancato adeguamento dei metodi di rilevazione e la ridefinizione del sistema partitico hanno prodotto previsioni grossolanamente fallaci e puntualmente smentite, gettando discredito sulle potenzialità della disciplina stessa. Un peccato perché tali cadute hanno contribuito a ridurre la statistica alla presunta e improbabile dimensione divinatoria, piuttosto che alla sua più proficua vocazione: avvalersi dei dati raccolti presso un campione significativo per comporre una mappa dell’intera popolazione. E come è implicitamente noto leggi tutto

Assunzioni, chiacchiere e consenso: la scuola nel paese della riforma permanente

Novello Monelli * - 04.09.2014

Esiste un fondamentale postulato che chiunque si occupi di istruzione e ricerca in Italia conosce benissimo: qualsiasi riforma organica seguita a quella Gentile è una calamità.

Al netto delle buone intenzioni, ogni tentativo fatto dall’Italia repubblicana di mettere le mani sistematicamente su cicli scolastici, programmi, valutazione e reclutamento ha portato al deteriorarsi delle capacità di scuola e università di formare cultura e promuovere il merito. Nel 1962 la riforma della scuola media unica, promossa dal desiderio di superare la rigida dicotomia tra percorso ginnasiale, tecnico e professionale, si risolse in un eclatante insuccesso. Gentile aveva sancito una divisione basata fondamentalmente sul capitale sociale, che stabiliva (anche se non esclusivamente) chi avrebbe proseguito gli studi. Quarant’anni più tardi, all’inizio della grande stagione di riforme civili e sociali del centro sinistra, questa distinzione impermeabile non aveva più senso. Ma pretendere che da un momento all’altro studenti e insegnanti, fino ad allora separati da una barriera invisibile (ma tangibile) di classe, si potessero mescolare senza traumi fu incosciente. A pagarne lo scotto furono, in primo luogo, gli scolari più poveri e deboli. leggi tutto

Quello che non si è chiesto a Lindau

Rudi Bogni * - 02.09.2014

Sono reduce da tre giorni passati a Lindau al convegno dei Nobel laureates in economia con studenti venuti da 80 paesi del mondo ad ascoltare i loro messia.

Gli interventi sono stati molto vari. Stieglitz naturalmente si e’ occupato della dirompente diseguaglianza fra redditi di lavoro e di capitale e dell’accentuata concentrazione della ricchezza. Alcuni teoretici dei giochi hanno presentato in grande dettaglio giochi astrusi, Merton ha riscoperto il credito e l’azzardo morale, altri hanno presentato dei modelli a fronte dei quali mi sono posto la domanda se l’output del modello non fosse gia’ pre-determinato dagli assiomi e dalle boundary conditions.

Ho avuto un senso di déjà vu. Nel 1995 mentre facevo un sabbatico ad Imperial College cercavo invano di convincere gli accademi a studiare i CDS (credit derivative swaps) prevedendo che lì si sarebbe svolta la prossima grande battaglia finanziaria. Gli accademici erano invece intenti a raffinare i loro modelli di opzioni sui tassi di interesse, cosa di valore aggiunto assai marginale per il buon operare dei mercati. leggi tutto

Se la storia potesse avere un peso …

Paolo Pombeni - 21.08.2014

Tra le varie effervescenze agostane c’è adesso il dibattito attorno alla proposta dell’on. Fioroni di intitolare l’edizione di quest’anno della Festa dell’Unità ad Alcide De Gasperi. Un po’ perché la proposta è bizzarra, un po’ perché bisogna pur scrivere di qualcosa, i giornali hanno dato spazio alla faccenda. Ne è uscita l’immagine di un ceto politico ed intellettuale, almeno per quel che riguarda gli interpellati dai giornali, diciamo non proprio all’altezza dei tempi.

Ci si consenta di aprire con una notazione curiosa. Tutti hanno discusso della proposta Fioroni, che alla fine è pur sempre la trovata di un singolo, ma, se non ci siamo distratti, non è stato messo in rilievo un fatto ben più singolare: in alcuni giornali nazionali è apparsa una inserzione pubblicitaria piuttosto corposa in memoria di De Gasperi firmata e pagata dal gruppo parlamentare PD. A noi è sembrato qualcosa di ben più significativo.

Ciò su cui vale la pena di discutere non è la bizzarria di dedicare una kermesse che mischia l’intrattenimento gastronomico-musicale con un po’ di talk show della politica-spettacolo alla memoria di qualche illustre personaggio del passato, quanto la reazione che ciò ha suscitato. Perché in realtà i temi forti del contendere (si fa per dire) sono stati due: il primo se fosse più o meno ragionevole dedicare una festa “comunista” alla memoria di un avversario storico del comunismo; leggi tutto